Da Panormo a Palermo: una breve storia
di Daniele Sabatucci
Da Roma a Costantinopoli
Il dominio punico terminò con la presa da parte di Roma nel 254 a.C., quando una flotta romana assediò la città occupando il porto. Il benessere di cui godeva la popolazione, nonostante tutto, permise a più di metà dei cittadini di riscattarsi pagando una forte somma ai conquistatori.
I cartaginesi provarono due volte nel giro di pochi anni di riprendere il controllo sulla città, invano. Il secondo tentativo fu intrapreso da Amilcare Barca partendo da Monte Pellegrino, che era rimasto in mano a Cartagine, si risolse in un’inutile pressione e lo stesso monte venne abbandonato dal condottiero per raggiungere il fronte di Erice sul quale ancora infuriava la guerra coi romani.
Sotto il dominio di Roma, la configurazione urbanistica della città si mantenne pressoché immutata, arricchita anzi da nuovi edifici pubblici, da un ampliamento della necropoli e dal sorgere, nelle campagne circostanti, di numerose ville. Panormo perse però lo status di capitale che deteneva da secoli, diventando politicamente subordinata a Lilibeo, mentre Siracusa che assumeva il primato nell’intera isola.
Più favorevole fu invece la sorte che toccò alla città nell’ordinamento municipale della provincia, con alcuni seppur precari privilegi di natura amministrativa, tributaria e militare. Il commercio di Panormo rimaneva tuttavia florido, così come le attività agricole. Presto, nelle zone più vicine all’entroterra, si sarebbero sviluppati i latifondi che sarebbero poi durati per secoli.
Sconvolta da tensioni sociali sfociati in conflitti civili a causa delle condizioni inumane a cui erano sottoposti gli schiavi, la Sicilia pagò nel I secolo a.C. anche le conseguenze del conflitto tra Ottaviano e Sesto Pompeo, trovandosi, alla vittoria del primo, in una condizione di miseria. La riforma intrapresa dall’imperatore fece sì che la città riprendesse vigore, grazie anche all’insediamento di parecchi cittadini romani che portarono lavoro e ricchezze.
In età augustea, dunque, Palermo acquisì lo status di colonia romana, mutuando dalla capitale dell’impero anche l’edilizia nei molti palazzi che vennero costruiti. In particolare, la paleapoli fu destinata soprattutto alle attività pubbliche e amministrative, la neapoli venne invece trasformata in zona residenziale. La Sicilia, però, proprio in quegli anni cominciò a perdere – e la situazione si sarebbe protratta a lungo, fino al V secolo – la sua rilevanza strategica nel Mediterraneo, senza peraltro che questo compromettesse l’economia del territorio.
Una delle novità più importanti, per tutta l’isola e ovviamente per il suo futuro capoluogo, fu l’avvento del cristianesimo, nonostante restino ignote le origini del culto in Sicilia. Diffusosi quasi in sordina, attraverso piccoli gruppi che si riunivano in piccole chiese e poi in grandi catacombe, abbandonando le antiche necropoli pagane. Due grandi sistemi di cripte cristiane vennero costruiti nelle vicinanze dei due fiumi Kemonia e Papireto (in quest’ultimo caso, nella area depressa di Denisinni). In quel periodo, la città godette di libertà religiosa, ma contemporaneamente iniziò un periodo difficile dal punto di vista politico-economico, aggravato dallo spostamento della capitale a Bisanzio nel 331 e dalla separazione dei due imperi d’Oriente e d’Occidente (nel 395).
La Sicilia, nel caos generale, fu preda delle devastazioni e dei saccheggi a opera dei barbari. I Vandali, provenienti dalla Germania ma già alla conquista dell’Africa, sbarcarono sull’isola nel 440. Per alcuni anni ebbero il dominio completo del territorio, ma si dovettero scontrare, proprio assediando Panormo, con una strenua e logorante difesa della città. Scacciati inizialmente dalle armate imperiali nel 455, tornando nel 468 la occuparono nuovamente con saccheggi continui e persecuzioni religiose, nel corso delle quali rasero al suolo la cattedrale costruita appena il secolo precedente.
Nel 476 i Vandali ottennero addirittura il riconoscimento del possesso siciliano dall’imperatore Romolo Augustolo, in cambio dell’immunità per le altre coste italiane. Il loro capo Genserico dopo pochi mesi vendette però subito il possedimento a Odoacre, vicario in Italia dell’imperatore d’Oriente. Dopo circa quindici anni Odoacre fu sconfitto da Teodorico, re degli Ostrogoti, nel 493. I Goti ristabilirono un equilibrio nella gestione politica e amministrativa del territorio. Panormo, inoltre, riprese la sua posizione di predominio strategico in Sicilia, da tempo in mano a Siracusa.
Il dominio gotico finì dopo 42 anni con la conquista bizantina (535), che forzò le difese costruite da Teodoacre in aggiunta alle mura esterne. Bisanzio, ormai divenuta Costantinopoli, sotto Giustiniano aveva intrapreso un’ambiziosa opera di riunificazione e restaurazione dell’Impero, favorita dalla debolezza della parte occidentale. La città venne presa da Belisario dal mare, vista la valida difesa guidata da Sinderico a terra. Per trecento anni la Sicilia visse sotto il regno bizantino in relativa tranquillità, pure se in una posizione periferica.
La calma venne rotta con le prime incursioni arabe nell’ultimo quindicennio del VII secolo. L’organizzazione politica subì una militarizzazione, in condizioni economiche di miseria, dove dominava il latifondo (che spazzò via la piccola proprietà contadina voluta dai Goti). La povertà dilagava anche per i pesanti tributi, nonostante il commercio, e sfociò in ribellioni sedate nel sangue della popolazione. Crebbe la volontà di emanciparsi da Costantinopoli, mentre la Chiesa operava non solo nelle coscienze spirituali della popolazione siciliana, ma anche nelle attività politiche ed economiche, fornendo lavoro. A Panormo, in età bizantina, dal punto di vista urbanistico e architettonico, non vi furono invece mutamenti di rilievo, mentre vi fu un drastico calo della popolazione dovute alle condizioni di miseria.
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