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“Minchia di Re”, un titolo irriverente che fa tremare i benpensanti
L’irriverenza non è nel titolo del libro, ma nell’assenza di memoria quando è scomoda alla morale comune o all’autorità costituita dagli uomini. Minchia di Re ( Mursia Editore, pagg. 185 – euro 13,00) toglie il velo a una verità coperta dagli archetipi di una società prigioniera del proprio bisogno essenziale, quello di sopravvivere. Negare l’evidenza porta a confrontarsi con se stessi prima o poi, ma allo stesso tempo il negarla in assoluto – sotterrandola nel silenzio – significa sradicare il concetto stesso di libertà. Giacomo Pilati – giornalista, scrittore trapanese e autore del libro – dissotterra una storia dimenticata, sedimentata sotto una cappa d’omertà, scovata quasi per caso, in quella “farfalla delle Egadi”, l’isola di Favignana, dirimpetto alla propria città. Il luogo non dichiarato è comunque riconoscibile; uno dei tanti angoli di Sicilia che nascostamente partorisce personaggi sconosciuti eppure controversi, irriverenti, ambigui, leggendari, cioè unici – per complessa drammaticità – e per questo stesso epici e destinati a divenire patrimonio di una terra dove il più si traduce in mistero.
Per Pina l’incontro con il vecchio è fonte di conquista, la rivelazione della sua vera natura: «Ma tu sei una Viola» – dice Cecè alla ragazza – «La Viola è un pesce e lo ha voluto Dio. Quando è maschio si chiama Minchia di Re. Per amore diventa femmina e ha i colori del fiore. Torna di nuovo maschio dopo che l’acqua si è presa le sue uova». La fantasia del narrare rende anche queste metafore, partendo da un pesce ermafrodita detto appunto Donzella di Mare (nel dizionario italiano, n.d.r.) e in Sicilia – che è terra di colore, pure nel linguaggio – appunto Minchia di Re. Lo scrivere che l’autore mette in scena è una ricostruzione di effetti che dalla realtà muove lungo i binari della fantasia. Altri i passaggi veri, trattati in modo funzionale al racconto: il matrimonio in chiesa – con la bella e dolce Sara – e la visita di leva, dall’esito scontato. Eppure, alla rivelazione di Cecè, la ragazza è titubante e nonostante comprenda d’essere come il pesce ermafrodita afferma: «Ma io sempre questa resto.» – cioè una donna – e Cecè incalza «Tu devi morire un poco, per tornare a vivere come vuoi tu.». Gli occhi, le membra, il sangue e il sentimento di Pina-Pino sono tutti orientati alla ricerca del riscatto, per quell’amore negatogli fin dai primi attimi di respiro, poi durante l’adolescenza e giovinezza. La presenza di un padre-padrone, deluso dalla mancata nascita di un maschio; l’assenza di una madre, zittita dall’autorità maritale e per ciò vittima dello stesso annullamento patito dalla figlia; della zia zitella, animo mortificato e trafitto da un corpo pesante che espia gravi pene terrene in un circolo vizioso che spinge allo svilimento e alla vergogna; sono fertile humus dove si perde, e per tortuose circostanze si ritrova, l’identità della protagonista, che negli occhi e nelle movenze di Sara – l’amore conosciuto e all’inizio proibito – si riconosce. Questa la realtà, che non è avvilimento ma purezza, e Pina chiede al vecchio come sia possibile il morire e poi rinascere senza fare violenza fisica a se stessi. Il prigioniero comprensivo allora spiega: «A mare il calamaro, dopo che ha perso le uova, muore di disperazione. I pesci briganti sono lì attorno, con la bocca aperta per sbranarselo, piccolo e tenero. Ma se lui resiste alla paura è salvo. E muore di vecchiaia. Perché ora è lui, grosso com’è che fa paura agli altri». In ogni risposta saggia c’è una predestinazione, così è anche nella risposta di Cecè. Nel tempo che passa c’è il momento del riscatto, ma il prezzo da pagare è durissimo. Pina morendo rinasce nella sua dignità di persona. Un riscatto che porta il personaggio a riappropriarsi di se stessa. 31 ottobre 2005
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