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Simone Mannino: necessità di una pittura vitale

  • 4 dicembre 2005

Si è inaugurata nei locali del teatro Garibaldi alla Kalsa la mostra che chiude il ciclo espositivo di “Anteprima-frequenze contemporanee” (visitabile fino al 15 dicembre in via Castrofilippo 30, tutti i giorni dalle 18 alle 20) curata da Simone Mannino in collaborazione con la Galleria Prati di Palermo. Il ciclo di sette mostre ha visto la partecipazione di alcuni giovani artisti tra cui Andrea Cusumano, Pino Grisanti, Philip Berson, Elisa Nicolaci, Gianluca Scuderi, Samuele Calabrò e Michel Ferraro. E’ proprio Simone Mannino (Palermo, 1981), invece, il protagonista dell’ultima mostra in cui presenta quindici sue opere inedite. “Incipit” è il titolo di questa personale che costituisce in un certo senso il proseguimento delle opere presentate da Mannino nell’ambito dell’ultima edizione della manifestazione d’arte contemporanea il “Genio di Palermo - Spazi aperti degli artisti”, ideata da Eva di Stefano. I quadri di Mannino presentati per l’edizione 2005 del Genio si distinguevano per un maggiore realismo che riprendeva un po’ la pittura di Renato Guttuso. Queste opere sono caratterizzate da una spontaneità del gesto, dell’improvvisazione pittorica, che avvicina maggiormente questi lavori alla pittura informale, all’unione di gesto e figura che ritroviamo nelle opere del pittore Willem de Kooning, esponente dell’espressionismo astratto americano. La figura, infatti, è quasi sempre presente nelle opere di Mannino, a volte come un’ombra, altre volte come un volto che si ripete e a cui dedica un’attenzione costante.

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In particolare, nel ciclo di quattro opere dedicato al nucleo familiare, possiamo osservare la presenza di volti, di corpi deformati dalla velocità dell’esecuzione pittorica. Corpi avvolti da un guscio protettivo che poi si disgrega, si disintegra lasciando la donna e la sua fertilità da sola nella sua imponenza. In questo lavoro il colore è quasi scomparso, lasciando soltanto le figure che si stagliano sul bianco della tela. Il tratto nasce semplicemente dal pennello sporco, caratterizzando così l’istantaneità della creazione che nelle altre opere prende vita dal caso, da un particolare che viene trasformato e dà vita a qualcosa che l’artista non aveva ancora previsto. Ecco che allora un quadro che doveva essere realizzato in orizzontale, Simone lo realizza in verticale e un dittico si spezza per dar vita a due quadri separati. La non progettualità, la casualità della creazione permette la nascita di una pittura fortemente vitale, in continua evoluzione, che l’artista deve domare, interpretare continuamente. Il colore a volte è violento, quasi espressionista, altre volte è soltanto un bicolore da fotografia. Sta all’artista allora trovare un senso ad ogni singolo quadro, che si materializza attraverso“l’impeto del gesto, scaturito dall’instabilità e la precarietà di un vivere fisico e di un sentire interiore”, scrive Ornella Fazzina. I quadri sembrano possedere un’energia propria, un segreto che solo l’artista è capace di scovare, di portare alla luce, attraverso la ricerca di un senso artistico continuamente in fieri.

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