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"Felice non ha voce": si presenta l'e-book ai Cantieri

Si presenta il volume che, tra reportage ed inchiesta, racconta cosa succede in Italia a un bambino quando il conflitto tra i genitori finisce in Tribunale

  • 13 novembre 2012

La storia di Felice è una storia vera. All’età di sei anni è protagonista di un processo penale che lo vede vittima di maltrattamento e abuso sessuale. Processo che presto si trasforma in una insensata guerra tra i genitori durata più di dieci anni. Giovedì 15 novembre alle ore 17.30 allo Spazio Perriera dei Cantieri culturali alla Zisa, si presenta (ingresso libero) l’e-book di Antonio Gerbino, “Felice non ha voce. Una storia vera. I bambini tra conflitti genitoriali, falsi abusi e giustizia degli adulti”.

Un testo che rilegge gli atti del processo dai quali emerge come nell'aula di un tribunale, meccanismi, riti, tempi e attori possano essere determinanti per la vita di relazione di un bambino. Di questi meccanismi così puntuali, garantisti ma psicologicamente pericolosi, discutono, Simonetta Agnello Hornby, la nota scrittrice palermitana avvocato dei minori a Londra, che ha trattato gli stessi argomenti nel suo “Vento scomposto”; Marzia Sabella, oggi magistrato alla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha condotto la prima indagine importante della sua carriera sui bambini abusati del quartiere Albergheria di Palermo; l’avvocato penalista Monica Genovese e la psicologa Angela Ruvolo entrambe specialiste in materia di minori; don Carmelo Torcivia, teologo, autore della postfazione.

Si tratta di uno dei diecimila casi denunciati recentemente dal Garante nazionale dell’infanzia che svela come anche il normale e formalmente corretto funzionamento della giustizia penale sia per i bambini un’esperienza traumatica spesso non meno violenta dei presunti abusi. All'incontro, cui è presente Francesco Giambrone, Assessore alla Cultura della Città di Palermo, che ha patrocinato l’iniziativa, si racconta di come, nell’aula di un tribunale, meccanismi, riti, tempi e attori possano essere devastanti per la vita di relazione di un bambino senza che lo Stato si ponga, concretamente, il problema di proteggerlo.

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