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La vita è una scatola di cioccolatini: il PD e le elezioni regionali siciliane

La storia del Pd di Renzi, di Raciti, di Micari. Ladri e criminali non ce ne sono in questa storia, ma ingenui sì, tanto ingenui da suscitare tenerezza

Nicola Primo
Ex politico
  • 6 novembre 2017

Forrest Gump

Avete presente il film di Woody Allen "Criminali da strapazzo"? C’è una banda che tenta il colpo della vita e per farlo, usa come copertura un negozio di biscotti. Però non hanno la stoffa per essere bravi ladri, mentre i biscotti vanno a ruba e per puro caso, senza neanche capire cosa stia accadendo, ci costruiscono sopra un impero.

Da neo ricchi si allargano, come si dice in Sicilia, e finiscono nelle grinfie di quelli che invece sì, sono bravi sul serio a raggirare gli altri. Sono così fessi e ingenui al punto di farsi fregare tutto e restare con un pugno di mosche in mano, proprio come erano partiti. Fatte le dovute differenze, mutatis mutandis, questo film ricorda da vicino la storia del Pd di Renzi (la lobby toscana), di Raciti, di Micari.

Ladri e criminali non ce ne sono in questa storia, ma ingenui sì, tanto ingenui da suscitare tenerezza. Sino a due anni fa, Matteo Renzi era il golden boy. Qualsiasi cosa facesse o dicesse, aveva sempre ragione, era sempre nel giusto. E tutti, da Berlusconi a D’Alema, guardavano a lui con rispetto e, ammettiamolo, anche un pizzico d’invidia per la sua età.

«Non ha neanche 40 anni – si sussurrava nelle stanze del potere – questo resterà per altri 20, vedrete». Perché di solito le parabole in politica sono ascendenti, soprattutto se hai un poker d’assi in mano e gli altri giocatori perdono talmente tanto da non avere capito che li hai stracciati.

In Sicilia ancora prima di Crocetta, il Pd era già stato al governo con Lombardo, anni di gabinetti, di nomine nella partecipate, di consenso costruito e radicato. Poi era arrivato Crocetta, il presidente del Pd ufficiale, che sin da subito o quasi li aveva presi a pesci in faccia.

E ogni volta che Crocetta ribadiva come se ne infischiasse dei dem nazionali e locali, arrivava il segretario del Pd siciliano, il paziente Fausto Raciti, a rassicurare tutti con "Ma no, Saro scherza, non dice sul serio, siamo noi gli azionisti di maggioranza del governo".

Intanto Crocetta continuava ad andare dritto per la sua strada, incassando sempre più malcontento, senza che il Pd lo abbandonasse al suo destino.

I Dem gli hanno anzi offerto la scialuppa di salvataggio quando Lucia Borsellino abbandonò la Giunta siciliana, dopo l’arresto del chirurgo personale del governatore, Matteo Tutino. Da governo tecnico quello di Crocetta divenne un governo politico, il Pd scelse di metterci la faccia direttamente con l’ingresso in Giunta di due esponenti di peso del partito, come Antonello Cracolici e Baldo Gucciardi.

Tutti si aspettavano la presa di distanze dall’esecutivo Crocetta e invece Raciti sancì una nuova allenza con il governatore, nonostante ogni indicatore, ogni sondaggio, ogni persona incontrata per strada, indicasse nel Saro siciliano, l’emblema dello sfascio dell’isola.

Da lì in poi è storia dei giorni nostri. L’esito del referendum costituzionale ha travolto la lobby toscana, Renzi si è dimesso da premier e gli è subentrato il democristiano Gentiloni. Che sotto le spoglie dell’acqua cheta, gli ha via via eroso consenso.

Perché ammettiamolo solo un ingenuo come il boy scout di Rignano sull’Arno, avrebbe potuto pensare che democristiani doc come Franceschini, Gentiloni e anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, gli consentissero di comandare da dietro le quinte. Gli hanno detto di sì per farlo stare buono e poi con i soliti modi felpati lo hanno reso marginale.

Una vecchia volpe della politica come Massimo D’Alema se n’è andata dal Pd, portandosi dietro altri simboli come Bersani, un altro scafato come Luca Orlando ha imposto al Pd di non presentare il simbolo alle comunali del 2017 (come se danneggiasse invece che aiutare) e il segretario Dem di Palermo ha dovuto accettare il diktat orlandiano.

Insomma si pensava che non avrebbero potuto fare peggio di così per offuscare un’ascesa così rapida come quella che avevano avuto. Li avevano sottovalutati, perché ci sono riusciti. Il miracolo dell’antimiracolo sono state le elezioni regionali. Dopo cinque anni di governo Crocetta avrebbero dovuto candidare un personaggio apprezzato da tutti, uno imbattibile, avrebbero potuto correre compatti con la sinistra.

E invece hanno scelto di correre da soli,candidando il rettore di Palermo, Fabrizio Micari. Candidatura targata Luca Orlando, che oggi ovviamente, da abile politico qual è, attribuisce la sconfitta alla spaccatura fra le due anime della sinistra. Micari è stato il bersaglio perfetto della campagna elettorale.

Ottima persona, stimato professore, ma ignoto oltre i confini di Palazzo Steri, tanto che la sua "sfida gentile" (slogan scelto per le elezioni) era stata ribattezzata la "sicura disfatta pesante". Come anche un bambino avrebbe potuto prevedere, il risultato è stato quello di una Caporetto, con Di Maio, candidato premier per i 5Stelle, che fa persino il gradasso disdicendo il confronto con Renzi, perché non è più neanche un rivale.

Chi l’avrebbe mai anche solo immaginato due anni fa che sarebbe andata così? Renzi e Raciti avrebbero dovuto fare tesoro dell’insegnamento di un grande film come Forrest Gump con "la vita è una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita".

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