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La più grande evasione d'Italia fu in Sicilia: quando 127 detenuti scapparono dal carcere

La mattina del 25 dicembre del 1862 un silenzio irreale regnava nel carcere. Nelle celle non c’era più alcun detenuto: i 127 "ospiti" della patria galera erano evasi

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 15 agosto 2023

Una delle scritte lasciate dai prigionieri nelle carceri dello Steri di Palermo

Il giorno di Natale del 1862, dopo avere scavato un tunnel, dal vecchio carcere di Agrigento, 127 pericolosi detenuti evasero che sorgeva sul poggio più alto della collina.

Si tratta ancora oggi della più grande evasione - per il numero di detenuti fuggiti - che sia stata realizzata dalla nascita dello Stato italiano.

I protagonisti furono detenuti imputati, condannati, e renitenti alla leva, che riuscirono a rompere muri, a scalar finestre con funi di paglia: l'operazione durò per nove ore.

I guardiani di nulla si accorsero? Le sentinelle esterne nulla videro?

Ai primi di dicembre, il Prefetto di Agrigento Enrico Falconcini aveva ricevuto una lettera anonima che lo metteva in guardia circa una possibile evasione di alcuni carcerati dal reclusorio agrigentino.

Falconcini ordinò immediatamente un’ispezione che venne effettuata il 22 dicembre. Quel Prefetto aveva visitato qualche settimana prima quel carcere ed era rimasto allibito, trovandolo sporco e male organizzato.
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Destituì allora il capo delle guardie e al suo posto arrivò un capoguardia settentrionale. Una epurazione che in poco tempo riguardò tutte le guardie, così che i custodi, come annota nelle sue “Memorie Storiche” Giuseppe Picone, “sono tutti continentali”.

La compagnia del 37° reggimento, una decina di Carabinieri e molte guardie della Pubblica Sicurezza misero sottosopra il carcere per scoprire prove di un possibile tentativo di fuga, come si diceva nella lettera anonima.

Con spranghe di ferro si batterono pavimenti, soffitti, pareti allo scopo di sentire eventuali vuoti.

Si perquisì tra gli effetti privati dei detenuti e gli stessi carcerati furono perquisiti. La relazione che arrivò al Prefetto assicurava che non si era trovato nulla da far sospettare la preparazione di un tentativo di fuga. Il clima nel carcere era quello solito e la sera di Natale i detenuti si scambiarono abbracci e auguri sotto gli occhi dei custodi “continentali”.

La mattina del 25, giorno di Natale, un silenzio irreale regnava nel carcere agrigentino. Nelle celle non c’era più alcun detenuto: tutti i 127 “ospiti” di quella patria galera erano evasi attraverso uno scavo effettuato proprio sotto a uno dei cameroni che erano stati attentamente esaminati.

Si comprese subito che non avevano fatto tutto da soli “Non sarebbe fuor di luogo il supporre che i guardiani che eranvi prima degli ultimi venuti, spinti forse dal dispiacere di essere stati posti in libertà (ossia licenziati, n.d.r.) e privati del pane non che per desiderio di oscurare la fama di quelli che trovansi al presente, abbiano ideato una tale evasione, onde mostrare che quelli ora venuti mal sanno adoperarsi per la custodia dei detenuti”, scrisse nella sua relazione il Delegato centrale Gaudio Francesco, che leggiamo nel libro di Enrico Falconcini “Cinque mesi di Prefettura in Sicilia”.

Insomma, si era trattato di una raffinata vendetta del capoguardia e degli altri custodi licenziati per far posto ai “continentali”.

E nella relazione inoltre leggiamo: “è quasi certo che il guardiano Salvatore Parrinello abbia avuto parte e sia stato conscio di questa fuga, giacchè dal luogo ove trovavasi avente una finestrella prospiciente nel carcere, è impossibile non abbia per nulla veduto l'evasione”.

Il Genio civile condusse la propria indagine e in un documento particolareggiato si sosteneva che tra i carcerati c’era chi aveva “ingegno e conoscenze tecniche di scavo non comuni”.

Falconcini per quel brutto affare perse il posto: da Torino, l’11 gennaio 1863 arrivò ad Agrigento un telegramma del ministro gli comunica che “in data d’oggi è stato dispensato dalla carica di prefetto di codesta provincia”.

Non sarà mai più prefetto di nessun’altra provincia. Scriverà un libro, “Cinque mesi di prefettura in Sicilia”: un’autodifesa corredata da un centinaio di documenti, su questa e su altre vicende.

In realtà persino gli Intendenti borbonici nelle loro relazioni annuali da tempo riferivano ai loro Re che le condizioni del carcere agrigentino erano pessime e troppo ristretto era quel reclusorio per contenere così tanti e pericolosi detenuti. Era stato presentato anche un progetto nel 1857 per la realizzazione di un nuovo carcere, ma non se ne fece nulla.

Quei detenuti, infine, per alcuni mesi fecero parlare di sé per altri clamorose imprese delittuose. A Comitini, un centro minerario a pochi chilometri da Agrigento, il 23 marzo 1863, circa 50 di quegli evasi, armati sino ai denti, sequestrarono ben 300 operai e lo stesso Gaetano Leone, amministratore della zolfara “Mandrazzi Genuardi”, richiedendo per il loro rilascio un riscatto di circa 26 mila lire, che venne poi ridotto a 5000 lire (cfr. Angelo Cutaia, Comitini nella cronaca).

Dopo il pagamento del riscatto, gli ostaggi furono liberati e mai i loro sequestratori fecero perdere le proprie tracce. Un famigerato assassino Carmelo Alaimo, tra quelli evasi dal carcere di Agrigento, dove stava espiando una condanna a venticinque anni di lavori forzati, venne dopo alcune settimane dall’evasione rintracciato e ammanettato.

“Carmelo Alaimo era un uomo di forze erculee e nel fiore degli anni e vedendosi controllato da un solo carabiniere, con uno sforzo improvviso quanto prodigioso, in men che non si dica, si sciolse dai ferri, si avventò sul poliziotto Di Carlo che lo sorvegliava e gli tolse il revolver che teneva appeso alla cintura.

Il militare però, conservando anche di fronte al pericolo una notevole presenza di spirito e non poco sangue freddo, spiccato un salto indietro, riuscì ad assestare con il proprio moschetto un colpo violento sul capo dell’assassino lasciandolo tramortito, proprio nell’attimo in cui questi armava il cane del revolver. Fattolo quindi stramazzare a terra lo rimise in ferri per bene” (Raffaele Camposano, Poliziotti d’Italia tra cronaca e storia, prima e dopo l’Unità).

Dopo quella storica evasione, il carcere agrigentino da cui i 127 erano evasi venne chiuso e lo stesso Prefetto Falconcini affrettò una decisione a cui aveva già pensato: inaugurare un nuovo carcere nell’antico convento dei frati minori riformati di San Vito, del XV secolo, che infatti ha funzionato da carcere sino al novembre del 1996.
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