Da Panormo a Palermo: una breve storia
di Daniele Sabatucci
Palermo nell’Ottocento
Nel 1821, dopo i moti insurrezionali, venne distrutto il rione della Conceria che aveva alle spalle una lunga tradizione come rifugio per i rivoltosi. Altre novità riguardarono la creazione di piazza Nuova, oltre a piazza Santo Spirito e all’adiacente passeggiata delle Mura delle cattive. Furono poi costruite le carceri nel piano dell’Ucciardone, che sostituirono l’antica Vicaria. Ma l’intervento forse più importante riguardò la realizzazione della “strada della Libertà”, per collegare il “piano di Sant’Oliva” con la “contrada dei Colli”. La prima fase di realizzazione, iniziata dopo una serie di espropriazioni, si estese fino all’attuale piazza delle Croci.
Con la restaurazione del governo borbonico, nel 1849, la via (rinominata “strada della Favorita”) venne prolungata fino all’attuale incrocio con via Notarbartolo, e accanto fu realizzato un “giardino all’inglese” che conosciamo ancora oggi. La zona tuttavia non fu interessata per quel periodo da un intenso sviluppo edilizio. In compenso tutto il secolo fu contrassegnato da insurrezioni, che coinvolsero la città, inquieta come gran parte del Vecchio Continente. Con una fondamentale differenza. Come nota Di Matteo, infatti, «prima che s’inquadrasse nel vasto fermento risorgimentale, la coscienza nazionalistica e liberale che mosse all’azione la parte politicamente più avanzata dei ceti aristocratici e borghesi agì in senso esclusivamente “siciliano” esprimendo l’istanza a un assetto autonomistico e costituzionale della Sicilia».
Questa voglia di indipendentismo fu favorita dal ritorno nel 1806 della famiglia reale da Napoli, occupata dalle truppe bonapartiste. Nel 1812 fu varata la Costituzione dal Parlamento siciliano, che sembrò porre fine all’assolutismo regio, mentre la presenza dell’esercito britannico in funzione antibonapartista garantiva protezione e benefici all’economia. Dopo la caduta di Napoleone nel 1815, però, i Borbone tornarono a Napoli, la carta costituzionale fu abolita, così come il Parlamento, mentre il regno tornò unito e assunse la denominazione di Regno delle Due Sicilie, nel 1816, con spostamento della capitale a Napoli e un luogotenente chiamato a reggere la Sicilia. Via gli inglesi, crollò anche l’economia, mentre Palermo fu declassata a “capitale dei Reali domini di là del Faro” e la popolazione soffriva la povertà. Miseria, decadenza, fame e sporcizia avvolgevano tutto, dai palazzi pubblici alle strade.
Nel 1848, a distanza di quasi trent’anni, un'altra ribellione. In questo caso, i gruppi liberali diedero vita in piazza della Fieravecchia (oggi piazza della Rivoluzione) a un assembramento spontaneo del popolo che produsse una rivoluzione federalista, rapidamente diffusasi in tutta l’Isola. Ruggiero Settimo (un ammiraglio della marina borbonica) presiedeva il Comitato provvisorio. Il segretario era Mariano Stabile. Il Parlamento regionale, allora ricostituitosi, si radunò nel convento di San Francesco d’Assisi ed elesse il proprio governo rivoluzionario, presieduto dallo stesso Ruggiero Settimo. Furono dichiarati decaduti i Borboni e nominata la Sicilia “regno vacante”, in un ottica federalista con gli altri stati italiani. Dopo poco più di un anno però le truppe borboniche restaurarono il regime, favoriti dai dissidi interni del governo rivoluzionario e già da qualche settimana in esilio. I moti produssero anche alcuni danni gravi al patrimonio artistico-architettonico cittadino.
