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Sofonisba, l'artista che dipinse anche (quasi) cieca: siciliana d'adozione, ispirò Caravaggio

Indipendente, colta e talentuosa, protagonista della vita culturale del tempo, fu ritrattista del re di Spagna. La sua tomba si trova in una chiesa di Palermo

  • 10 marzo 2023

Dettaglio dell'opera di Sofonisba Anguissola, "Fanciullo morso da un gambero" e a destra un dettaglio dell'opera di Caravaggio "Ragazzo morso da un ramarro"

Un’artista straordinaria, figura di spicco del tardo Rinascimento e del Manierismo, stimata da Michelangelo, Vasari, Rubens e Van Dyck, che arrivò ad influenzare persino Caravaggio. Sofonisba Anguissola (1532 c.ca-1625), cremonese d’origine e siciliana d’adozione, fu una donna controcorrente, capace di infrangere gli stereotipi di genere.

Indipendente, colta e talentuosa, fu protagonista della vita culturale del suo tempo, riuscendo nella faticosa conquista di uno spazio tutto suo all’interno di una società ancora profondamente maschilista che incasellava la donna in ruoli di subordine.

Primogenita di una di nobile famiglia cremonese, Sofonisba nacque senza dubbio in un contesto privilegiato. Durante i primi anni della sua carriera il padre Amilcare stabilì diversi contatti con i personaggi più influenti del tempo per promuovere il suo talento.

Fino a che, un giorno, Michelangelo in persona rimase colpito da un suo disegno raffigurante l’espressione di una bambina che deride una vecchia che studia l'alfabeto (il disegno è oggi custodito a Firenze, nel Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi).
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Notoriamente parco di complimenti, l’ormai anziano Michelangelo ebbe Sofonisba in grande considerazione, tanto da intrattenere con lei una fitta corrispondenza e da chiederle di realizzare un altro disegno con la rappresentazione dell’emozione opposta al riso.

Fu così che la giovane artista inviò al maestro uno schizzo che ritraeva il fratello morso da un granchio, riuscendo anche questa volta a catturare l’istante che, in questo caso, coincideva con un’espressione di dolore: il momento esatto in cui una smorfia si trasmette nei tratti del volto (il disegno del “Fanciullo morso da un granchio” si trova oggi al Gabinetto dei Disegni e delle Stampe del Museo di Capodimonte a Napoli).

L’abilità di Sofonisba nel cogliere la profondità psicologica dei soggetti si inserisce perfettamente nel filone degli studi fisiognomici, originati dal rinascimento lombardo, che trovano l’apice nell’opera feconda di Leonardo: “Considerate quelli che ridono, quelli che piangono, guardate quelli che con ira gridano, e così tutti gli accidenti delle menti nostre”, perché, diceva il Da Vinci, “se le figure non esprimono la mente, sono due volte morte”.

Grazie alla sua bravura, sottolineata anche dal contemporaneo Vasari, Sofonisba diviene la ritrattista ufficiale della corte del re di Spagna Filippo II, dove resta fino alla morte della sua protettrice, la giovane regina Isabella di Valois alla cui leggenda (era stata costretta a sposare il padre del suo amato) si ispirerà Verdi con il “Don Carlos”.

Nonostante la sua notorietà, a differenza dei colleghi maschi, l’Anguissola non sarà mai pagata in contanti, ma solo con doni e rendite, come testimonia la documentazione dei pagamenti incassati per lei, prima dal padre e poi dal fratello Asdrubale.

Nonostante le difficoltà, Sofonisba riuscirà a infrangere le consuetudini del suo tempo, secondo cui la donna era una mera appendice dell’uomo (marito, padre o fratello che fosse) e, nonostante due matrimoni, firmerà sempre le sue opere con il suo cognome.

Sposatasi per la prima volta quasi quarantenne (tardissimo per quei tempi!) col nobile siciliano Fabrizio Moncada, lascia la Spagna per la Sicilia.

Trascorre un periodo tra Palermo e Paternò, dove il marito è governatore della città, lasciandovi un’opera che ancora oggi è possibile ammirare: “la Madonna dell’Itria”, custodita nell’ex monastero della Santissima Annunziata.

Alla morte del Moncada, rimasto vittima di un assalto pirata, dopo avere rifiutato diversi pretendenti, riparte alla volta di Cremona. Durante il viaggio conosce il capitano della nave, il nobile genovese Orazio Lomellini e, contravvenendo ancora una volta agli usi del tempo, si sposa per la seconda volta con lui, un uomo che sceglie lei stessa, senza chiedere il permesso né al fratello né al re di Spagna, dal quale riceveva un vitalizio.

Dopo un periodo vissuto a Genova, Sofonisba tornerà a Palermo dove, ormai quasi del tutto cieca, concluderà la sua vita continuando a dipingere nonostante l’oggettiva difficoltà.

Un anno prima della sua morte, nel luglio 1624, Antoon Van Dyck, succedutole come ritrattista ufficiale alla corte spagnola, giungerà a farle visita.

Di questo incontro memorabile resta uno straordinario schizzo a china che il giovane pittore fiammingo appunta sul suo famoso “taccuino italiano”, per poi trasferirlo su tela. A quanto pare, lo stesso Van Dyck affermerà di avere “ricevuto maggiori lumi da una donna cieca che dallo studiare le opere dei più insigni maestri”.

Sofonisba muore il 16 novembre del 1625, ma la luce di una personalità così straordinaria difficilmente si spegne e il suo ascendente verrà riscontrato nell’opera del maggiore innovatore della pittura italiana tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento: Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Il talento di Sofonisba giungerà fino al Merisi proprio attraverso i disegni del già citato carteggio col Buonarroti. Secondo una recente ipotesi, infatti, Caravaggio potrebbe aver visto una copia del “fanciullo morso da un granchio” nella bottega del Cavalier d’Arpino, pittore presso cui il maestro lavorò all’inizio del suo soggiorno a Roma.

Ecco dunque spiegati i riferimenti all’Anguissola che lo stesso Roberto Longhi aveva notato per quanto attiene ad un’opera di Caravaggio che, tra l’altro, apparteneva al critico: “Ragazzo morso da un ramarro” (Prima versione del 1595-1596, oggi conservata presso la Fondazione Longhi a Firenze).

È dunque molto probabile che, per esprimere la spontaneità della reazione improvvisa ad un morso e la dolente contrazione muscolare, il Caravaggio si sia lasciato ispirare dall’intuizione di Sofonisba, pur caricandola di nuove suggestioni e simbologie.

La tomba di Sofonisba si trova all’interno della chiesa di San Giorgio dei Genovesi a Palermo.
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