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STORIA

Da Panormo a Palermo: una breve storia
di Daniele Sabatucci

L’Esposizione nazionale e la Palermo del Novecento

Alla fine del XIX secolo si svolse l’evento senza dubbio più importante per la città di quel tempo: Palermo fu infatti sede dell’Esposizione nazionale del 1891-2, definita da Di Matteo «grandiosa fiera della produzione e della tecnica, ma anche delle arti e del costume, che fu evento cardine nella vita economica e sociale della città», situata nel quadrilatero tra via Dante, via Principe di Villafranca, via La Farina e via Libertà. Alla fine dell’Esposizione fu costruito in quell’area un rione che si andò poi progressivamente allargando.

Prosegue Di Matteo: «In una tale temperie di eletta tensione in direzione del rinnovamento urbano, vi fu spazio anche per una breve ma intensa stagione di eclettiche sperimentazioni architettoniche, che, nel segno di un revival di motivi veramente inclini ad ascendenze gotico-veneziane, catalaneggiantii, rinascimentali, immisero nella città borghese e dei ricchi nuovi inserti di capricciosa eterogeneità». L’ampliamento urbano prosegui anche verso altre direttrici. In via Notarbartolo furono costruite numerose villette.

Tra il 1894 e il 1898, per cercare una soluzione ai problemi del traffico, fu deciso il taglio di via Roma da piazza San Domenico e corso Vittorio Emanuele. Altri tagli furono operati tra piazza San Domenico e via Cavour, e tra corso Vittorio Emanuele e via Lincoln. La Duca così commenta quelle opere: «E’ questo l’esempio più infelice di un intervento urbanistico. Nella configurazione planimetrica della città la via Roma appare come la soluzione di un problema di geometria […] Purtroppo, il taglio della via Roma travolse quanto incontrò lungo il suo percorso, distruggendo monumenti di grande interesse, lasciando lungo i suoi lati la miseria dei vecchi rioni che due pietose cortine di nuovi edifici opportunamente nascosero». Altri discutibili interventi riguardarono l’antico rione Conceria, nella zona del Papireto, e i rioni Sant’Agata e Albergheria.

Più o meno sulla stessa linea il giudizio di Di Matteo: «Il risultato, per via della duplice cortina di bei palazzi dal signorile impianto umbertino sorti ai margini della lunga arteria, fu architettonicamente felice; ma l’opera alterò coi suoi traumatici sventramenti il disegno storico della città, cancellò interi rioni […], travolse monumenti d’insigne effigie». Sempre in nome di un presunto “risanamento” furono abbattute quasi interamente le mura cittadine. Non mancò in ogni caso, accanto a queste opere, una folta schiera di intellettuali che in ogni campo del sapere continuarono a dare lustro alla città: tra gli altri, lo storico e scrittore politico Isidoro La Lumia, il filosofo Cosmo Guastella, i medici Nicolò e Vincenzo Cervello.

L’evolversi della situazione politica nazionale portò lo Stato (caratterizzato in modo fortemente centralistico) a passare dall’indifferenza nei confronti della Sicilia a porla al centro dell’attenzione- L’isola fu oggetto di inchieste come quella operata durante il governo della Destra Storica da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Anche la Sinistra storica volse il proprio sguardo ai problemi siciliani, ma ciò non bastò a risolverli. Vennero anzi sempre più accentuati da misure che favorivano il Nord (il cui sviluppo lo allontanava dal Meridione con un solco sempre più profondo). Questa situazione sfociò in un’altra drammatica rivolta popolare, quella dei Fasci dei lavoratori del 1893-4. Una durissima repressione colpì la protesta contadina e operaia che coinvolse soprattutto i paesi circostanti, con decine di morti e arresti, ma che ebbe risonanza anche in città.

L’avvento del ventesimo secolo portò con sé ulteriori arricchimenti artistici per Palermo, con il proliferare di una serie di abitazioni liberty. La città viveva grazie alla spinta di alcune famiglie (soprattutto i Florio) un periodo di grande mondanità e di espansione economica. Una vera belle époque che Di Matteo immortala così: «Era il tempo bello di Palermo, quando la città interpretava e rilanciava oltre le frontiere nazionali le suggestioni di una sfavillante mondanità, nella quale – sacerdotessa la bella donna Franca Florio – la grande Europa, disertando Parigi, a Palermo rappresentava se stessa […] Palermo visse una stagione irripetibile da capitale mediterranea del bel mondo». Al declino dei Florio seguì inevitabilmente il declino della città.

Il fascismo non incontrò a Palermo (così come in gran parte della Sicilia) opposizioni di rilievo, affermandosi in un clima di accettazione comunque superficiale. Venne comunque avviata una serie di opere pubbliche di cui ancora oggi restano ampie tracce nel tessuto del centro cittadino, con la loro magniloquente e pesante architettura in stile classico da Roma imperiale: il palazzo delle Poste e quello del Bando di Sicilia in via Roma, oppure il palazzo di giustizia. Altri interventi più sobri, non commissionati dal governo fascista, furono operati in città e riguardarono l’apertura di strade o di edifici (anche scolastici), fognature, cliniche universitarie, plessi di case popolari. Niente fu fatto invece per risanare i quartieri del centro storico.

