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Impressioni di un concerto: Mari X ed Herself

  • 13 maggio 2004

Tanto per cominciare facciamo 2 conti: 6 corde la chitarra; 4 il basso; 8 fra tamburi e piatti della batteria. Se a questo aggiungiamo che i Mari X sono 3 ma che percuotono ogni corda o particella dei loro strumenti come se fosse un strumento a sé stante, viene fuori un ensemble di 18 strumenti: un'orchestra. E come riuscirebbero 3 persone a suonare 18 strumenti diversi? Semplice, con l'intensità di un unico spirito e di un'unica mente che vibrano psichedelici e pop all'unisono: come se R.E.M, Cure e Polvo si fossero trovati per caso sullo stesso palco a Woodstock.

Insomma, mercoledì 12 maggio scorso all'Agricantus, in occasione del secondo appuntamento della rassegna musicale “Lunerock”, ho avuto una visione: una divinità indiana poliarticolare suonava un'intera orchestra e mandava gli astanti in estasi, un prodigio della natura. E vi dirò di più, la familiarità di sguardi languidi e soddisfatti che si respirava davanti al palco mi ha fatto pensare ad una perfetta simbiosi fra aficionados e band, niente male ragazzi. A scaldare gli animi ci ha pensato Herself, lineup sconvolta (tastiera no more) ma una chitarra morbida alla Sigur Ros con tanto di archetto a strusciare sulla pelle degli increduli in sala, storditi dalla pressione di un violino a sei corde (una Gibson può diventare un quartetto d'archi) e in più sezione ritmica emozionata alla prima esecuzione. Ho sentito commenti di tutti i tipi ma il più convincente è stato: “Sparklehorse, mi ricordano i primi Sparklehorse!” e l'inflessione acustica e nostalgica non fa una piega.

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