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In Sicilia c'è un borgo chiamato Castidduzzo: qui i decori delle chiese sono unici al mondo

Un rito che va avanti da 3 secoli circa. La storia narra che per grazia ricevuta un fedele fece un dono speciale al santo che aveva esaudito la sua preghiera

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 31 marzo 2023

I "quarantura" a Castel di Lucio

Se per Pasqua state pensando ad una mini vacanza regalatevi un viaggio d’atmosfera immersi nello scenario di un borgo antico dove si mescolano insieme storia medievale di cavalleria, arte, cultura, sapori e tradizioni tramandate che hanno resistito al tempo.

Fate una tappa a Castel di Lucio un antico borgo arrampicato sui rilievi dei Nebrodi e affacciato su panorami mozzafiato che guardano al paesaggio che arriva fin sulla costa Tirrenica.

Solo una per anticiparvi qualcosa: per la sfilata della processione del venerdì Santo viene portata a spalla dai fedeli una statua dell’Ecce Homo che ha raggiunto e superato abbondantemente i cinquecento anni.

I riti e le celebrazioni sono sicuramente una delle rappresentazioni più emblematiche della Sicilia e della sua straordinaria cultura che si manifesta in scenografie e sfilate di paesaggi umani, come teatri estemporanei e a cielo aperto che incarano lo spirito votivo di questa terra. I sui retaggi religiosi si mescolano a quelli profani dando origine a vere e proprie macchine della bellezza, prosecuzione di tradizioni mai perse e tramandate fin ai posteri.
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Pasqua in piena primavera è l’occasione perfetta quindi per fare un viaggio in Sicilia e nel suo entroterra, per addentrarsi in quei borghi dove ci si ritrova circondati da incredibili atmosfere, coinvolti dalla festa in un tripudio di misticismo, di sapori e di saperi emozionanti.

Castel di Lucio, detto anticamente “Castidduzzo”, è uno dei comuni più suggestivi del paesaggio nebroideo, dove vicoli e piazze si intrecciano su un tessuto storico e artistico di grande pregio e che proprio con l’avvento della Pasqua si anima con un fervore religioso che coinvolge tutta la comunità, patrimonio unico della cultura religiosa locale.

I riti iniziano molto prima della settimana Santa vera e propria, addirittura durante i giorni del carnevale quando con le quaranta ore di preghiera della domenica di carnevale dette “i quaranturi” che si ripetono per la domenica delle Palme celebrate dalle confraternite di San Carlo e del SS. Sacramento.

Per l’esattezza la domenica di Carnevale è la confraternita di San Carlo, la Domenica delle Palme la confraternita del Santissimo Sacramento, nelle rispettive chiese di appartenenza.

Per le due occasioni i confrati lavorano alle bellissime decorazioni intrecciando tralci di arance e alloro che trasformano le chiese in vere e proprie scenografie che si mescolano con l’architettura interna, creando un teatro mistico e suggestivo unico al mondo.

Il rito si protrae da tre secoli circa ed è legato ad un voto, una storia secondo la quale per grazia ricevuta un fedele donò l’intera produzione del suo aranceto al santo che aveva esaudito la sua preghiera.

Il Giovedì Santo inizia la settimana Santa e la Chiesa Madre viene spogliata di ogni addobbo esclusa la cappella del Sacramento che viene allestita con composizioni floreali e "lavureddi", ovvero, piantine di chicchi di grano fatte germogliare che assumo una caratteristica colorazione, visto che si tengono al buio.

Protagonista della suggestiva processione animata dai figuranti del venerdì santo è l’antica statua dell'Ecce Homo risalente al cinquecento, unitamente alla croce, al Cristo e alla statua della Addolorata portati a spalla dai confrati sulla cui testa viene posta una corona ed una collana detta Libàno, entrambi intrecciati con erba falciata e seccata, mentre i bambini portano simbolicamente tra le mani “la disciplina” una sorta di mazzo che anticamente serviva per la penitenza, percuotendosi le spalle e le braccia.

Il Salve Regina intonato dai confrati nella Chiesa del SS Sacramento declamata in un antico dialetto è la preghiera che accoglie la statua dell'Addolorata. La Via Crucis vivente che si snoda lungo le strade del paese è la suggestiva rappresentazione animata dai figuranti che interpretano il momento della passione e che si conclude sul Golgota, ovvero, nei pressi dei ruderi dell’antico Castello fortificato edificato dai normanni.

L’occasione azzeccata per visitare alcuni dei piccoli tesori che raccontano la storia del prezioso borgo nebroideo passeggiando per i suoi vicoli. Alle spalle del centro abitato si trova il Monte Sambuchetti, alle due estremità si trovano da una parte i ruderi del Castelluzzo e dall’altra il Convento dei Frati Francescani.

Salendo in cima nella parte alta del paese attraversando il centro storico si arriva ai ruderi di pietra del Castello fortificato costruito sotto l’egida dei potenti Ventimiglia la cui influenza fu non soltanto strategica ma economica e culturale, il cui dominio durò sino al XVI secolo.

La seicentesca chiesa madre troneggia sull’abitato al centro la Chiesa Madre con il suo monumentale Campanile, intitolata alla Madonna delle Grazie nella piazza principale la cui costruzione è il risultato dell’unione di altre piccole chiese, cui interno si possono ammirare la cappella dedicata al patrono del paese San Placido opera di Nicolò campo come il pulpito e la vara che porta in processione il santo durante la festa patronale.

Del 1300 è la chiesa di Sant'Antonio di Padova, sembra la più antica del paese, la chiesa di Santa Maria del Soccorso, con il suo convento dei frati minori, dove si trova un bellissimo tabernacolo scolpito con Lecce homo, la statua rinascimentale che da il nome alla chiesa, un quadro di San Francesco di Michelangelo Salvo.

Di Salvatore de Caro gli affreschi della chiesa di San Carlo Borromeo dove come abbiamo già raccontato si tramanda la tradizione dell’allestimento delle arance, l'oratorio del santissimo Sacramento con la bellissima cupola dell'abside decorata. Ma è intorno al paese che si possono ammirare alcune delle opere volute dal mecenate Antonio Presti per la sua fiumara d’arte, una galleria moderna a cielo aperto che si snoda tra siti naturali e perimetri di alcuni dei paesi del circondario vicini a Castel di Lucio.

Qui è possibile vedere il famoso “labirinto di Arianna” e l’altra denominata “una curva gettata alle spalle del tempo” che fanno da controcanto al suggestivo paesaggio rurale e naturalistico di boschi e panorami mozzafiato.

Da mettere in evidenza la tradizione artigiana della lavorazione della pietra: gli scalpellini erano una delle maestranze più prestigiose la cui opera si può ammirare osservando i bellissimi portali di ingresso che hanno resistito al tempo che sembra essersi fermato da queste parti.
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