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Noi seduti sulle casse di birra: un tuffo nel mondo perduto di chi ha lasciato Palermo

In quel labirinto di stradine e vicoli, fra le voci del quartiere in cui perdersi e poi ritrovarsi: Ballarò è il luogo dei ricordi per tanti ragazzi palermitani andati via

  • 25 gennaio 2020

Casse di birra fuori da un locale a Ballarò (foto Pietro Piraino)

Biancheria stesa ad asciugare, da una finestra all'altra, su una corda o su due bastoni di scopa legati tra loro. Lenzuola, pigiami, intimo: penzolava di tutto sulle teste di noi passanti. Piccoli tasselli di vita sorretti da due balconi su cui riposava qualche pallone abbandonato e cercava di farsi spazio qualche piccola pianta, lì custodita in un vaso.

I balconi, ricordo, erano molto piccoli e stretti, come anche le finestre da cui scorrevano quelle corde di indumenti ancora profumati di ammorbidente.

Era tutto piccolo, e stretto. Anche i vicoli, le stradine senza marciapiedi in cui mi fermavo, spalle al muro, immobile, nell'attesa che l'auto che avevo sentito arrivare potesse avere lo spazio necessario per passare oltre.

E si proseguiva così: in quel labirinto di stradine, vicoli, tra porte lasciate socchiuse e da cui sentivo le voci del quartiere. Era ora di cena. Le famiglie si ritrovavano intorno alla tavola e si alzavano, senza freno alcuno, le sgridate contro i bambini che non volevano mangiare.
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Si sentivano fino in strada le voci dei conduttori di popolari programmi tv, il volume delle televisori era sempre tenuto molto alto. E poi ancora voci concitate di liti, ma anche chiacchiere tra vicine che si affacciavano da un balcone all'altro per aggiornarsi sulle ultime vicende dei loro figli.

E mentre raccontavano la loro vita, posavano lo sguardo – fingendolo distratto – su di noi, noi che passavano sotto i loro pigiami e le loro lenzuola. Ci scrutavano e oggi immagino ci vedessero come degli intrusi nel loro mondo.

Giungevamo nel loro quartiere – Ballarò – in gruppo e subito dopo le lezioni del pomeriggio, o dopo una giornata trascorsa sui libri.
Cercavamo un luogo di ritrovo - soprattutto economico per noi, studenti universitari - e a pochi passi da casa. Senza doverci spingere - a piedi - troppo lontano, troppo oltre.

E così ci addentravamo in quelle stradine passando tra le bancarelle del mercato storico, cariche di frutta e di verdura. Bancarelle che – con spessi teli in plastica – venivano sigillate al giungere della sera ed erano comunque pronte per l'indomani mattina.

Passavamo davanti ai negozietti nigeriani, aperti anche sul tardi e dai quali uscivano donne con i capelli raccolti in tante piccole trecce nere. E poi ancora, davanti altre piccole botteghe, fino a giungere nella strada dove i pub vendevano bevande a prezzi stracciati.

C'erano tavoli e panche in legno, a destra della strada della movida. Tavoli e sedie che non bastavano per tutti. E allora si passava dall'altra parte della strada, invasa da cassette di birra posizionate in verticale e su cui sedevamo, su cui poggiavamo i nostri bicchieri di plastica come fossero piccoli tavoli.

Passavano motorini con giovani senza casco, pattuglie delle forze dell'ordine, auto di residenti con canzoni neomelodiche a tutto volume. E passavano le ore, in quell'angolo di un quartiere che non visito ormai da tanto tempo - ormai anni. Come sarà adesso la vita notturna lì? Ci sono ancora quelle cassette di birra? E i panni stesi ad asciugare con corde o bastoni? Gli studenti universitari vanno ancora lì, dopo le lezioni?

Non lo so. Magari me lo potrai dire tu che stai leggendo questo post. Io posso solo sapere che li, a Ballarò, non ci siamo più noi, oggi sparsi tra altre città d'Italia o all'estero. Non ci siamo più noi, che lì abbiamo passato i nostri anni dell'università, le nostre serate spensierate.

Ma lì ci sono i nostri ricordi. Sono custoditi in quei vicoli stretti, sotto quei balconi carichi di pigiami e lenzuola. Ricordi che – mi rendo conto – diventano sempre un po' più sbiaditi.

E chissà se ri - sedendomi su una di quelle cassette di birra li rivedrei, quei momenti passati e vissuti più di dieci anni fa.
A dieci anni di distanza, certo, sarebbe una persona diversa a sedere su quelle cassette di birra. Ma non sarebbe diverso, forse, quel piccolo mondo chiamato Ballarò.
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