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Palermo città di controsensi. Ora manteneteci voi

Mi chiedo perché a Palermo non capiamo che prima di partire dagli ex detenuti, dobbiamo pensare all’altra parte della città, quella più fresca e infelice

  • 9 ottobre 2012

Sono qui perché il contratto di lavoro, a Roma, era scaduto. Ho cercato per un po’ un’altra occupazione, dopo quattro anni nella capitale. Non ho trovato nulla e, dopo anni di indipendenza, sono tornata nella mia città. Mi sono detta che se dovevo restarci, dovevo fare in modo che le cose cambiassero. Vivo di nuovo con i miei genitori, ho un lavoretto per tre mesi e non posso fare progetti. Sono ingabbiata. Oggi in ufficio è arrivato un signore, mi ha presentato i sui documenti per la dichiarazione dei redditi. Mi ha detto: «Io ho due figli. Sono tutti e due a carico mio. Uno è laureato in architettura ormai da quattro anni e l’altra in pedagogia. Lo sa che le hanno detto? Che la priorità, nel centro dove voleva lavorare, ce l’avevano gli ex-detenuti. Ma secondo lei che cosa può imparare un bambino da un ex-detenuto?»

Palermo città di controsensi. La politica sociale, i piani di inserimento lavorativo, i lavori socialmente utili. Tanto di cappello, rispetto e quant’altro. Ma il problema è un altro. A Londra, per esempio, per strada non ci sono barboni, eppure è una metropoli che conta più di sette milioni di abitanti. A Londra i barboni al massimo distribuiscono i giornali per strada e vengono pagati dal governo inglese. Ma Londra è una città evoluta, funzionante, efficiente sotto tutti gli aspetti. Londra è una città servita, con un altissimo livello di civiltà e vivibilità. Anche a Berlino ci sono pochissime persone che vivono per strada e la via del barbonaggio sembra più una scelta che una condizione irreversibile. Mi chiedevo come mai.

Mi chiedevo perché a Palermo, che non è nemmeno lontanamente paragonabile a due capitali europee della portata di Londra e Berlino, non capiamo che prima di partire dagli indigenti o dagli ex detenuti, dobbiamo pensare a salvare l’altra parte della città, quella più giovane, quella più fresca e infelice. Va bene la politica sociale, ma prima devi fare i conti con noi. Noi che prima non eravamo così tanti. Mi chiedevo perché siamo costretti, da anni ormai, a cambiare città, paese. Mi chiedevo perché il signore di oggi deve rimanere povero, solo e senza i suoi figli. Mi chiedevo perché dovesse rinunciare a vederli e magari morire senza avere la soddisfazione di vederli lavorare, di condividere gli stessi luoghi e lo stesso mare dopo aver investito tanto sulla loro educazione e istruzione. Mi chiedevo: perché lasciare scappare proprio noi?

Il senso della vita, un tempo, era legato unicamente al lavoro. A quel lavoro che ti dava il pane, a quel lavoro che ti permetteva di costruirti una famiglia, sfamare tua moglie e i tuoi figli, di avere una casa. Il senso della felicità era legato alla realizzazione, e il concetto di realizzazione era legato profondamente al lavoro, che ti dava la vita. Adesso non si lavora più, lavoro non ce n’è più, ci scanniamo per un lavoro in un call center dopo aver passato anni dietro una scrivania a studiare. Il lavoro non c’è, e se c’è, è un lavoro provvisorio, un lavoro che ti tiene appeso a un filo, un lavoro che non ti lascia vivere sereno, un lavoro che non ti permetterà mai di programmare la tua vita, costruirti una famiglia o tantomeno di comprarti una casa. Il lavoro non c’è e col lavoro se n’è andato anche il senso della vita.

Siamo forti noi, siamo resistenti, elastici, flessibili, incredibilmente pazienti e, ahimè, accondiscendenti. Siamo bravi a stringere i denti e vedere lontano quando lontano non si vede assolutamente nulla. Io ci voglio provare a vivere qui, io voglio una città in cui poter restare, in cui prima degli ex detenuti si pensi a rivalutare i luoghi, rivalutare la scuola, l’insegnamento, in cui si rivaluti il centro storico, in cui non esistano i parcheggiatori abusivi, in cui i giovani non abbiano paura di aprire un’attività, in cui il pizzo non esista, in cui interpellino noi, noi che abbiamo le idee, noi che sappiamo cosa fare. Voglio che non si ragioni per parentele, che Palermo diventi una cosa pubblica. Noi vorremmo semplicemente restare. Trovate i soldi per mantenerci qui e noi lavoreremo sodo.

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