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Arrendersi all'autunno: le partenze, le valigie in mano e la nostalgia di Palermo

Verso Palermo, verso la Pianura Padana: due partenze diverse, due modi di affrontare la vita che portano sensazioni diverse sotto l'abbraccio della stessa stagione

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 14 novembre 2017

Arrendersi in autunno, mentre cadono le foglie leggere, gialle. Arrendersi alla fine dell'estate e riprendere la valigia in mano. Come sempre. Come ogni anno.

Quando avevo 19 anni la prendevo per tornare in maniera definitiva a Palermo. Lasciavo gli amici di infanzia per tornare a vivere in una città che, all'inizio, mi sembrava così infinita e difficile da scoprire. Si ricominciava con le lezioni. Si riabbracciavano le coinquiline.
Si tornava ogni mercoledì (che poi, tra noi, non abbiamo mai capito perché la scelta del mercoledì) a mangiare insieme la pizza a mensa.

Si tornava a ordinare le brioche con gelato da Ciccio. Si tornava a chiedersi "E che mangiamo stasera? Pezzo da Ganci?". E ci bastavano una mattonella o un rollò. Si tornava a fare pausa tra una lettura e l'altra nel salotto di casa Corriere (era quello il cognome della nostra proprietaria).

Tutte su un divano di velluto rosso, dai cuscini ormai quasi vuoti e consumati dal tempo. Chi non riusciva a prendere spazio lì, sedeva intorno al grande tavolo in marmo della sala da pranzo, accompagnato da sedie antiche dai sedili imbottiti rivestiti in stoffa. Di cosa parlavamo? Di cosa si scherzava? Adesso non ricordo più.

Mi ricordo distintamente che si rideva. Si arrivava al giorno dell'esame con il supporto di tutte. Ma prima dell'esame c'erano quei giorni di autunno in cui tutte – tutte – ci eravamo arrese alla fine dell'estate, al ritorno in città. E quasi ci pesava un po' avere lasciato i nostri paesi. A me pesava, perché amavo uscire e percorrere le strade deserte del mio paese con la mia Matiz.

Ero al mio terzo anno a Palermo – ricordo – e di Palermo conoscevo appena il teatro Massimo o il pub Lulù. La mia vita cambiò il giorno in cui mi incaricarono di trovare una notizia sul quartiere San Lorenzo. Era la mia prova del nove, un test che andava superato se volevo scrivere su un quotidiano.

Dov'è San Lorenzo? Cos'è San Lorenzo? Con il panico nello stomaco ma la determinazione nel cuore presi una cartina di Palermo e guardai. Guardai a lungo. Era una piccola cartina del centro storico e che ci forniva l'Ersu Palermo. C'era il minimio indispensabile. Tutto quello che può servire a un universitario fuori sede per sopravvivere in città.

San Lorenzo non c'era ma c'era una piccola riproduzione della linea metropolitana, "il trenino". Lo presi senza esitare e quando scesi mi ritrovai in una strada per me troppo grande, troppo vasta. "Cerco una piazza" dissi a uno studente liceale che era sceso dal treno subito dopo me. "Quale piazza?" "Quella più vicina". E mi ritrovai nella piazza di San Lorenzo.

Mi ero arresa all'autunno. Mi ero arresa a una città che avrei iniziato a scoprire da lì, quel giorno, attraverso gli occhi di un ex galeotto che, da poco tornato in libertà, aveva deciso di regalare un quadro su San Lorenzo alla parrocchia di quartiere.

Attraverso gli occhi di un anziano pensionato, ex operaio, sposato con una donna di nobili origini, che già a ottobre iniziava a raccogliere libri, pupazzi, giochi e caramelle per poi, a dicembre, indossare gli abiti di Babbo Natale e donare un pacchetto (incartato da lui e dalla moglie) ai bambini del quartiere che non avrebbero trovato alcun regalo sotto l'albero la mattina del 25 dicembre.


Avrei conosciuto la città attraverso i giochi dei tanti piccoli bambini dei due oratori e campetti di calcio. Attraverso la determinazione dei genitori che facevano di tutto per offrire qualcosa ai loro figli, nonostante la vita in un quartiere in cui tutti dicevano "Qui è San Lorenzo. Poi scendiamo a Palermo".

Mi ero arresa all'autunno. Mi ero arresa a una città che avrei iniziato ad amare soprattutto attraverso gli occhi di un ottantacinquenne che ogni mattina, nonostante la schiena immobilizzata dagli acciacchi dell'età, sollevava leggermente un innaffiatoio per mettere l'acqua nella terra che, proprio davanti casa sua, accoglieva un alberello di arance.

"Questa pianta non la cura nessuno – diceva – Il Comune non passa mai. Ci penso io – mi diceva – Ma sei così piccola! E vuoi lavorare? Vuoi scrivere di me? Non faccio niente di straordinario. Porto l'acqua a una pianta di arance". Esattamente un anno fa passai per caso con l'autobus davanti quella casa.

La porta davanti cui sedeva l'anziano era chiusa. Non c'è più nessuno seduto con le mani sulle ginocchia a guardare la strada e a godere degli ultimi spiragli di calore. Ma l'albero era ancora lì. E non era più un groviglio di piccoli rami fragili. Aveva una chioma verde intenso e, a differenza della prima volta che lo vidi, delle piccole arance che cercavano di farsi spazio.

E aveva un tronco più robusto. Un tronco che, anno dopo anno, si alza sempre più verso il cielo azzurro di Palermo. Un cielo che avrei abbandonato dopo tre settimane. Di nuovo con la valigia in mano. Quella volta il viaggio non sarebbe stato dal paese verso Palermo. Ma da Palermo verso la pianura padana.

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