ITINERARI E LUOGHI

HomeNewsCulturaItinerari e luoghi

Aveva mura inespugnabili, era in lotta con Palermo: la città "figlia" del Mediterraneo

Il legame profondo con il mare di un luogo in bilico tra storia e leggenda che ha attirato popoli potenti. La sua prima moneta riporta il suo simbolo, il granchio

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 22 novembre 2022

Punta Bianca nell'agrigentino

Per la sua magnifica posizione geografica, arricchita da porti naturali, Akragas ha richiamato verso le sue coste, fin dai tempi più antichi, i popoli più potenti, ma i legami con i popoli del Mediterraneo, sia dal punto di vista etnico, che commerciale, sono stati sempre intensissimi.

I relitti di antichi naufragi raccontano anche agli archeologi un passato di frequentazione marina di cui oggi la Sovrintendenza del mare siciliana si sta molto occupando con importanti iniziative.

I popoli dell’Egeo furono, secondo le ricerche storiche, i primi stranieri che occuparono le coste del territorio dove poi nel 580 a. C sorse Akragas.

La tradizione leggendaria dei rapporti fra la Sicilia e Creta, riportata da Erodoto e da Diodoro, vuole che Kamikos, la capitale del re indigeno Kokalos, costruita per lui dall'artefice Dedalo, si trovi proprio in questa parte della Sicilia.

A Kamikos avrebbe trovato la morte il re di Creta Minosse, venuto in Sicilia per riprendere con sé Dedalo, il quale era fuggito dalla prigione di Cnosso nella quale era stato rinchiuso per aver favorito i mostruosi amori fra la moglie di Minosse e un toro, dai quali era nato il Minotauro.
Adv
Leggende che ci riportano alla fine del XV secolo a.C. quando la Sicilia si integrò nei circuiti commerciali mediterranei grazie ai Micenei. È probabile che gruppi umani provenienti dall’Oriente si siano insediati stabilmente nell’Isola, contribuendo alla gestione di grandi empori commerciali.

Uno di questi grandi empori commerciali è stato scoperto a Cannatello, una contrada marina di Agrigento. Qui c’era un emporio commerciale inserito nella rotta micenea che nel XIII sec. collegava Cipro alla Sicilia ed era uno scalo importante per la commercializzazione del salgemma e dello zolfo di cui era ricca la zona.

Una ricchissima bibliografia storica fa fede della marittimità del litorale sudoccidentale della Sicilia fin dalle epoche più remote, e, per tutti, basterebbe citare il volume di Gaetano Maria Columba, pubblicato nel 1906, e che ci ricorda che il porto agrigentino-posto sul fiume e nei pressi del quale sono stati trovati sia gli avanzi di antichi moli, sia le rovine dei magazzini che ivi sorgevano-faceva parte di un imponente circuito commerciale, operante, oltre che con la Grecia, anche con Cartagine.

La sua prima moneta coniata ad Akragas riporta il simbolo della città: un granchio. La parola greca Χηλαι (granchio) può significare sia le chele del granchio, che i bracci di un porto e, il granchio verrebbe a essere una allusione al porto di Akragas e alla sua vocazione marittima.

La scelta del sito per la fondazione di Akragas fu particolarmente felice. Lo comprese che Polibio loda la città in quanto vicina al mare "partecipa di tutti i vantaggi, che dallo stesso provengono". Virgilio immagina che Enea dal mare, facendo il giro della Sicilia, da oriente verso occidente, avvisti Akragas: "Molto da lungi il gran monte Akragante vedemmo, e le sue torri e le sue spiagge".

La città anche da lontano faceva bella mostra delle sue mura inespugnabili, ma anche delle sue spiagge. La frase di Virgilio scolpisce i luoghi, e chi li guarda dal mare riceve precisamente l’impressione di un mondo legato profondamente alla costa. Nel V° secolo a.C. il filosofo agrigentino Empedocle definiva il porto di Akragas «augustissimo» e la flotta del tiranno Agrigentino Terone sconfiggeva i Cartaginesi ancorata nel porto di Imera, nel corso della celebre battaglia che vide insieme Akragas e Siracusa sconfiggere Cartagine.

