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Riemerge un tesoro della Palermo nascosta: gli affreschi "restaurati" da cittadini e turisti

Un luogo meno in vista ma tutto da scoprire. Pur non essendo "ufficialmente" parte del percorso arabo normanno, ha una storia antica e piena di fascino

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 22 gennaio 2023

Palermo con la sua storia e la sua cultura stratificata, frutto delle molteplici influenze etniche che vi si sono avvicendate fin dai tempi più remoti, è come un enorme forziere dal quale vengono fuori tesori che sono autentici gioielli.

Ai luoghi più ridondanti si uniscono altri meno in vista, a volte proprio minuscoli, che spesso sono quelli che nascondono inaspettate sorprese.

Uno di questi è sicuramente la Chiesa di Santa Cristina La Vetere, un luogo dove alla storia agiografia della Santa si mescolano l'arte e la cultura dell'epoca medievale, cardine della millenaria epopea palermitana, e i cui affreschi oggi sono stati recuperati grazie ad una raccolta fondi che ha visto partecipare insieme cittadini e visitatori.

Siamo andati a farci raccontare questa storia guidati dall'architetto Antonella Italia esperta in restauro e Presidente dell'Associazione culturale "Itinerari del Mediterraneo - Itimed" che da oltre quindici anni con i suoi volontari si occupa della cura, della custodia e delle visite guidate, la cui intensa attività di promozione ha messo in luce questo bene prezioso, inserito ormai da anni nella prestigiosa manifestazione "Le Vie dei Tesori".
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Ci troviamo dietro la cattedrale entrando nella seconda traversa a destra di via Matteo Bonello e adiacente alla Loggia dell’Incoronazione che, come ci racconta l'architetto, è «il breve tratto sopravvissuto di quella che era l'antica via dei pellegrini che lambiva le mura cittadine quando Palermo era sull'asse che collegava la Sicilia al resto d'Europa, tappa fondamentale di sosta del lungo cammino che portava i viandanti fino in Terra Santa».

Un edificio turriforme probabilmente riadattato per custodire le spoglie di Santa Cristina originaria di Bolsena, donate all’Arcivescovo Gualterio Offamilio nel 1171 - successivamente divenuta una delle quattro patrone di Palermo prima del culto di Santa Rosalia, era quella non siciliana - arrivate da Sepino navigando sul fiume Papireto, per le quali fu necessario trovare una sistemazione in attesa che si conpletasse la ristrutturazione della vecchia Cattedrale.

Nascosta come un vero e proprio tesoro da scoprire, pur non essendo "ufficialmente" parte del percorso arabo normanno, ufficiosamente ne ha pieno titolo poiché lo rappresenta pienamente esternamente come internamente, resistendo alle ingerenze del tempo, nonostante le trasformazioni del tessuto urbano.

La semplicità esterna dell'impianto architettonico, probabilmente il primo livello di una torre successivamente adibita a luogo di culto, presenta una facciata principale caratterizzata da un elegante portale d’ingresso risalente ad un intervento estetico del XVI secolo, che ci introduce ad un interno la cui conformazione è perfettamente aderente alle costruzioni dell'epoca normanna.

Una austerità alla quale fa da controcanto un impianto scenografico mosso da archi a sesto acuto in pietra di tufo sulla pianta a croce greca, con navata centrale e due piccole laterali, che con i quattro massicci pilastri collocati simmetricamente, formano grandi arcate che si incrociano nella volta centrale a crociera.

Sovrasta l'abside, aggiunto successivamente, una volta a crociera che presenta un impianto barocco con eleganti stucchi bianchi, con le insegne della confraternita dei Rossi. Ed è in fondo alla navata sinistra nell'unica nicchia presente che troviamo l'affresco che ritrae i due apostoli più importanti della storia cristiana, i Santi Pietro e Paolo, sovrastati dalla piccola colomba bianca simbolo dello Spirito Santo e che recentemente sono stati oggetto di un importante restauro conservativo e di recupero.

A seguito del Nulla Osta della Soprintendenza ai Beni Culturali di Palermo che ha seguito tutto l'iter dei lavori, e dopo un attento studio delle superfici e dei cromatismi originali, sono stati avviati i lavori condotti dalla restauratrice Vittoria Maniscalco, autrice pure dei restauri di palazzo Butera, palazzo Petrulla e Villa Virginia.

Con interventi che hanno messo in sicurezza l'opera datata alla seconda metà del Cinquecento, ma probabilmente risalenti al tardo Quattrocento, secondo un progetto di restauro conservativo, che, mantenedo le lacune e le stratificazioni storiche, ha ridato luce e consistenza alle due figure nelle loro forme e nei colori originari.

« In realtà questo non era l'unico bene prezioso - ci spiega l'architetto Italia - in questa chiesa erano presenti altre opere d'arte di grande importanza, come due dipinti: la tela raffigurante la Madonna dell’Itria con San Calogero, Santa Cristina e Santa Ninfa di Gaspare Vazzano detto lo Zoppo di Ganci e un trittico di Nicola di Maggio raffigurante la Vergine Maria, Santa Cristina e Santa Caterina, oggi alla Galleria Regionale di palazzo Abatellis, del quale abbiamo esposto la riproduzione fotografica In passato ad opera dell’archietto Valenti».

La chiesa era stata già oggetto di interventi che avevano in parte recuperato lo stato di abbandonano e in parte, purtroppo, distrutto importanti testimonianze come la cripta che si trovava al centro della chiesa andata definitivamente perduta, di queste parti è possibile vedere alcune fotografie storiche esposte su una delle pareti della navata sinistra proprio per offrire una visione completa della storia della struttura intorno agli anni ‘30 del secolo scorso.

In effetti è proprio la storia di questo luogo ad aggiungere ulteriore fascino: in origine fu concessa ai padri Cistercensi che ne presero il possesso per qualche anno e successivamente, nella seconda metà del cinquecento la chiesa fu affidata alla compagnia della S.S. Trinità detta dei “Rossi” per il colore del “mantello” indossato dai suoi confratelli.

La loro opera consisteva nel praticare "l'hospitalia" quindi accogliere nell’attiguo spazio alla chiesa i pellegrini e i viaggiatori diretti o di ritorno dalla Terra Santa, offrendo cure e riparo, oltre a dare sepoltura ai defunti.

Un accenno per concludere alla storia della giovanissima Cristina: martire sotto l'impero di Diocleziano nella cittadina di Bolsena, subì il martirio innanzitutto dal padre non rassegnato alla conversione della figlia e al suo rifiuto di rinuncia alla fede cristiana. Una storia bellissima che i volontari raccontano con aneddoti e particolari interessanti, che vi consigliamo di farvi raccontare.

Un motivo in più per andare a vedere questo piccolo e prezioso gioiello incastonato nel tessuto dei tesori cittadini, al quale si può accedere contattando l'associazione direttamente sul suo sito o inviando una mail info@itimed.org.
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