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La piaga siamo noi: qualsiasi legge contro i parcheggiatori è inutile finché li paghiamo

Mentre il sindaco di Palermo scrive a Salvini per aumentare la pena da dare ai parcheggiatori abusivi i cittadini continuano a pagarli: ma è pizzo, è estorsione

  • 16 ottobre 2018

Parcheggiare la propria auto, spegnere il motore e allontanarsi senza essere seguito dallo sguardo di nessuno o importunato dal saluto non richiesto dell’omino con il marsupio alla cintola.

È il sogno di ogni palermitano quello di non avere parcheggiatori abusivi in mezzo ai piedi.

Ma non è la realtà. Ce ne sono tantissimi, in ogni angolo di strada mediamente frequentata, di giorno e soprattutto di notte.

Un fenomeno che non ha mai avuto una fine, nonostante controlli e qualche denuncia. Il perchè di questa piaga è presto spiegato.

Qualsiasi forza dell’ordine ha due possibilità di perseguire questi soggetti: il primo è coglierli in flagranza di reato, il secondo è procedere all’arresto dietro la denuncia di un cittadino che ha subito una minaccia o un tentativo di estorsione.

Poi c’è la legge, che ad oggi prevede sanzioni pecuniare e diffide, quasi mai efficaci perchè rivolte quasi sempre a nullatenenti, diventati collezionisti di multe mai pagate.
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In tal senso, la proposta inviata in questi giorni dal sindaco di Palermo Orlando al ministro Salvini, prova a scardinare questo loop, puntando forte sulla recidività: mediante una modifica all’articolo 7 del Codice, si propone l’arresto da 6 a 12 mesi per coloro i quali, già sanzionati in precedenza, vengono colti nuovamente nell’attività di parcheggiatore abusivo o “guardiamacchine”, con pene aggravate nel caso di coinvolgimento di minori.

Una misura che, se attuata in toto, finirebbe per riempire le carceri ma al contempo ridimensionerebbe il fenomeno con un importante ruolo deterrente.

Non sappiamo se tutto questo avrà un seguito al Governo. Siamo anche il Paese dei condoni e il problema delle carceri strapiene spesso ha portato a condoni e riduzioni di pene. Vedremo.

La misura di contrasto più efficace, paradossalmente, è in capo ai cittadini, alle vittime: ed è denunciare.

Con la denuncia scattano altri capi di imputazione, come l’estorsione, le pene sono molto più dirette e non hanno bisogno di modifiche alla legislazione.

Ma in generale parliamo di un comportamento diffuso, una cultura che negli anni dovrà inevitabilmente cambiare, migliorare, evolvere.

Evolvere verso una sempre minore tolleranza di questo "pizzo di strada" da parte di tutti noi che spesso, a torto o ragione, ci facciamo intimidire dalla paura di ritorsioni o ci nascondiamo dietro un finto atto di carità verso gente più sfortunata.

Chiariamo il concetto: la solidarietà verso le persone più bisognose è un’altra cosa. Un povero che ci chiede una moneta non è arrogante, non ci minaccia nel caso in cui non dovessimo regalargli qualcosa, non è invadente, non danneggia le nostre proprietà. I poveri non fanno rumore, diceva Madre Teresa di Calcutta.

Ma la stragrande maggioranza pretende, intima, lascia intendere, allude, minaccia.

Sarà anche la classica frase fatta, ma fin quando nel nostro piccolo non ci impegniamo a ignorare questi individui, generando un effetto moltiplicatore nel tempo, potremo stare qui a lamentarci e pagarli. Lamentarci ma pagarli.

Davvero pensiamo o pretendiamo che decine di pattuglie stiano li a girare per le città e attendere la flagranza del reato? Lasciamo le forze dell’ordine a reati ben più gravi.

L’impegno deve essere prima di tutto nostro. Siamo noi il bacino di utenza di questo business illegale. Facendo venir meno la domanda, il business fallirà da solo.

D’altronde basta guardare altrove: laddove questo fenomeno non è radicato, la gente non sognerebbe nemmeno lontanamente di pagare un perfetto sconosciuto.

Questione di cultura.
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