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Storie che non trovi sui libri: quando Garibaldi mise il suo (involontario) zampino a Bagheria

Per ingraziarsi i baarioti, pare che Garibaldi promise di requisire le terre in possesso degli ecclesiastici e distribuirle poi tra quanti lo avessero seguito e supportato

Sara Abello
Giornalista
  • 15 novembre 2021

Villa Cattolica a Bagheria

Abbiamo sempre sentito la storia di Bagheria che nasce come luogo di villeggiatura per le nobili famiglie palermitane che, di fatto, con uno stuolo di servi alle proprie dipendenze, facevano “girare” l’economia, ovviamente accentrata sui propri palazzi e le loro esigenze.

Ma quando, e soprattutto come, i bagheresi si affrancano dai nobili signori e iniziano a gettare le basi per quella che è stata la loro gestione autonoma delle risorse e quindi dell’economia?

Ovviamente c’è un antefatto storico di notevole portata che vede l’involontario zampino di Garibaldi che, come sappiamo, nel bene e nel male, influenzò molti eventi della vita siciliana a partire dallo sbarco del 1860 insieme ai Mille.

Pare (e se non rischiassi di passare per passivo-aggressiva ve lo scriverei in maiuscolo, ndr) che Peppino - lo chiamerei amichevolmente così dal momento che non può obiettare - per ingraziarsi un po' di isolani e aver il loro supporto contro i Borboni, promise di requisire le terre in possesso degli ecclesiastici e distribuirle poi tra quanti lo avessero seguito e supportato.
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Come in tutte le vicende anche in questa era coinvolto un folto numero di baarioti che, come il prezzemolo, sono sempre in mezzo. Purtroppo però, la storia ci insegna per bene che le cose non andarono propriamente così, potete dunque immaginare il malcontento collettivo.

A salvare la situazione fu il ministro siciliano Simone Corleo con la sua legge dell’enfiteusi del 1865, passata per uno scarto di soli 5 voti.

Grazie a questa legge, sulla base di un rapporto regolamentato per lungo tempo dal diritto romano, diede sostanzialmente la possibilità ai contadini di acquisire la gestione delle terre dei nobili, con l’obbligo di versare un canone annuo e con l’esito di migliorare il fondo che gli veniva affidato.

Per poi, dopo almeno venti anni, aver la possibilità, ma non l’obbligo, di riscattare gli appezzamenti ed entrarne in possesso esclusivo.

Chiaramente questo fenomeno ebbe dei risvolti sociali di grande impatto e fece in modo che, per la prima volta, della povera gente avesse quanto di più simile possibile ad una proprietà.

Concretamente, a Bagheria vennero ridistribuiti, a ben 1800 persone circa, quattro ettari di terreno ciascuno, del feudo dell’Accia, requisito ai monaci gesuiti.

Si trattava di un campo molto fertile ma che era da sempre stato dedito esclusivamente alla pastorizia. Da subito i contadini lo convertirono e si dedicarono alla viticoltura che diede ottimi e duraturi risultati.

Per ben vent’anni quei terreni furono dei vigneti produttivi sino a che, a causa della filossera, si dovette cambiare destinazione d’uso per orientarli a coltivazioni di ortaggi e cereali.

In quell’occasione molti proprietari si videro costretti a vendere ed emigrare in America ma tanti altri, rimasti a coltivare la terra, diedero l’impulso con le loro nuove produzioni alla nascita delle successive fabbriche di conserve del territorio, risorsa preziosa, mutate e riconverite negli anni sino ai nostri giorni.

È così che effettivamente, da un fatto storico apparentemente marginale, si ebbe una svolta sociale di grandissimo impatto e che condusse alla nascita della piccola borghesia baariota e concretamente a quella che è l’attuale cittadina.

Ora vi starete chiedendo dove abbia appreso questo fatto, considerato che non lo si trovi sui libri di storia, e quali siano le farfalle cui faccio riferimento nel titolo... vi accontento subito.

Questa vicenda fa da sfondo ad uno dei racconti di Carlo Puleo, pittore, fotografo e scrittore bagherese, personaggio arcinoto che può annoverare tra le sue amicizie personaggi del calibro di Ignazio Buttitta e Renato Guttuso.

Durante una chiacchierata con lui, dopo il meritato rimprovero per non aver letto i suoi racconti che, come si è visto, si sono rivelati una preziosa risorsa di sapere, mi ha illuminato su quella che è stata una pagina della storia locale e non solo, di essenziale importanza e che, per una ragione che è oscura ad entrambi, viene tenuta come fosse uno dei segreti di Fatima da non svelare.

Probabilmente molti la conoscono ma solo grazie ad una persona come il maestro Carlo, in un certo senso memoria storica della cittadina, ne ho saputo qualcosa io.

Proprio sul finire del suo racconto "Le farfalle del Barone Martinaro", scopriamo che «i nobili chiamavano "farfalle" i loro feudi che a mano a mano andavano perdendo».

Del resto hanno visto letteralmente volar via, passo dopo passo, le loro proprietà, il loro denaro, i titoli e per ultimo il loro status sociale, in favore di quella nuova classe borghese nascente.
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