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I diari della motocicletta, in viaggio con il Che

La scelta dei due amici, laureando in medicina il futuro “Che” e biologo Alberto, è quella di scoprire ragioni di unità tra i popoli del Continente Americano

  • 18 giugno 2004

I diari della motocicletta
Argentina-Cile-Perù-Brasile-USA, 2003
Di Walter Salles
Con Gael Garcia Bernal, Rodrigo de la Serna, Mia Maestro

In questo brioso di film del brasiliano Walter Salles (già apprezzato dalla critica per Central do Brasil), presentato a Cannes 2004, prodotto da Robert Redford e con la consulenza storica del nostro Gianni Minà, seguiamo il viaggio del giovane Ernesto Guevara de la Serna (Gael Garcia Bernal) e del suo prode compagno Alberto Granado (Rodrigo de la Serna) attraverso Argentina, Cile, Perù, Colombia, Venezuela. La scelta dei due amici, laureando in  medicina il futuro “Che” e biologo Alberto, è quella di scoprire ragioni di unità tra i popoli del Continente Americano, capire i loro problemi, conoscere le loro vite. In sella alla “Poderosa”, una Norton 500cc, nel gennaio 1951, partono per un itinerario di scoperta che durerà otto mesi e che li porterà da Buenos Aires a Caracas, attraverso visi, racconti, fatiche, polvere, bellezze naturali e archeologiche.

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Il lebbrosario di San Pablo, sul Rio delle Amazzoni, sarà la sosta più significativa, dove potranno farsi prossimi ai sofferenti e opporsi alle convenzioni; Ernesto (per altro vittima di frequenti crisi d’asma) e Alberto, non avranno, infatti, paura di stringere le mani dei malati senza guanti, sicuri che non ci sia più contagio una volta che il trattamento della malattia sia stato iniziato. Nel lebbrosario, il “Che” pronuncerà anche il suo primo “discorso” politico. Davanti alla torta del suo 24° compleanno, in una festicciola improvvisata, saluterà i suoi ospiti, salutando in loro le genti della nazione meticcia, dell’America unita. La pellicola è ricca di leggerezza (soprattutto all’inizio) e di dovute soste di riflessione, soste in cui è dato spazio ai pensieri rivoluzionari in nuce di Ernesto ed al vigore di Alberto che lo sostiene e lo comprende. Machu Picchu, sintetizza la grandezza e la caduta dei popoli autoctoni, della loro civiltà e del loro annientamento sotto la conquista degli Spagnoli. Che sarebbe stato di loro senza l’arrivo degli Europei? La domanda lasciata aperta dai due ragazzi, stupefatti e commossi dalla bellezza del luogo, nel film lascia intendere una risposta che condanna gli invasori.

In realtà, è ancora una domanda senza risposta definitiva, perché di queste civiltà del passato, difficile, era ed è, intuire un progresso pari a quello europeo, capace di “fare storia” nello stesso modo. Bellissimi i paesaggi e le istantanee dei personaggi, via via incontrati dai protagonisti sul loro percorso. Fiero il carattere di Ernesto tanto quanto sfacciato è quello del suo amico. E fedelissima la ricostruzione dell’itinerario reale del viaggio, che ha richiesto la passione del regista e di tutta la troupe, impegnata nelle stesse locations descritte in “Latinoamericana”, il vero diario del  “Che” (edito in Italia da Feltrinelli), alle prese con temperature inferiori allo zero sulle Ande e superiori ai 45° in Amazzonia. Per chi va al cinema a vederlo, il film è un’occasione per saperne di più su uno dei personaggi storici più celebrati del nostro tempo e per conoscere luoghi ancora oggi lontani dallo sviluppo e dagli itinerari del turismo, innegabilmente veri.

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