Durante la dominazione romana in Sicilia, Cicerone, nel noverare i furti del pretore romano Verre, accenna alla copiosa quantità di frumenti esportata dall’emporio agrigentino, insieme a sale e zolfo.

Ad inserire la città in una delle più frequentate rotte del commercio del Mediterraneo è valso per molto tempo, infatti, lo zolfo, ma anche il sale, prezioso nei vari impieghi (alimentare, terapeutico, di conservazione e quindi industriale).

“Fin dall’epoca micenea il fiume Platani (non lontano da Agrigento) era stato via abituale per il trasporto del salgemma verso i mercati del Mediterraneo; e la distruzione di Gela (280 a.C.) e la scomparsa di Eraclea (I secolo s. C.) erano valse a convogliare sull’emporio agrigentino tutta l’ampia produzione destinata all’esportazione”, ha scritto Illuminato Peri.

Durante il periodo romano l'emporium agrigentino molto famoso e Strabone, il geografo vissuto al tempo di Cesare e di Augusto, testimoniò che quello di Agrigentum era il più notevole scalo della costa meridionale dell'isola.

Quando poi Sesto, figlio di Pompeo, fu sconfitto da Ottaviano, nel 35 a.C. Agrigentum cambiò padrone e restò nella condizione di serva, perdendo anche la sua importanza marittima. Si trattò pur sempre di una decadenza relativa, se è vero che anche al tempo delle invasioni barbariche, secondo una testimonianza di Procopio, mentre Totila si apprestava a riacquistare i perduti domini, le navi di Agrigentum fornivano al Papa Virgilio abbondante quantità di frumento, uomini e legni da carico.

Divenuta nel IX secolo capitale dei Berberi, Agrigento venne a trovarsi in discordia con Palermo e le navi da guerra agrigentine destarono grande preoccupazione presso l’esercito palermitano che decise di ritirarsi subito dalla lotta. Durante gli assalti dei Normanni gli Agrigentini si distinsero per il loro grande valore.

In una di queste battaglie però Ibn-al-Wend, che era stato uno degli strenui difensori dell’araba Kerkent (da cui Girgenti) durante i primi assalti Normanni, perì combattendo coraggiosamente. Ancora alla fine dell’undicesimo secolo, Edrisi, famoso geografo arabo, nel suo celebre libro di geografia generale della città di Agrigento, che in quel periodo veniva chiamata Girgenti, scrive “ Quivi si adunano le navi e le brigate... Ne’ mercati di Girgenti si ritrova tutta sorte di lavorìi, e tutte specie di derrate, e di merci…Per l’immensa copia delle derrate che vi affluiscono continuamente, egli avviene, che tutte le navi grosse che vi approdano, compian quivi il carico loro, entro pochi giorni, e n’abbian anco di avanzo”.

Ancora alla fine del primo millennio quindi Agrigento godeva in Sicilia e nel Mediterraneo di un prestigio incontrastato per i suoi traffici marittimi. Divenuta città demaniale, Girgenti strinse importanti rapporti commerciali nel XII secolo con Senesi e Amalfitani che giunsero nella terra agrigentina per esercitarvi i loro commerci e i loro traffici e parecchi di loro rimasero a lungo nei centri urbani della provincia.

Nel corso delle Crociate non mancò il contributo dei cristiani di Girgenti, ma nel 1194 proprio durante quelle guerre i tedeschi trovarono un pretesto per impadronirsi della nostra città e del suo porto. Dopo la Sicilia passò sotto il potere degli Angioini e vennero gli anni cruenti della guerra del Vespro e le galee degli Aragonesi andavano e venivano dai porti di Licata, Sciacca e Girgenti.

Sono gli anni in cui si distinsero il barone Luigi Mughos da Licata, che capitanava una galea che partecipò a molte battaglie e Federico ed Enrico Incisa di Sciacca, che ebbero parte nella difesa della loro città dagli assedi del tempo.
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci...
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.

GLI ARTICOLI PIÙ LETTI