Sul versante culturale, la città mantenne un certo fermento e il fulcro di questo può essere individuato nel Futurismo, che visse qui anni di splendore alimentati anche dalla frequente presenza del nume tutelare del movimento, Tommaso Marinetti. Bagheria ospitava un cenacolo di artisti e letterati futuristi. Tra i primi, Pippo Rizzo e Vittorio Corona. Altri più giovani inizialmente si avvicinarono a queste correnti favorite dal regime per poi distaccarsene dopo il 1930 aprendosi ad altre esperienze: Renato Guttuso, Lia Pasqualino Noto, Giovanni Barbera, Nino Franchina, più tardi lo stesso Rizzo. Fioriva la scena letteraria e anche quella musicale raccoglieva onori grazie al compositore e direttore d’orchestra Gino Marinuzzi.

Nel 1939 fu indetto un concorso pubblico per un piano regolatore che sostituisse il “Piano Giarrusso”. Tutto fu bloccato dalla guerra, che sconvolse la città com’è ovvio che sia, producendo inoltre, a causa dei bombardamenti, terribili devastazioni e un autentico scempio del tessuto urbano ed edilizio. 1560 i morti, decine i palazzi e i monumenti spazzati via dalla follia bellica.
Gli americani entrarono in città il 22 luglio 1943. L’amministrazione Amgot guidò la transizione fino alla restituzione della Sicilia al governo italiano il 14 febbraio 1944.

Nel 1945 Palermo fu inserita dalla nuova legge sui “piani di ricostruzione” tra le città che dovevano obbligatoriamente adottarne uno. Ciò avvenne due anni dopo con decreto del presidente regionale, nello stesso anno in cui veniva appunto costituita la Regione Sicilia e Palermo ne diventava capoluogo. Il piano comprendeva anche l’ampliamento della città in cinque zone, ma nonostante fosse transitorio incise in maniera permanente sullo sviluppo cittadino senza darne però una visione d’insieme. Ciò favorì tra l’altro l’avvento delle speculazioni edilizie.

Il nuovo piano regolatore generale di Palermo fu introdotto nel 1963 dopo un lungo iter burocratico. Da quel momento l’ampliamento del tessuto urbano si estese a macchia d’olio, in maniera distruttiva e indiscriminata, il cemento devastò le parti verdi della periferia, e a farne le spese fu anche via Libertà, le villette che la caratterizzavano distrutte senza alcun ritegno. La speculazione innanzi tutto.

Racconta Salvo di Matteo a proposito della speculazione dei privati e dell’inerzia delle istituzioni, che la ormai popolosa città: «s’allargava, banalmente geometrizzata, nei nuovi quartieri residenziali, sottratti giorno dopo giorno alle colture di quella ch’era stata la Conca d’Oro. E per il centro storico, il più vasto d’Europa, non vi fu luce: trascurato da tutti gli strumenti urbanistici […], curanti solo di programmare l’espansione territoriale della città, restava, con le ferite incancrenite del vecchio corpo, con la persistenza delle malsane condizioni delle povere e tortuose aree del suo cuore antico, dei folkloristici e seduttivi mercati, a perpetuare la sconsolante immagine di un degrado conservatosi fino ai nostri giorni».

Quello che vediamo oggi, con l’espansione cittadina soprattutto verso nord, è una città separata (spaccata?) in maniera piuttosto netta tra la sua parte vecchia e quella nuova. Sempre a cavallo tra cronaca e storia, troppo spesso al centro dell’attenzione nazionale e internazionale per vicende che con la ricchezza culturale o la bellezza dei paesaggi niente hanno a che fare. Se la mafia e il torbido affarismo politico (dal “sacco di Palermo” alle stragi, fino alla piaga del racket delle estorsioni, il “pizzo”) hanno incancrenito un normale sviluppo per questa perla di città, vediamo oggi come alcune zone del centro storico portino ancora i segni del conflitto e della miseria, del degrado fisico e in molti casi culturale. Palazzi sventrati e fatiscenti.

Una città vecchia, più che antica, eppure ancora vitale grazie soprattutto a coloro che la abitano e che vi operano, nuove generazioni di immigrati compresi: l’Albergheria in particolare, ma non solo. Anche la Kalsa, recentemente, sembra avere trovato nuova linfa vitale. Segni di rinascita, l’ennesima, o forse solo di perpetua lotta per la sopravvivenza.

Bibliografia:
Salvo Di Matteo, “Palermo. Storia della città dalle origini a oggi”, Kalós
Rosario La Duca, “Palermo ieri e oggi. Vol. 1: la città”, Promopress

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