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Intrighi (piccanti) di palazzo e nobiltà: storia di una rocca a picco sul mare di Palermo

Una terrazza che domina sul golfo e tutto il paesaggio circostante. il Castello su un'alta scogliera a picco sul mare, dove il blu che più blu non si può delle acque si fonde con il cielo

Sara Abello
Giornalista
  • 14 giugno 2022

Il castello di Solanto

A Santa Flavia, percorrendo la litoranea, ci si imbatte in un luogo magico davvero. Su un’alta scogliera a picco sul mare, dove il blu che più blu non si può delle acque si fonde con il turchese del cielo, sorge il Castello di Solanto.

Un luogo unico per la sua architettura e gli intrighi nobiliari che l’hanno caratterizzato sin dalle sue origini. E poi ditemi, avete presente la terrazza che domina sul golfo e tutto il paesaggio circostante quanto possa essere romantica?! Lo so lo so, l’ennesima perla della zona, e non lo dico solo io! Del resto già la collocazione tra due baie farebbe invidia a chiunque.

Oggi noi vediamo il castello che ci incuriosisce e ammalia, ma in realtà tutto si sviluppò a partire dal XIV secolo con la Baronia di Solanto che impresse un nuovo corso alla storia di tutto il territorio sino a Bagheria. Iniziamo con la radice del nome “Solus” che proviene dal vocabolo cartaginese Selaim e sta per rupe, non a caso la sua posizione meravigliosamente a picco sul mare...nel 1392 Re Martino il Giovane donò a Francisco de Casasaya, un ricco mercante di Barcellona, quella che sino ad allora era stata proprietà del Regio Demanio: la Baronia di Solanto.
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Ovviamene nessuno fa niente per niente, e il re lo aveva fatto per assicurarsi la “fedeltà” del mercante, in gergo tecnico i “picciuli” che gli erano serviti per conquistare la Sicilia prima, e per i cavalli da utilizzare per le ulteriori campagne militari poi.

Nella sua prima costituzione la baronia era formata “semplicemente” dalla tonnara, la torre a difesa dagli attacchi dei pirati, un primo nucleo del castello rispetto alle aggiunzioni dei secoli successivi, e poi un feudo che si estendeva sino alla Bacharia dell’epoca. Insomma «tutte le terre colte ed incolte, i boschi, i monti, le acque, i redditi ed ogni altra pertinenza» come afferma Giulia Sommariva, autrice di un libro su Bagheria e le ville del comprensorio.

Gli aneddoti piccanti ovviamente non mancano neanche in quella che è stata una delle dimore nobiliari più antiche in cui soggiornarono re e regine, tra misteri e storie fiabesche che per certi versi proseguono ancora oggi che è location di grandi eventi. Il più degno di nota, anche per l’evoluzione del regno di Sicilia e dei casati che si sono susseguiti al castello, è certamente quello che riguarda la moglie del re Martino, la regina Bianca di Navarra.

Quando rimase vedova, ancora giovane, fu vittima delle insidie del conte di Modica, tale Bernardo Cabrera, il Gran Giustiziere del regno che già solo per questo non mi avrebbe ispirato grande fiducia. Ovviamente “l’inquietamento” del conte non era dovuto ad altro se non alla gran bella dote di Bianca di Navarra che portava con sé la Corona di Sicilia, altro che corredi ricamati e servizi di piatti… Così di notte e notte, letteralmente, la regina fuggì da Palermo e si rifugiò sulla rocca di Solanto, accolta dal fedelissimo barone di Casasaya e dai suoi.

Da ciò l’accordo di Solanto che portò, nel 1412, all’elezione del nuovo re, Ferdinando I di Castiglia, mentre la regina Bianca se ne tornò in Spagna. Pochi anni dopo, l’erede del barone di Casasaya vendette il feudo, compreso castello e tonnara, a Corrado Spadafora. Iniziò così, tra matrimoni nobiliari e discendenti, il lungo casato che governò la zona e gestì tutto il feudo sia dal punto di vista agricolo che industriale.

Molti non sanno infatti che per l’economia di tutto il regno la tonnara fu davvero importante, di sicuro la principale del comprensorio palermitano, forniva pesce fresco e salato anche ai conventi e agli ospedali di Palermo ma non solo. Da Solanto inoltre provenivano gran parte delle derrate alimentari, ortaggi, vino, zucchero, e poi un importante impianto di biscottificio produceva le gallette per le navi di passaggio.

