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Oltre lo zerbino di casa, Palermo è di tutti e nessuno

Siamo abituati a vivere la città, qualunque spazio pubblico, come terra di tutti e nessuno, invece che di ciascuno. Di contro, casa nostra è nostra soltanto

  • 29 dicembre 2012

C'era un incubo ricorrente, tra quelli della mia infanzia. Un incubo che mi ha inseguito per anni, tornando di tanto in tanto a turbare il mio sonno, e che per questo continua a venirmi in mente ogni volta che mi trovo a raccontare certe notizie.

Sognavo - e sarà certamente capitato a tanti - di dover scappare da una improvvisa catastrofe. Che fosse un terremoto, un incendio, un'onda anomala o l'assalto di un'orda di esaltati armati di mitra, non c'era scampo: fuggire in tutta fretta abbandonando casa mia senza sapere se sarei mai tornata. E qui si condensava tutto l'orrore della mia paura: dover raccogliere l'essenziale, scegliere in pochi secondi l'oggetto da portare con me, e dunque da salvare. Il denaro? Un album di fotografie? Un gioiello? Un abito? Un ricordo? Cosa? Cosa portarsi via dal disastro imminente?

Ci ripenso, ogni volta che mi capita (e purtroppo capita) di dover raccontare fatti di cronaca e tragedie come quelle di via Bagolino. Penso all'incubo che diventa reale. All'urgenza disperata della fuga. Penso alla rincorsa surreale del tempo che si sgretola insieme ai muri, manciate di secondi che si divorano gli anni. Penso al precipizio di passi e di pensieri sulle scale di chi fugge. Di chi fugge davvero, e non soltanto nel sonno.

Forse ci pensano molto, in questo periodo, anche tanti altri palermitani. Probabilmente via Bagolino ha risvegliato un incubo assai comune. Perdere la casa. Perdere la vita. Perdere tutto. Così almeno sembrerebbe, a giudicare dall'aumento delle segnalazioni e delle richieste di intervento che dal 17 dicembre scorso arrivano al centralino dei vigili del fuoco da parte degli stessi residenti. Crepe sospette, lesioni nell'intonaco "che ieri non c'erano", rumori inquietanti dal solaio o dai pilastri. Ora tutto fa paura. E se spesso i sopralluoghi si risolvono in un falso allarme, qualche volta invece rivelano nuovi casi a rischio.

Esattamente quello che è accaduto in via Mazzini. Dove lo sgombero di un palazzo di cinque piani, fortemente a rischio secondo vigili e protezione civile , sconvolge persino di più del crollo di via Bagolino. Perchè qui siamo in pieno centro, nel salotto buono di Palermo. Qui si trovano negozi, locali, gallerie d'arte, appartamenti di pregio. Nulla a che vedere con i quartieri popolari o con le periferie, e nemmeno con il degrado del centro storico in cui siamo soliti contestualizzare (rassicurandoci anche un pò) tragedie come quella di via Bagolino.

Invece no, la situazione sembra la stessa persino qui: gli inquilini che notano scricchiolii e crepe sulle pareti, ripensano ai fatti di via Bagolino, si preoccupano, chiamano il 115. Poi l'arrivo dei vigili del fuoco che in effetti verificano la presenza di lesioni strutturali al palazzo. Tutti fuori, via da casa. Almeno fino a quando le condizioni statiche dell'edificio non saranno confermate da una perizia più accurata. Le analogie poi non si fermano qui: anche in questo caso l'edificio risulta avere due piani in più rispetto alla struttura originaria, due piani costruiti negli anni '70 e mai sanati.

Che questo abbia inciso o meno, come nel caso di via Bagolino, è ancora da capire, naturalmente. Ma sotto gli occhi di tutti qualcosa c'è, ed è la disattenzione cronica di una città che non riesce ad andare oltre l'ossimoro dell'emergenza perenne. Non riesce a farlo a livello istituzionale, dimenticando nel cassetto i censimenti sugli edifici a rischio, aggiornati ogni anno (almeno sulla carta). Ma non riesce a farlo neanche a livello dei singoli, dei privati cittadini.

Il lutto e il dramma di via Bagolino ci sconvolgono tutti, è vero. Ma perchè ci sorprendiamo? E di cosa? Sono anche le nostre azioni a renderlo possibile. Siamo fatti così: siamo abituati a vivere la città, e qualunque spazio pubblico, come terra di tutti e dunque di nessuno, invece che di ciascuno. E di contro, casa nostra è nostra soltanto, sempre. E oltre lo zerbino del nostro pianerottolo, che pure sarebbe parte di un condominio e dunque della città stessa, non lasciamo che nessuno metta il naso nè il becco.

Ci serve un bagno in più per ospitare comodamente la nuova Jacuzzi? Nessun problema, una veranda si monta in 12 ore, e ce l'hanno tutti. Eliminare un cavedio per fare spazio alla nuova dispensa in cucina? Non se ne accorge nessuno, facciamolo pure. Togliere quel pilastro in mezzo alla stanza, che ostruisce la visione del nuovo televisore al plasma? Ma si, tanto è casa mia. Ristrutturare l'appartamento? Costruire un piano in più? Una mansarda? Degli architetti si può fare a meno, spesso hanno troppi grilli per la testa, e poi è casa mia, me la disegno da me e poi basteranno un paio di bravi operai. Controlli e sanzioni? Sempre troppo pochi. Siamo fatti così. Salvo poi ripensare a via Bagolino. E magari ai nostri incubi d'infanzia. E spaventarci, all'improvviso.
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