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Palermo mia, resisti: tra servizi obsoleti e luoghi negati c'è ancora tanta bellezza

Palermo vista torre: i pensieri di Marta, che da Pisa racconta la sua città dopo essere tornata ma solo per un mese. E la trova differente, poco, ma nelle giuste cose

  • 18 giugno 2018

Veduta di Palermo dalla Torre di San Nicolò (foto di Salvo Gravano)

Un mese a Palermo, e non è il titolo di un film. Mancavo da dicembre, da quando su corso Olivuzza scintillavano ancora le luminarie psichedeliche di Nino U’ Ballerino e a piazza Politeama c’era l’albero “dei desideri” decorato dai bambini dell’ospedale Civico.

Sono tornata per lavoro, a fare delle ricerche che per alcune settimane hanno trasformato l’Archivio di Stato, la Biblioteca Regionale e la Società Siciliana per la Storia Patria nella mia seconda casa.

Non ero certa che sarebbe andato tutto bene, ché da quando ho iniziato il dottorato tra me e le biblioteche palermitane è stata una lunga guerra, della quale non posso neanche dire di aver vinto tutte le battaglie.

Ho raccolto, tra un’arrabbiatura e l’altra, talmente tanti aneddoti che se mai un giorno la mia ricerca dovesse ricevere la benedizione della carta stampata mi sono ripromessa di utilizzarli per scriverci una prefazione tragicomica.
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Tragicomica come Palermo, dove “ridiamo per non piangere” è un mantra diffuso che ripetiamo anche quando non ce ne sarebbe motivo, e dove a mancare non è certo la bellezza, ma occhi capaci di vederla.

Torniamo però alle biblioteche, quelle che dal 2015 a oggi mi hanno fatta penare tantissimo e che pur non essendosi ancora trasformate nel paradiso che meriterebbero di essere sono riuscite, almeno stavolta, a farsi voler bene.

Le biblioteche, per chi fa ricerca, sono luoghi preziosi, fosse solo perché ci tocca passarci dentro la maggior parte del nostro tempo. È riduttivo, però, considerarle soltanto come luoghi utili a una parte ristretta della collettività, perché se il tempio del sapere ha i portoni sprangati a perderci non sono soltanto gli studiosi.

Provate a immaginare che beneficio sarebbe per Palermo avere biblioteche pubbliche completamente aperte alla cittadinanza, con spazi pensati apposta per i bambini, e dove gli adulti possano lavorare al computer usufruendo di una connessione veloce, leggere i quotidiani, studiare in gruppo in sale apposite o nei tavolini di una caffetteria, assistere a mostre, letture, spettacoli e, soprattutto, avere l’intero patrimonio librario a propria completa disposizione e non più rinchiuso in magazzini inagibili.

Un magazzino inagibile è per l’appunto quello in cui ormai da tre anni se ne stanno chiusi i periodici della Biblioteca Regionale “Bombace”, inconsultabili e quindi completamente inutili, sopravvissuti alla storia ma minacciati dall’umidità.

Fino ad aprile 2017 anche la biblioteca è stata chiusa, per lavori di messa in sicurezza svolti in tempi biblici e non ancora ultimati. Più o meno un anno prima, esasperata perché quasi tutto il materiale di cui ho bisogno per la tesi è conservato proprio lì dentro, andai a chiedere se potessero farmi la cortesia di darmi almeno qualche fotocopia. In quell’occasione chiesi a un’impiegata: “Ma quand’è che riaprite?”

Mi rispose, sconsolata: “Quando Santa Rosalia ci fa la grazia”. Ora, io ero certa che la Santuzza, prima o poi, una buona parola ce l’avrebbe messa; che la mia relatrice, donna del nord, avrebbe compreso, un po’ meno.

Quando sono tornata a visitarla, poche settimane fa, la Biblioteca Regionale aveva il portone secondario spalancato su Corso Vittorio.

Nel cortile interno c’era una mostra curata dal Teatro Massimo, ma anche senza questa esposizione una visita l’avrebbe meritata comunque. I turisti entravano quasi per caso, attirati da quelle porte spalancate, per ammirarne da vicino l’architettura e portarsi a casa uno scorcio di Palermo che magari non avevano neanche messo in conto di vedere.

Sarà stato il cielo azzurro a cui ormai non sono più abituata, o i manifesti che dai muri e dalle fiancate degli autobus sponsorizzavano mostre d’arte e manifestazioni – il Sicilia Queer filmfest, Una Marina di libri, Mediterraneo Antirazzista – in procinto di cominciare e di rendere Palermo, come ogni anno, capitale di cultura e di accoglienza, ma io questa città non credo di averla mai vista così bella, così viva, così capace di condividere con centinaia di persone venute da fuori la propria ricchezza.

E ci pensavo, camminando tutti i giorni verso la stazione centrale, a quei libri chiusi nei magazzini, ai faldoni pieni di manoscritti non ancora catalogati, alla connessione wi-fi inesistente dell’Archivio della Gancia, di Storia Patria e, per problemi tecnici, anche della Biblioteca Regionale, alle richieste di libri fatte utilizzando i foglietti di carta carbone, e pure alla gentilezza di molti degli impiegati e delle impiegate che, nonostante le evidenti difficoltà, si sono fatti in quattro per aiutarmi.

Ci pensavo e non ero arrabbiata, ma abbiliata sì, presa da quella specie di disperazione sottile, che si nutre di senso di impotenza e ti fa dannare l’anima, perché la soluzione a molti problemi cittadini non ti sembra neanche tanto difficile, ma sai che da sola potrai farci poco.

A darmi sollievo c’era la certezza di aver visto una Palermo che resiste, e cerca di migliorarsi a ogni giorno che passa lottando con tutte le sue forze per scacciare via le quotidiane brutture di un’inciviltà strisciante e pigra, fatta di mani molle che abbandonano l’immondizia lontana dai cassonetti, di fatalismo e di spalle alzate. Palermo ci prova, ad essere Capitale. E ha tutte le potenzialità per riuscirci.
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