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Le conseguenze dell'amore: i silenzi che parlano

Un film fatto prevalentemente di silenzi deve riuscire a colmare questa “lacuna” con altri mezzi di comunicazione

  • 27 settembre 2004

Le conseguenze dell'amore
Italia 2004
Di Paolo Sorrentino
Con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu, Angela Goodwin

Unico film italiano presentato in concorso a Cannes e accolto con dieci minuti di applauso: queste sono le credenziali di “Le conseguenze dell’amore”, secondo film del giovane regista napoletano Paolo Sorrentino, che si candida ad essere una delle migliori pellicole della stagione. Il titolo potrebbe trarre in inganno e far pensare alla solita storia d’amore sentimentale e travagliata. In realtà il fulcro della vicenda è ben diverso, come spiega lo stesso regista che, insieme agli interpreti Olivia Magnani e Adriano Giannini, sabato 25 settembre ha risposto alle domande dei giornalisti in conferenza stampa a Palermo: «Questo film parla delle conseguenze dell’amore non esclusivamente fra uomo e donna, ma anche dell’amore per la vita. Mi interessa molto raccontare il momento in cui le energie delle persone cambiano». Protagonista del film è Titta Di Girolamo (Toni Servillo), cinquantenne di origine salernitana, che di frivolo ha solo il nome. Infatti da dieci anni vive in una stanza d’albergo in Svizzera e conduce un’esistenza assolutamente monotona e priva di emozioni, fatta di abitudini, gesti quotidiani, silenzi e sguardi fugaci verso la realtà che intanto scorre e si consuma. Dalle prime scene del film potrebbe sembrare un uomo disadattato, che vive ai margini della vita perché non riesce a diventarne protagonista, che annota su un foglietto, come programma per il futuro, di fare attenzioni alle conseguenze dell’amore, che si nasconde dietro lontani ricordi e aspetta inesorabile la fine.

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Pare abbastanza evidente il confronto col vicino di stanza Carlo (Raffaele Pisu), uomo non più giovane che ha dilapidato tutto il patrimonio al gioco e che sogna una morte rocambolesca e ricca di emozioni; o con il fratello Valerio (Adriano Giannini), giovane e superficiale, che fa l’insegnante di surf e va dietro a tutte le donne. Eppure gli sguardi impenetrabili di Titta, le poche parole spesso autoritarie e cariche di ironia pronunciate con voce ferma e profonda, i movimenti lenti e il continuo distaccarsi da tutto ciò che lo circonda inducono a pensare che dietro questa figura così asettica si nasconda un segreto inconfessabile che lo costringe ad essere prigioniero e non artefice di questo ruolo e lo circondano di mistero. Mistero che incuriosisce Sofia (Olivia Magnani), giovane barista, che dopo molteplici tentativi riesce a entrare nella vita di Titta. Dietro l’angolo si proietta una possibile storia d’amore che però non verrà mai vissuta e che in ogni caso sconvolge le scelte dei protagonisti e giustifica il finale. Straordinaria l’interpretazione di Servillo, sul quale praticamente si regge tutto il film. Attraverso i suoi primi piani si coglie tutta l’essenza di questo personaggio così complesso, e riesce a trasmettere le emozioni del protagonista senza però tradire quell’aspetto impenetrabile della sua figura. Discorso a parte per Olivia Magnani, nipote della celeberrima Anna, che quasi timidamente porta sulle spalle un pesante cognome: «Lei è una visione di Titta, ha meno autonomia. La maggiore difficoltà è stata quella di interpretare un personaggio non scritto e con pochi dialoghi».

Un film fatto prevalentemente di silenzi deve riuscire a colmare questa “lacuna” con altri mezzi di comunicazione. E Sorrentino, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, ha fatto delle scelte ben precise e mai lasciate al caso. A cominciare dalle musiche che anziché fare da colonna sonora diventano sottofondo, si adattano alle circostanze e sembrano quasi seguire il flusso delle emozioni di Titta. Belle anche le inquadrature che a volte sembrano un insieme di foto espressive come tante diapositive. Curati anche gli ambienti e i particolari, come la stanza della banca tutta bianca e con poche finestre, dove l’assordante rumore dei soldi contati dagli impiegati trasmette freddezza e una totale assenza di emozioni; o come il quadro nella stanza  di Titta, assolutamente privo di attrattiva, che ritrae dei banali cerchi concentrici dai colori spenti. Il finale lascia un po’ di amaro in bocca, anche se sembra una scelta obbligata e coerente alla figura del protagonista. E in fin dei conti alla solitudine e alla tristezza di questa vita che da dieci anni è una “non vita”, si contrappone il sentimento di amicizia che, nonostante gli anni, sembra restare immutato e sembra essere il vero messaggio del film. Con “Le conseguenze dell’amore” Sorrentino conferma quanto di buono aveva fatto vedere col suo primo film, “L’uomo in più”, presentato a Venezia nel 2001 e che aveva ricevuto numerosi riconoscimenti. Sorrentino si unisce anche alla schiera di giovani e promettenti registi italiani artefici di una ripresa del cinema italiano che da qualche anno aveva mostrato di essere in crisi.

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