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Lo sciopero dei contadini finito in tragedia: la strage di Canicattì nel ricordo di chi c'era

"Ricordo benissimo quanta povertà, miseria e fame c’era ancora tra la maggior parte della popolazione", è la testimonianza di uno dei partecipanti a quella terribile domenica del 1947

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 25 giugno 2021

Il 21 dicembre 1947 era un giorno di domenica, ma in particolare era il giorno della protesta in molte città della Sicilia, dove il dopoguerra aveva portato soprattutto disoccupazione ed emigrazione ed anche quanti avevano un lavoro non vedevano ancora riconosciuti i propri sacrosanti diritti e la mafia cavalcava la protesta.

A Canicattì, popoloso centro dell’interno della provincia di Agrigento, la Piazza IV Novembre si presentava ben diversa sin dalle prime ore del mattino.

Erano state bloccate le vie d'accesso alla città e i carabinieri, con il moschetto a tracolla, facevano la ronda tra la gente che cominciava ad arrivare per partecipare alle manifestazioni per lo sciopero generale indetto dalla Camera del Lavoro contro il carovita, la miseria e la disoccupazione.

Si volevano inoltre costringere i proprietari terrieri a rispettare la legge sull’«imponibile di manodopera» che li obbligava ad assumere un numero minimo prestabilito di braccianti disoccupati proporzionato ai lavori da effettuare nel loro fondo in attesa della Riforma agraria.
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«Il mattino del 21 dicembre 1947 appresi che varie squadre di comunisti circolavano per il paese intimando a tutti gli esercizi di chiudere per aderire allo sciopero generale e che ai riluttanti dicevano: «Oggi se ne parla, scorrerà sangue"».

Egli poi continua così: «Verso mezzogiorno credetti opportuno chiudere la farmacia. Nel pomeriggio verso le 13 mi recai a prendere un caffè nel bar Contrino. Ad un certo punto notai una forte animazione nella strada e vidi venire l'assessore Antinoro Carmelo, il quale concitatamente pregava il Contrino di chiudere il Caffè.

Nel vedere che la situazione prendeva una brutta piega, mi affrettai a rientrare nella mia casa che è quasi di fronte al Caffè Contrino. Dopo alcuni minuti intesi lo sparo di molti colpi di arma da fuoco e subito pensai che il proposito manifestato la mattina dai dimostranti, cioè di far scorrere sangue, si era attuato».

Questo il ricordo di quella domenica mattina del farmacista Diego Cigna, primo sindaco elettivo di Canicattì del dopoguerra.

Gli spari che sentì uccisero il palmese Angelo Lauria, i canicattinesi Salvatore Lupo e Domenico Amato e il carabiniere Giuseppe Iannolino ( deceduto dopo quattro giorni di ricovero ospedaliero). Altri diciotto rimasero feriti.

Negli atti della Corte d'Assise di Agrigento leggiamo: «Dopo un comprensibile attimo di smarrimento, dietro lo stimolo ed il palese incitamento del Mannarà (segretario di una delle locali sezioni comuniste), dell'Onolfo e dell'Acquisto (dirigenti politici e sindacalisti dei contadini), gli scioperanti si addossarono sui carabinieri per dividerli l'un dall'altro, per travolgerli e passare oltre e l'Onolfo in particolare, con l'aiuto di altri, afferrò a tal fine il carabiniere Cocchiara cercando di disarmarlo.

Quest'ultimo oppose resistenza, al limite delle proprie forze e - per non essere sopraffatto - esplose tre colpi in aria, ottenendo il momentaneo allontanamento degli aggressori.

Ma subito dopo, mentre il Mannarà gridava: "Avanti compagni non abbiate paura, i carabinieri hanno l'ordine di non sparare", i dimostranti tornarono all'attacco ed alcuni di essi, rotto l'esile cordone, si portarono a tergo dei carabinieri.

