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Lo chiamano il "Camoscio dell'Etna": Don Turi, l'alpino che da 67 anni risale la sua montagna

Classe 1937, Salvatore Ragonese è una sorta di mito per gli appassionati dell'Etna. In più di mezzo secolo però, ha visto il vulcano sotto tutti i punti di vista, anche i meno piacevoli

  • 19 ottobre 2021

La guida alpina Don Turi (foto di Giò Giusa)

Alpino, classe 1939, risale la “sua” montagna da ben 67, da quando per la prima volta nel 1954 mise piede sull'orlo del Cratere Centrale, e da allora è stata una vita vissuta per lei, l'Etna.

Salvatore Ragonese, Don Turi per gli amici è conosciuto nell'ambiente mondano come “Il Camoscio dell'Etna”, nomignolo più che appropriato per uno che a 83 anni suonati riesce ancora, con il proprio passo relativamente lento e costante, a salire in vetta al suo vulcano ad oltre 3300m.

In più di mezzo secolo però, ha visto l'Etna sotto tutti i punti di vista, anche i meno piacevoli. Cito in primis il più importante, quello del fatidico 12 settembre 1979, quando era da pochi minuti sceso dal Cratere con un gruppo di turisti, e tutto a un tratto, quella che sembrava essere una normalissima giornata come le altre, si trasformò in un vero e proprio inferno.

Un boato cupo e allo stesso tempo assonante accompagnò un violento sbuffo, la Bocca Nuova espelle con violenza blocchi di materiale di notevoli dimensioni che ricaddero come una pioggia sui suoi fianchi, lui e uno dei suoi figli erano presenti qualche centinaio di metri più sotto insieme al loro gruppo.
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Ne usciranno fortunatamente tutti incolumi, ma quel fenomeno purtroppo provocherà la morte di ben 9 persone e il ferimento di altre 23 presenti nelle vicinanze.

Un altro evento è quello del Luglio 1998, quando era su, ancora una volta con un gruppo di turisti, per far vedere da quota 3100m la spettacolare attività in corso al Cratere Voragine. Una fessura di oltre 150 metri si era aperta sull'orlo del Cratere ed espelleva un' incredibile quantità di lava fluida che dava uno spettacolo unico e affascinante. L'attività sembrava voler aumentare, e si decise dunque di far scendere tutti per motivi di sicurezza.

I collaboratori che guidavano i mezzi che accompagnavano i turisti in quota e amici gli consigliarono di scendere, ma “ovviamente” Turi si rifiutò insistendo nel volere rimanere su per vedere l'attività da vicino. In quota ci stavano pure un gruppo di giornalisti e vulcanologi per fare riprese e altro, così li raggiunse e gli raccomandò di andare via subito, «forza, andate immediatamente, qui le cose si mettono male!».

Fu in quel momento che si resero conto della situazione, presero tutto e andarono via ascoltando il consiglio della guida preziosa. Rimasto solo, incantato dallo spettacolo che si mostra alla sua vista, Turi decise di avvicinarsi ancora di più, pensando di guardarsi lo spettacolo dal vicino Cratere di Nord Est. Così si posizionò a circa metà del cono, ma lo spettacolo durò ben poco, tutto ad un tratto la lunga fessura che rigettava lava si fermò quasi di colpo, qualche decina di secondi di inquietante silenzio ed il tempo di dire tra se e se, «cosa sta succedendo?», che in un batter d'occhio la Voragine (non più l'orlo) partì in una incredibile attività, di una violenza inaudita.

Per qualche secondo pensò che quella volta non ne sarebbe uscito vivo e iniziò a correre guardandosi le spalle per evitare di essere preso dalle scorie laviche infuocate che ricadevano attorno a lui. Cercò di dirigersi in mezzo a quell'inferno di fuoco in direzione di Punta Lucia (quota 2900m. Circa), arrivando poi quasi in direzione della Grotta del Gelo.

Ed è lì che lo troveranno amici e soccorritori che si erano messi alla sua ricerca dopo diverse ore. Un suo amico in particolare era tra questi, e alla sua vista lo abbraccerà con le lacrime agli occhi per la paura, dicendo al contempo: «Lo sapevo, Turiddu in un modo o nell'altro ne è uscito vivo pure stavolta!».

Vedere gli occhi lucidi mentre mi racconta ciò è stato davvero un regalo. Nutro una profonda stima nei suoi confronti, lo conosco personalmente da tanti anni in quanto appassionato anche io di Etna ed escursionismo, ho avuto il piacere di salire in vetta insieme a lui decine e decine di volte, e devo dire che è sempre una grande emozione, lo ascolto e mi proietto nel suoi racconti come un bambino quando ascolta una fiaba.

Poi lo osservo, mentre avanza, e non riesco a capacitarmi di come riesca incessante a masticare chilometri su lave e canaloni di cenere e lapilli come nulla fosse, fino in questo 2021 è risalito in vetta per vedere i cambiamenti dopo le ultime eruzioni, trovando pure il tempo per la sua sigaretta dopo un modico pezzo di pane e una birra, davvero incredibile.

A colpirmi però sono anche gli occhi che risaltano sul suo viso magro come il corpo; chiarissimi, profondi, di una sincerità disarmante, e mostrano la pura saggezza di un uomo vissuto.

Don Turi ha tramandato questa passione ai suoi figli sin dalla tenera età, ed oggi infatti sia Biagio che Francesco, rispettivamente Guida Alpina e Guida Vulcanologica, programmano per i turisti che arrivano da tutto il mondo le escursioni in totale sicurezza dalle quote medio basse fin sopra i Crateri sommitali, questo tramite il Gruppo Guide Alpine e Vulcanologiche Etna Nord.

Che dire, GRANDE DON TURI!
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