La successiva rivolta si ebbe dopo più di dieci anni, nel 1860, quando l’autonomismo fu abbandonato in favore di idee di unità nazionale sotto un unico regno d’Italia con Vittorio Emanuele II di Savoia come sovrano. L’insurrezione della Gancia del 4 aprile fu subito soffocata nel sangue. Dopo meno di due mesi però Garibaldi irruppe col suo esercito appena sbarcato a Marsala e sconfisse i Borboni nella battaglia del Ponte dell’Ammiraglio, accolto dalla folla in festa.
Palermo entrò a fare parte del Regno d’Italia perdendo così i privilegi di capitale e la luogotenenza, relegata al rango di capoluogo di provincia. Seguì una serie di riforme burocratiche e amministrative. L’economia continuava a versare in pessime condizioni, né l’unità produsse significativi miglioramenti in tal senso. L’aristocrazia era in crisi, mentre nel 1866 furono soppresse le corporazioni religiose, accentuando così i problemi delle classi più povere che vivevano anche delle commesse dei nobili e della Chiesa.
Ancora la borghesia non era in grado di sostituirsi all’aristocrazia in termini di risorse e lavoro, ma stavano cominciando a operare nell’isola alcuni imprenditori stranieri e di “negozianti” locali che avrebbero presto rilanciato in modo dinamico la crescita. In alcuni casi, contribuirono anche all’arricchimento del patrimonio urbanistico-edilizio di Palermo, come avvenne per i Florio, per Giachery, Ingham, Chiaramonte-Bordonaro. Anche la cultura e gli studi avrebbero vissuto, grazie a grandi intellettuali e artisti (da Basile a Gallo fino ad Amari, ma altre decine potrebbero essere gli esempi), un periodo di grazia che da tempo mancava.
L’annessione del Regno delle Due Sicilia al Regno d’Italia nel 1860 comportò dei consistenti danni al patrimonio edilizio della città a causa dei bombardamenti borbonici. Il Comune, una volta insediatosi, dovette provvedere alla ricostruzione. E’ sempre in quell’anno fatidico che si cominciò a ragionare su dei piani per rendere la città migliore dal punto di vista dell’igiene e da quello della viabilità, col risanamento dei vecchi quartieri.
Il sindaco Duca Della Verdura e il Consiglio civico affidarono a sei architetti tra cui G. B. Filippo Basile il compito di studiare un piano di riforma e di ingrandimento della città. La commissione produsse tre progetti che però non vennero mai attuati. L’unico intervento deciso dal Consiglio civico fu la costruzione di un quartiere negli orti di proprietà Carella, operata in seguito a un compromesso tra l’amministrazione comunale e il proprietario. La città si saldò così col Borgo Santa Lucia e con altre zone già urbanizzate.
Altri piani vennero studiati ma mai approvati, e le modifiche ulteriori, in mancanza di un piano organico e generale, vennero attuate in maniera parziale e frammentata, in certi casi aumentando i problemi igienici di alcune zone. Il primo piano regolatore, fattosi ormai imprescindibile (molto spesso lo sviluppo urbano avvenne nelle contraddizioni di parti della città fatiscenti e senza una regolare rete fognaria), fu quello elaborato dall’ingegnere Felice Giarrusso nel 1885, modificato da alcune varianti. Venne attuato come “Piano di risanamento ed ampliamento del 1889”. Una serie di interventi necessari per una città che nel frattempo aveva continuato il suo processo di sviluppo e arricchimento edilizio.
Come esempio, valgano per tutti i grandi teatri: il Politeama, opera di Giuseppe Damiani Almeyda, fu inaugurato nel 1874, un anno dopo furono invece inaugurati i lavori per il Teatro Massimo, progetto di Basile. La sua costruzione durò circa venti anni e, forse a testimonianza di qualche oscuro presagio, fu contrassegnata dalle polemiche. La stazione centrale fu invece inaugurata nel 1886 nella parte meridionale della città, lo stesso anno in cui fu anche ulteriormente prolungata via Libertà (la prima stazione ferroviaria risaliva al 1863, con l’unico tratto ferroviario che collegava Palermo a Bagheria).
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