All’inizio del XVIII secolo, quello che è stato uno degli ultimi baroni di Solanto, fu investito dal re della carica di principe di Sant’Elia. Al feudo all’epoca erano annessi, oltre al territorio sino alla Bacharia, anche i borghi marinari di Sant’Elia e Porticello per l’appunto. Pian piano alcuni terreni della baronia cominciarono ad essere ceduti ai nobili palermitani per la costruzione delle loro sontuose ville, che hanno caratterizzato la storia del luogo, entro i confini del feudo originario.

Con uno di quei matrimoni da definire più che buoni, buonissimi, l’erede della baronia di Solanto, nel 1765 sposava un Filangeri, principe di Santa Flavia, riunendo così, sotto quello che è stato il ventunesimo e ultimo dei baroni di Solanto, un possedimento più che vasto.

La sua morte coincise, ad inizio del XIX secolo, con una vera e propria rivoluzione di tutto quel mondo, veniva infatti abrogato il feudalesimo e ogni vantaggio baronale. Così, dal momento che Bagheria era ormai divenuta nel frattempo una cittadina importante, stava crescendo infatti per numero di abitanti e attività economica e culturale, a partire dal 1826, con decreto reale, furono istituiti i comuni di Bagheria e Solanto, al primo fu inglobata la frazione di Aspra, il secondo era formato da Santa Flavia, Casteldaccia che venne distaccata un trentennio dopo, Porticello e Sant’Elia, con sede amministrativa a Santa Flavia.

Con il distaccamento di Casteldaccia si visse anche l’istituzione del Comue di Santa Flavia che a quel punto comprendeva anche le frazioni di Porticello, Sant’Elia e Solanto. Come cambiano le cose eh...

I nuovi signori di Solanto furono i Mantegna, personaggi di spicco della Palermo dell’epoca, imparentati, grazie ad uno di quei soliti matrimoni ottimi, con gli Alliata di Valguarnera. A Giuseppe Mantegna si deve il restauro del castello che pian piano era stato costruito con tutte le sue nuove componenti intorno alla torre originaria di difesa, e con questo intervento il complesso acquisì quel tratto neogotico che ancora oggi lo caratterizza, insieme alle stratificazioni stilistiche che si sono sovrapposte dalla sua antica funzione di difesa dagli attacchi pirateschi sino ai balconi in pietra tufacea di Aspra di epoca barocca.

L’attuale aspetto di tutto il complesso architettonico lo si deve agli eredi, nonchè abitanti della storica dimora, i principi Vanni Calvello di San Vincenzo, che si sono occupati di restaurare sia la storica tonnara, non più in funzione dagli anni ‘50, che la torre e il palazzo. L’intervento dei più recenti abitanti ha dato un’impronta rivoluzionaria anche al giardino che ha visto da una parte la cura dell’impianto preesistente, e dall’altro l’arricchimento con nuove specie che dalla scogliera rocciosa risalgono sino al palazzo.

Il giardino è oggi coprotagonista dei grandi eventi che vengono accolti all’interno della dimora nobiliare che si sviluppa su più livelli terrazzati. I bontemponi lamentosi ci sono sempre e chiaramente c’è chi storce il naso quando sente parlare della nuova vocazione legata ai grandi eventi di molte dimore nobiliari e palazzi storici, compreso questo…

Poi chiederei proprio a loro quale sarebbe invece il business plan che proporrebbero per mantenere questi popò di palazzoni se non in questa maniera che, non solo li tiene in vita, ma consente anche di intervenire e conservare con costanti progetti di manutenzione e restauro tutte le loro meraviglie. Proprio recentissimo è l’intervento sul prospetto di tutto il plesso architettonico che, come c’era da aspettarsi, ha fatto discutere in tanti.

Ovviamente al bisogno tutti esperti di restauro conservativo... magari la scelta di rivestire la facciata di un grigiolino chiaro, a discapito del caldo colore della pietra arenaria, che caratterizzava prima sia tutta la struttura esterna che l’interno della tonnara con un suggestivo effetto dorato, non sarà la più ovvia o gradita, ma affermare che abbia perso addirittura tutto il suo magico fascino mi pare davvero eccessivo!
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