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Un tour a tappe tra panorami e vino: la Sicilia è ancora più bella se sai cosa bere

Se l'arabo normanno di Palermo si apprezza bevendo Syrah l'atmosfera fiabesca di Siracusa è ancora più intrigante con un calice di Moscato: sette posti per sette vini

  • 31 ottobre 2019

Terra ricca di itinerari naturali, percorsi archeologici e scenari unici, ecco la Sicilia raccontata in sette luoghi e altrettanti calici da degustare, iniziando dalla zona di Camporeale (Palermo).

Il patchwork dei campi circonda il paese, qui la Palermo arabo - normanna cede il passo alle scene campestri del pascolo, costeggiando la Magna via Francigena di Sicilia.

Nel tratto del percorso che va da Piana degli Albanesi a Corleone, Camporeale rappresenta una piccola deviazione, ma un calice di vino rosso rinfranca il viandante di ogni provenienza e vale la pena di una sosta: a rappresentare l’intensità dell’itinerario potrebbe essere un Syrah, un vitigno internazionale arrivato qui oltre trenta anni fa e che nel tempo si è "sicilianizzato" trovando fra queste terre le condizioni pedoclimatiche ideali per esprimersi al meglio.

La seconda tappa è Faro (Messina): tra il Tirreno e lo Ionio, c’è una lingua di terra affacciata sullo stretto e qui la geografia dello stivale non è solo un’ipotesi ma una presenza tangibile.
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Su questo promontorio affonda le sue radici il Nocera, antico vitigno noto già ai legionari romani. Idealmente dedicato a questa bellavista panoramica il colore fiammeggiante di un Rosato da Nocera ricorda un luogo e un momento ben preciso: è il sole che si tuffa dentro lo Stromboli, candidato ad essere patrimonio dell’Unesco.

La terza tappa, l'Etna: se la Sicilia è un microcontinente che racchiude una vasta biodiversità vitivinicola, il vulcano è a sua volta un mondo a sé.

Le circa 100 contrade che lo attraversano da versante a versante cambiano scenario a ogni km: dalle alte quote desertiche e lunari alle sciare nerissime macchiate di ginestra. La stessa ginestra che fiorisce dentro i calici di Carricante, grazie ai vignaioli che hanno sposato la causa che si prefigge un vino "umano" fatto dagli uomini e per gli uomini nel massimo rispetto dei cicli naturali.

Un vino che include il concetto di agricoltura eroica (vengono in mente i tipici terrazzamenti etnei che escludono l’impiego di mezzi che non siano il lavoro umano) e di fatica, come quella necessaria per percorrere il sentiero della schiena dell’asino, un itinerario naturale di 5 km nel quale è possibile immergersi nella bellezza vulcanica dell’Etna.

La quarta tappa è Siracusa: il bianco bagliore di Piazza Duomo, le acque dolci della Fonte Aretusa con Ortigia e il suo groviglio di dedali, Siracusa si apre verso il mare ma prima ancora le campagne a perdita d’occhio di Targia custodiscono il Castello del Solacium interamente circondato da vigne: è in questo scrigno che il tempo si è fermato a oltre 110 anni fa, molti dei quali passati a tutelare un vitigno autoctono che appartiene a questo territorio: il Moscato di Siracusa.

Le architetture fiabesche e le merlature celano un giardino segreto con piante secolari: passeggiarvi con un calice di bianco secco uve di Moscato di Siracusa è un privilegio, e non è difficile ritrovarvi dentro tutto il riverbero della luce della città di Santa Lucia.

Quinta, Ragusa Ibla: la leggendaria SP68 è l’arteria che scorre lungo le campagne iblee e taglia in due l’area della Strada del Cerasuolo di Vittoria, dove la terra è di colore rossastro e i carrubi e gli ulivi punteggiano i filari d’uva.

L’autoctono per eccellenza di questo territorio è il Frappato, che si spinge oltre con la vinificazione differenziata per contrade: La fitta trama tannica ricorda certi scorci di Ragusa Ibla, le case ravvicinate e illuminate nella sera, sembrano disegnare la stessa tessitura riconoscibile, emozionante e intricata al palato.

Tappa numero sei: Selinunte e Menfi (Agrigento): lungo la rotta della Strada del vino delle Terre Sicane, fra i paesaggi naturalisti e gli scenari delle aree archeologiche, ecco apparire Menfi, un distretto agricolo che guarda il mare.

Le viti a perdita d’occhio crescono cullate da un vento costante, i produttori sanno bene che quel vento e quel mare si trasformeranno in un corredo aromatico unico e intenso per le uve di Zibibbo che resistono grazie alle loro cure tenaci. Un vitigno famoso per la versione da passito, ma da provare e apprezzare anche nell’espressione secca che appartiene a questo territorio.

I riflessi dorati delle uve rimandano ai colori delle vicine rovine di Segesta, dove l’asperità del paesaggio cambia quota ad ogni passo, e la sapidità dell’aria salmastra si insinua nelle narici ad ogni respiro.

Settima (e ultima) tappa è Marsala (Trapani): la via del sale della Riserva naturale delle Isole e dello Stagnone di Marsala, si snoda lungo un percorso di vasche attorno ai particolari Mulini a stella, qui la concentrazione del sale e il particolare ambiente microbiologico le sfumature rosa che distinguono la geografia dello Stagnone. favoriscono le condizioni per Mars-Allah, cioè "porto di Allah" è anche città di grandi vini e vignaioli.

Una "old school" dei grandi pionieri del vino che hanno tracciato le rotte internazionali con l’omonimo vino è già tramontata per abbracciare una nuova filosofia orientata a crescere artigiani del vino, un concetto che va ben oltre la figura classica del produttore. Il Catarratto è il vino che più rappresenta il lavoro di questi giovani, un bianco che sembra emergere dalle rilucenti acque delle vasche della Riserva, in un gioco di sentori minerali e note iodate, che racconta questo magico sentiero come nessun altro vino potrebbe fare.
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