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Bello ma nascosto tra i vicoli: ad Agrigento c'è un luogo dove il tempo si è fermato

A volte la bellezza appare nascosta e improvvisa, dietro angoli inattesi, a repentini cambi di passo come nel caso dell'edificio di cui parliamo in questo articolo

  • 13 giugno 2020

La facciata dell'ex tracomatosario di Agrigento (foto Balarm)

La bellezza, si sa, non sempre ha i caratteri dell’immediatezza e della frontalità. Talvolta essa appare nascosta e improvvisa, dietro angoli inattesi, in varchi fortuiti, a cambi di passo repentini.

È il caso della via Orazio, ad Agrigento, che si apre a fianco della strada principale della città, la via Atenea. Chi non è del posto, quasi non si accorge che esista, tanto è schiacciata come un’intercapedine fra due grandi palazzi, accanto a negozi di pregio, e sale ripida in un cono d’ombra che la fa apparire dimessa, ai limiti dell’insignificante, con i suoi bei scalini di pietra lavica che si perdono a fuga d’occhio.

La via Orazio sale quasi a piombo, ma quest’impressione è anch’essa un’impostura, perché, una volta imboccata, la piccola strada segue due curve vagamente ellittiche e si apre a un paio di piccoli slarghi di sicuro fascino, protetti alla vista, che la restringono ancora come dovesse chiudersi.
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E invece la salita si apre a un’ampia biforcazione: a sinistra un piccolo cammino che si spegne come una strada morta sul fondo delle case, a destra si ricongiunge con vicolo Fornai, laddove insiste a disperdersi dentro alcuni cortili, e con il prestigioso vicolo Ospedale, scendendo per dolci archi di scale fino alla via Atenea.

È proprio in questo bivio di strade che si erge un’enorme parete di tufo, una sorta di muro che nasconde un terrapieno schiacciante il cui piano è occluso alla vista per la differenza di quota stradale.

Fatti pochi passi, a girarci intorno, lasciata la sensazione che la parete chiuda lo spazio, appare d’un tratto un immobile bellissimo, eccentrico e spaesato in quell’intorno di strade, di forma oblunga e a un solo piano. È accessibile – ma è chiuso con il lucchetto - da un cancelletto basso, arrugginito e malridotto, che si apre su una piccola area verde delimitata da un lungo muricciolo, e l’intera struttura è aperta e in totale stato di abbandono.

Siamo di fronte all’ex tracomatosario di Agrigento. Uno strano nome che deriva dal tracoma, malattia infettiva ad andamento cronico che può portare alla cecità e che ancora oggi è diffusa in paesi poveri e con basso livello igienico causa la scarsità di acqua. Per le sue caratteristiche, il tracoma è una patologia estremamente discriminante.

Negli anni della guerra, le principali vittime furono i bambini e la malattia si diffuse in modo elevatissimo nelle regioni
meridionali e insulari. Per i bambini affetti da tracoma la vita era difficile. Oltre al rischio di perdere la vista, la loro esistenza si svolgeva in massima parte in isolamento per evitare il contagio dei coetanei sani, e a scuola venivano fatti sedere in banchi separati, o, laddove possibile, riservandogli classi apposite.

Ad Agrigento il tracoma fu un male endemico che affliggeva soprattutto la popolazione dei bassi. Scarsa igiene, scarsa alimentazione, penuria di acqua, portarono all’insorgenza di numerose infezioni enfatizzando la natura di questo male che era, propriamente, un male sociale: il male dei poveri, contro i ricchi che difficilmente avrebbero potuto prenderlo.

Tutto ciò offre un’immagine chiara di Agrigento durante i primi anni del Novecento: una città magnifica e poverissima. Per sconfiggere la malattia, il solo modo era di porre gli ammalati in quarantena, e a compiere quest’opera di bene per Agrigento fu monsignor Angelo Piazza, cui l’Amministrazione Civica farebbe bene a dedicare a sua memoria l’intitolazione di una strada.

Egli era un bizzarro sacerdote, ricco proprietario di terreni a nord della frazione di Montaperto, che faceva opinione per l’evangelismo delle sue idee, pur non entrando mai nel ricco cenacolo dei preti che con il tempo si diedero alla politica. Confessore delle suore del Monastero di Santo Spirito, Angelo Piazza ebbe proprio da loro il terreno su cui avrebbe fatto costruire l’opera, che di fatti si trova immediatamente sotto la maestosa struttura del complesso chiara montano.

Forse donata dalle suore, o più probabilmente venduta al parroco, che si adoperò affinché diventasse ricovero degli
ammalati di tracoma servendo per intero la città e il centro storico, che più d’altre zone era vulnerabile e povero. L’impegno di Angelo Piazza ebbe la meglio, e la malattia quasi scomparve, al punto che il tracomatosario venne chiuso negli anni Trenta, e praticamente da allora è in uno stato di perenne disuso e abbandono.

La malattia ebbe una ripresa dopo la guerra, al punto che gli americani finanziarono la costruzione di un grosso edificio ospedaliero che però non entrò mai in funzione. Poi cessò del tutto, e per fortuna, e rimane oggi come una malattia distante, come distanti sono i poveri che non mondo per causa sua si ammalano e diventano ciechi.

Oggi la struttura e l’intera area che la circonda sono proprietà comunale, e benché il luogo sia chiuso da decenni le mura appaiono solide, ed è rimasto pressoché intatto il prospetto frontale molto suggestivo. Sono crollati in parte i soffitti, e chissà che eliminandoli totalmente – e con essi il pericolo – questo luogo non possa tornare ad avere una sua esistenza, come piccola area di sosta, come spazio espositivo d’estate, come sede di piccoli convegno letterari all’aperto.

Ne sarebbe gratificato monsignor Angelo Piazza, che questo luogo ha fortemente voluto, per il bene dei suoi concittadini, e che è talmente bello e inatteso, in quelle piccole strade, che forse riuscì a sconfiggere pure la malattia, grazie al sole che lo inonda e a una sottile linea d’orizzonte da cui si vede il mare.
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