Contemporaneamente si sentirono dei colpi d'arma da fuoco ed in breve vi fu uno spara spara generale, cui i militari reagirono come poterono».

Sul clima in cui maturarono quei tragici eventi abbiamo la testimonianza del canicattinese Vincenzo Sena: «Ricordo benissimo quanta povertà, miseria e fame c’era ancora tra la maggior parte della popolazione canicattinese, anche se erano passati 4 anni dalla fine della guerra fascista.

E soprattutto, quanto precario fosse il lavoro delle campagne per i braccianti agricoli che quando non lavoravano non avevano una lira per mangiare. Altro che non potere arrivare alla terza decade, come succede ora per tanti miseri salari”.

Non stupisce quindi che migliaia di lavoratori abbiano risposto in quei giorni all’appello del sindacato e si siano radunati in piazza. Anche i commercianti vennero invitati a solidarizzare con i manifestanti.

Non solo a Canicattì, ma in tutta la Sicilia si manifestava e la risposta delle forze dell’ordine e della mafia fu violenta in molte parti della Sicilia.

Oltre che a Canicattì, nella vicina Campobello di Licata quello stesso giorno caddero durante la manifestazione di protesta il bracciante Giovanni Virri e il bracciante Francesco D’Antone.

A Canicattì a provare a sbarrare la strada ai manifestanti v’erano anche altri soggetti, secondo alcuni storici locali: all'interno del Circolo di Compagnia vi erano, quella domenica del 21 dicembre, «esponenti della vecchia mafia impegnati a respingere ogni attacco», ha scritto Angelo La Vecchia, in un libro sulla storia di Canicattì.

Alla sbarra per i quattro morti del 21 dicembre del 1947 a Canicattì arrivarono 40 scioperanti con l’accusa di “strage”.

Il processo si svolse ad Agrigento. Un celebre avvocato e costituzionalista del tempo, Lelio Basso ebbe il compito di difendere il principale imputato, il segretario della sezione comunista Antonino Mannarà.

Con la sua arringa del 12 luglio 1952 si propose di smontare l’insieme delle tesi accusatorie dimostrando la «parzialità» delle indagini condotte dai carabinieri. Secondo Basso gli investigatori furono incapaci di guardare in modo non pregiudizialmente ostile agli «avvenimenti politico-sociali» e prevalentemente preoccupati di escludere le responsabilità delle forze dell’ordine.

«È necessario dare ai contadini, su cui gravano secoli di oppressione e nel cui cuore è inciso il ricordo delle ingiustizie lungamente patite, il senso che lo Stato è veramente lo Stato di tutti e non soltanto dei signori, che la legge è veramente uguale per tutti, che i funzionari sono davvero imparzialmente al servizio della collettività nazionale, e infine che vi sono sul serio dei giudici indipendenti in Italia, come vi erano già due secoli fa, dei giudici a Berlino anche per un povero mugnaio», disse Lelio Basso.

Durante il processo tre furono soprattutto gli elementi presi in considerazione su quanto era avvenuto: l’iniziativa dell’aggressione è partita dai carabinieri; i carabinieri sono stati colpiti alle spalle; la maggior parte delle vittime civili sono state colpite dai carabinieri stessi.

Un ampio campo di ipotesi.

Per cui alla fine fu difficile accertare tutta quanta la verità e tutti gli imputati furono assolti per il reato di strage e solo alcuni furono condannati per reati minori (le cui pene furono poi ridotte nel ricorso in appello, nel 1953).

Tre anni fa una lapide a Canicattì è stata eretta dall’amministrazione comunale in omaggio ai caduti della strage.

Campeggia un pensiero di Lelio Basso: “Un triste destino ha accomunato quel giorno sulla Piazza di Canicattì Carabinieri e lavoratori caduti, ha confuso il sangue degli uni e degli altri, che è poi lo stesso sangue che scorre nelle vene della povera gente del nostro paese”.
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