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Storia

Da Panormo a Palermo: una breve storia
di Daniele Sabatucci

Dagli Hohenstaufen agli Aragonesi

Nello stesso anno venne incoronato Enrico VI, cui seguì però un periodo di scontri e di dispotismo. Morì presto il nuovo sovrano: appena tre anni dopo la sua ascesa al trono, e gli succedette il figlio Federico II, che allora aveva appena tre anni. Solo a 14 avrebbe ricevuto la corona. Nel frattempo, rimasto quasi subito orfano anche di madre, ricevette la tutela di papa Innocenzo III, che la esercitò attraverso dei legati.

Erano anni oscuri, il principe ereditario si trovò al centro di intrighi e sedizioni, rischiando anche la vita. Crebbe in maniera disordinata e inconsueta per un futuro sovrano, ma assunse infine il ruolo che gli spettava per discendenza dal padre, sposando l’anno successivo Costanza d’Aragona. Federico II caratterizzò con la sua personalità quegli anni, in Europa ma soprattutto in Sicilia. L’Isola visse un autentico periodo di gloria e Palermo era la capitale del regno. Nel 1231 il sovrano emanò a Melfi le Costituzioni, formando una forma assolutistica e illuminata di Stato e creando così una corte che anticipò quelle rinascimentali, favorendo la cultura, le arti e le scienze (fiorì in quel tempo la “scuola poetica siciliana”).

L’economia poteva prosperare in quegli anni, non altrettanto invece si può dire per l’edilizia, che rimase praticamente ferma. Problemi vi furono anche per la convivenza tra le varie anime della popolazione palermitana, allorché si consumò una lite tra cristiani e musulmani, con ribellione e conseguente repressione di questi ultimi. L’unico monumento importante costruito in quell’epoca fu la chiesa di San Francesco d’Assisi, eretta nel 1225 e distrutta per ordine di Federico quindici anni dopo (furono cacciati anche i monaci che vi abitavano) come ritorsione alla scomunica papale. Fu ricostruita dopo la sua morte, tra il 1255 e il 1277.

Quando Federico II morì, nel 1950, seguì un breve periodo che precedette la dominazione angioina (1266-1282) e culminata infine con la rivolta del Vespro. Dopo varie sedizioni alimentate anche dal papato (fortemente avverso alla casata Sveva), nel 1255 Palermo si ribellò proclamandosi libero Comune ma capitolando dopo appena un anno all’ultimo sovrano svevo, Manfredi, che fu nominato re nel 1258. Il papa decise allora di proclamare re di Sicilia nel gennaio 1266 Carlo d’Angiò, conte di Provenza e fratello del re di Francia Luigi IX. Manfredi fu sconfitto e morì in battaglia a Benevento un mese dopo.

I francesi si impossessarono così dell’Isola, non senza essere impegnati però ancora per quattro anni in guerra contro i siciliani insorti e guidati da Corrado Capace, vicario di Manfredi. Gli angioini, già da quell’occasione, si resero protagonisti di atrocità che ne avrebbero infamato il nome, proseguendo con questa “politica” anche una volta assunto il governo dell’Isola. Vessazioni, confische e oppressione provocarono miseria e malcontento, alienandosi i favori della nobiltà locale. I loro privilegi non furono riconosciuti a vantaggio dell’aristocrazia francese. Peraltro, i nuovi padroni, animanti da sentimenti di rancore per la Sicilia, non ne favorirono l’economia, negandole anche benefici concessi ad altre regioni dello Stato. Palermo, in particolare, aveva perso il rango di capitale a favore di Napoli, e ospitava quindi solo un vicario del re (che peraltro si insediò a Messina).

La naturale conseguenza di questa situazione fu la rivolta del Vespro, il 30 marzo 1282, lunedì di Pasqua, a lungo ordita ma esplosa repentinamente. Il casus belli fu l’oltraggio di un sergente francese a una giovane donna che si recava con altre persone alla chiesa di Santo Spirito. L’esercito, presente per controllare la folla, fu assalito dalla stessa, guidata da Ruggero Mastrangelo. I francesi furono sterminati a migliaia in tutta l’Isola: si parla di tremila morti o forse del doppio, stando alle fonti dell’epoca.

La città proclamò l’autogoverno comunale, con Mastrangelo capitano del popolo assieme a Enrico
Baverio e Nicolò Ebdemonia. Si pensò di poter costituire uno Stato siciliano repubblicano e indipendente, formato da una confederazione di Comuni liberi, la Communitas Siciliae. Ma ben presto i dissensi interni, la reazione di Carlo d’Angiò e un disegno di cospirazione di alcuni esuli presso la corte di Barcellona portarono all’ascesa al potere in Sicilia di Pietro III d’Aragona, che mirava a espandere il proprio regno nel Mediterraneo e reclamava l’Isola per avere sposato Costanza di Svevia, figlia del re Manfredi. Pietro III entrò a Palermo il 4 settembre 1282 con l’esercito, incoronandosi re in cattedrale e ottenendo nel palazzo regio il giuramento dell’Assemblea parlamentare.

L’offerta della corona al sovrano aragonese ebbe il sapore di un’investitura popolare, con la quale finalmente i siciliani sembrarono determinare da chi volevano essere governati. Le lotte tra gli abitanti dell’Isola e gli angioini, però, continuarono per un altro ventennio. Nel 1296 Federico III ereditò il regno dal padre Pietro. Nel 1302 la Sicilia fu separata dall’Italia meridionale e fu affermata la sua autonomia. Gli Angioini non rinunciarono alla presa, però, e la guerra ricominciò dopo dieci anni e si protrasse per altri sessanta. Nel 1372 le sorti dell’interminabile conflitto sancirono il mantenimento della Sicilia da parte degli aragonesi. Questi operarono una serie di riforme amministrative all’interno di Palermo, formalmente capitale del regno. La città, inoltre, godette di numerosi privilegi, nonostante Federico amasse risiedere a Catania e a Messina. L’economia vedeva in artigiani e mercanti i suoi settori di traino. Molte di queste professionalità erano composte da immigrati.

Se l’assetto urbanistico non fu trasformato durante il dominio aragonese, numerosi furono invece gli interventi all’edilizia (un esempio è il Palazzo Aiutamicristo del 1490). Altri cambiamenti riguardarono il porto, la cui dimensione si era ridotta a causa dell’interramento e al quale, per migliorare le possibilità di ormeggio, fu costruito un braccio sporgente in pietra, che fu completato nel 1445. Un’altra novità di rilievo riguardò la riconversione di aree coltivate all’interno della cinta muraria come zone edificabili.

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