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Paolo Falcone racconta i suoi 25 anni di arte contemporanea a Palermo

Da Jannis Kounellis a Letizia Battaglia, Falcone racconta la stagione dei grandi interventi artistici contemporanei a Palermo tra Cantieri, Museo Riso e Biennale di Venezia

  • 4 aprile 2017

Martin Creed con Paolo Falcone

Ripercorrere il lasso di tempo che va dagli esordi fino all'ultimo intervento di Paolo Falcone significa raccontare di una Palermo vocata all'arte contemporanea in tempi insospettabili. Significa parlare di quando la Vucciria era ancora "soltanto" un mercato e di quando i Cantieri Culturali alla Zisa erano ancora le officine dismesse Ducrot.

Si può parlare di due epoche distinte saltando da quando un giovanissimo curatore portò in Sicilia il grande Jannis Kounellis a quando, più grande, ha allestito la prima grande antologica di Letizia Battaglia a Palermo, una mostra che il Maxxi di Roma ha voluto immediatemente dopo.

Due capocardini in realtà, di una evoluzione che inizia a palazzo Rammacca, l'edificio a piazza Garraffello: Falcone è il primo ad aprire lo spazio negli anni Novanta insieme a Nicola Bramante per delle mostre quotidiane (Chi c'è c'è, chi non c'è se lo fa raccontare), accompagnati, al primo giro, dal sassofono di Gianni Gebbia e tra gli altri Croce Taravella.
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«Nel 1992 il primo grande disastro - racconta Falcone - da un ufficio della Regione mi arriva la richiesta di una mega tangente per un allestimento, mi sono rifiutato e ho chiusto baracca e burattini». Così la storia ha voluto che sfumasse una mostra di Alighiero e Boetti.

Ma una carriera nella cultura, a Palermo, è una carriera che si scontra spesso con compromessi, richieste assurde e divieti senza ragione e, forte di quella delusione, Paolo Falcone decide di portare a Palermo Jannis Kounellis l'anno dopo, ma con fondi privati. Siamo all'Albergo delle Povere, messo a disposizione dell'amministrazione regionale, ed è stata la mostra più grossa che l'artista greco abbia mai fatto.

Poi una svolta. «I Cantieri Culturali alla Zisa erano un campo di patate nel 1996 - ricorda il curatore - mi presentai sfacciatamente, senza amicizie né accordi all'allora assessore alla Cultura del Comune, Francesco Giambrone, all'indomani dell'aquistizione del complesso industriale e organizzammo il primissimo evento lì dentro: Langsland & Bell». In collaborazione con la Serpentine Gallery di Londra, la mostra lancia il Comune di Palermo (e i suoi spazi) nel circuito artistico internazionale.

Fu in quell'occasione che la storica dell'arte Ester Coen partorva sull'edizione nazionale de La Repubblica il concetto poi copiato, usato e perfino citato, di "Rinacimento di Palermo": un apripista per grandi mostre e collaborazioni, sempre ai Cantieri. Dove il noto land artist Richard Long fece i più grandi cerchi della sua carriera in uno spazio al chiuso e ancora dopo sbarcò "Addina", un progetto allucinato di interazione tra il pubblico e diverse galline, gli artisti erano Carsten Holler e Rosemarie Trockel.

«Fu messo su Cream - spiega - un catalogo dei più imponenti interventi artistici di fine millennio nel mondo». E ancora Palermo produce ed esporta, facendo capolino nel mondo raccontando belle cose e non solo storie di mafia e cronache delle recenti stragi.

Stragi poi raccontate da Letizia Battaglia, per la prima volta, al Micromuseum: il più piccolo museo del mondo (anche riconosciuto e istituzionalizzato) che si trovava in via Torrearsa, dove Falcone porta tra le altre cose i palloncini di Martin Creed, futuro Turner Prize. Intanto siamo arrivati al 2001: Palermo fa gola e un Paolo Falcone neanche trentenne è l'invito che arriva in carta bollata agli attori del sistema cultura. Chi ricorda la scritta "Hollywood" che dominava la città da Bellolampo? Era Maurizio Cattelan.

Forse non tutti sanno che l'idea di Museo Riso è nata in un sottoscala e proprio da Falcone. «Eravamo io e due funzionari della Regione: Sergio Gelardi e Antonella Amorelli, con Valentina Bruschi e un budget bassissimo - spiega - volevamo creare un museo specifico siciliano e abbiamo pensato a una collezione impossibile da fare senza rapporti e relazioni». Carla Accardi, Anselmo, Isgrò, Creed, Kounellis, Long.

«La Regione poi cancella tutto improvvisamente e il resto è storia nota - continua - ma per contrasto a quella chiusura ho portato un padiglione Sicilia, non istituzionale, alla 52. Biennale di Venezia». A bordo di una Rolls Royce degli anni Settanta, nel 2007, Falcone e Aleksandra Mir si presentano alla kermesse come un bizzaro Sicilian Pavilion su ruote.

Arriva alla quarta partecipazione alla Biennale di Venezia con la sua, e di Marco Giammona, Fondazione Sambuca e, dopo opere pubbliche tra cui l'allestimento di Michelangelo Pistoletto a Porta Felice, incarichi a titolo gratuiito e burocrazie collose ottiene un finanziamento di 40mila euro «lorde» precisa, per l'Antologia di Letizia Battaglia a Zac che adesso sta girando il mondo sotto il marchio del Comune di Palermo.

«La mia battaglia è infatti riuscire a dipanare la matassa: la Regione che ha spazi iper istituzionalizzati e autoreferenziali che grazie a leggi scellerate sono nelle mani di chi alle 14 finisce il turno e se ne va - afferma -. Sulla falsariga della legge Franceschini va pretesa la liberazione degli spazi culturali. Dall'altro lato il Comune: ha bisogno di un modello di gestione istituzionale e non di delega perché gli spazi possano diventare spazi normali e di opportunità - conclude - In fondo mi piacerebbe solo che venissero eliminate le anomalie, Palermo può essere normale».
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