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Tre giorni in un paradiso vicino a Palermo: tra "guglie" rocciose, panorami e cascate

Vi raccontiamo una splendida escursione in Sicilia, tra le meraviglie del palazzo gentilizio in aperta campagna e guglie rocciose come quelle delle cattedrali gotiche

Santo Forlì
Insegnante ed escursionista
  • 31 marzo 2023

Fra il Bosco della Ficuzza e la Rocca Busambra ci sono meraviglie tutte da scoprire. Dallo splendido palazzo gentilizio in aperta campagna alle guglie rocciose come quelle delle cattedrali gotiche. Per non parlare della vista su lontani e sconfinati orizzonti e i campi coltivati su morbidi declivi.

Ma andiamo con ordine. Il 17 marzo sono partito da Messina insieme al gruppo “Camminare i Peloritani” per raggiungere Corleone (sede del nostro albergo) ed effettuare tre giorni di escursioni al bosco della Ficuzza e alla Rocca Busambra.

Arrivati alle 10.30 abbiamo subito iniziato con la visita allla Real Casina di caccia della Ficuzza di Ferdinando I di Borbone. Abbiamo ammirato la pregevole ed imponente struttura che sorge in uno spazio libero con un verde e grande prato sul davanti e la montagna ripida come una muraglia che appare immediatamente alle sue spalle.

Il suo sorgere in aperta campagna, in un luogo in cui non appaiono altre vestigia umane accresce notevolmente il fascino della sua armoniosa architettura, in cui risalta lo stemma gentilizio posto in alto al suo centro. Ne abbiamo visitato l’interno con alcune camere adibite alla mostra di numerosi volatili impagliati, con altre alla custodia di libri e di preziosi documenti notarili ed abbiamo pure visto la camera da letto dove il Borbone secondo le abitudini di famiglia riceveva gli ospiti.
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Una visita nel piano inferiore alla ex scuderia e siamo andati via.

Poi attraversando un’ampia e comoda sterrata abbiamo iniziato l’escursione vera e propria nella vasta riserva del bosco della Ficuzza, un’area fittamente ricoperta di giovani querce in cui, dopo l’abbandono delle pratiche agricole, la natura si è interamente ripresa i suoi spazi, i verdi prati erano punteggiati di margheritine bianche e da vivaci anemoni di un giallo intenso.

Un tratto di questa riserva è attraversato da un gorgogliante ruscello. A causa dell’ombrosità di questi luoghi abbiamo visto il muschio ricoprire i tronchi degli alberi e perfino qualche abbeveratoio è diventato verde per lo stesso motivo. La parte finale del nostro tragitto che si è snodato per una dozzina di chilometri lo abbiamo fatto seguendo un tracciato di una linea ferroviaria dismessa ai cui lati sorgevano poderose mura in ciottolato a protezione della stessa.

Il secondo giorno l’abbiamo trascorso come una tappa di avvicinamento e di perlustrazione per incominciare a prendere confidenza con il gigante Busambra, il massiccio roccioso dei monti Sicani più alto e più vasto di tutta la Sicilia occidentale.

Così dopo esserci incamminati per sentieri fangosi, intrisi di acqua anche in assenza di piogge recenti, forse per l’abbondante rugiada mattutina e per la natura particolarmente argillosa dei suoli, siamo giunti ai piedi dell’imponente bastionata rocciosa non prima di avere superato dei luoghi in cui era tutto un susseguirsi di bianche, aguzze e frastagliate pietraie che rendevano incerto il nostro equilibrio.

Meno male che potevamo aggrapparci ai tanti lecci sorgenti sul nostro cammino. Abbiamo contemplato dal basso il massiccio roccioso con coloriture rosate, con rocce affastellate come delle colonne sovrapposte e con riverberi di luce dorata. Aveva tutta l’aria di una fortezza inespugliabile.

Pertanto abbandonate le sue pendici ci siamo rifocillati e ritemprate le stanche membra su un’ampia radura essendo già scoccate le ore tredici.

La strada del ritorno per un vasto tratto è stata altrettanto ardua di quella dell’andata, abbiamo percorso sentieri in cui dovevamo aprire le gambe a compasso per stare sui loro bordi evitando il loro tracciato infossato ed invaso dalla melma fangosa in cui potevamo completamente sprofondare con le scarpe.

Alcune volte per evitare il fango dovevamo spingerci entro aree occupate da pruni selvatici ed arbusti spinosi entro cui non potevamo fare a meno di pungerci. Fra un esercizio di equilibrio e lo stoicismo da fachiri indiani, non abbiamo potuto fare a meno di rallegrarci la vista con le varie piramidi di argentea roccia sorgenti durante il nostro cammino la cui chiara sagoma rifletteva i raggi solari e con un paesaggio che era tutto uno spettacolo.

Arrivati alle nostre macchine vi siamo saliti a bordo e ci siamo diretti a Corleone e non distante dal centro abitato ci siamo fermati ad una postazione da cui abbiamo potuto vedere il luogo in cui l’omonimo fiume compie un salto di una trentina di metri in cui con due getti distinti si riversano le famose cascate che abbacinano per il loro straordinario candore, infatti scorrendo su un letto di rocce calcaree assumono una colorazione bianca lattiginosa.

Il terzo giorno abbandonata l’idea del percorso ad anello, siamo partiti decisi a conquistare la vetta di Rocca Busambra per la via più breve. Così dopo esserci portati con la macchina attraverso una strada rotabile a tratti un po’ sconnessa, l’abbiamo lasciata e parcheggiata in un’area situata ad un’altezza di mille metri circa.

Da qui abbiamo iniziato un percorso a piedi per raggiungere la cima della rocca. Dapprima abbiamo affrontato un sentiero in leggero declivio che si è snodato su dei prati coperti di tenera erbetta intervallata da roverelle ed arbusti, dopo esso è continuato su un’ampia scalinata in pietra con tanto di balaustra rocciosa ai lati che ci ha portato ad una quota superiore in cui il declivio si è bruscamente accentuato e in cui la nostra vista è stata allietata dalla presenza di candidi narcisi così raggruppati fra di loro da essere una composizione pronta per un vaso.

Più in alto il declivio è diventato più morbido ed abbiamo trovato un verde e vasto prato su cui pascolavano dei superbi cavalli. Lo abbiamo superato e ci siamo incamminati per dei sentieri in cui gli spazi erbosi diventavano sempre più limitati perché le pietre andavano a prevalere.

Anzi abbiamo visto una distesa che sembrava il selciato dei giganti in cui invece dei sanpietrini sembravano disposti dei sanpietroni. Da qui in avanti ci attendeva una pura ascesa in cui il sentiero è andato scomparendo e ci è toccato fare lo slalom fra i candidi massi rocciosi in pietra calcarea per riuscire a trovare una pendenza più agevole su cui proseguire. In qualche tratto per superare il dislivello abbiamo dovuto farci forza pure con le braccia aggrappandoci a qualcuno dei tanti speroni rocciosi.

Intanto il paesaggio che si apriva al nostro sguardo era magnifico nella sua selvaggia bellezza, di lato rispetto al nostro percorso vedevamo ergersi ardite guglie rocciose che si protendevano verso il cielo come cattedrali gotiche in una giornata limpida e soleggiata. Frattanto proseguivamo la nostra ascesa augurandoci che le gambe ci sorreggessero fino alla vetta e che qualche dolore alle ginocchia non ci bloccasse.

Finalmente giungemmo alla dilettevole cima 1613 metri di altezza dopo che mezzogiorno era già scoccato. Qui trovammo un pianoro di tenera erbetta un po’ meno vasto di un campo di calcio e delimitato da grossi biancheggianti massi. Giunti ai bordi della vetta abbiamo potuto spaziare lo sguardo per un vastissimo orizzonte in cui esso non trovava ostacolo per potersi dispiegare, così siamo riusciti a vedere la chiostra dei monti in lontananza e con sorpresa trovandoci quasi agli antipodi dell’isola siamo riusciti a scorgerli ed abbiamo riconosciuto con certezza la parte sommitale dell’Etna innevata.

Ritornati al prato dove ci eravamo precedentemente fermati abbiamo notato che delimitato da una barriera di massi c’era uno sprofondamento del terreno che ha costituito una vasta neviera naturale, infatti vi abbiamo trovata adagiata una spessa e candida coltre nevosa e ne abbiamo approfittato per fare un pupazzo di neve.

Dopo esserci abbondantemente riposati e rifocillati abbiamo intrapreso la via del ritorno che ci ha consentito di gettare lo sguardo sul vasto paesaggio, anzi anche durante il tragitto in macchina abbiamo constatato che qui più che in altri luoghi della Sicilia tutto sembra su ampia scala: la rocca la più alta e estesa dell’isola, i campi coltivati pure molto vasti e su morbidi declivi e perfino gli abbeveratoi degli animali avevano vasche più allungate rispetto al consueto.

Superfluo dire che le fatiche affrontate sono state ampiamente ripagate dalla gioia di avere visto un paesaggio davvero di un fascino unico che rimane impresso nella nostra mente e il cui ricordo si accompagna ad un senso di compiacimento per essere stati capaci di riuscire in un’impresa non proprio alla portata di tutti.
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