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"I fratelli Grimm", imbroglioni da fiaba

  • 28 novembre 2005

I fratelli Grimm (The Brothers Grimm)
USA, Repubblica Ceca, 2005
Di Terry Gilliam
Con Matt Damon, Heath Ledger, Peter Stormare, Jonathan Pryce, Monica Bellucci

Dopo il sogno impossibile e wellesiano di portare sullo schermo Don Chisciotte (documentato da "Lost In La Mancha"), Gilliam torna finalmente dopo 7 anni (dal 1998 di "Paura e delirio a Las Vegas") con la storia di questi improbabili fratelli Grimm (una parodia del genere in voga del biopic?...), in cui i timori settecenteschi (la guerra coi francesi) si mescolano alle figure fiabesche delle loro raccolte. A dir la verità, l’aspetto storico rappresentato dalle truppe napoleoniche risulta un po’ “appiccicato” (benché sia l’occasione per offrire due interpretazioni ai bravi Stormare e Pryce). A momenti si potrebbe pensare ad una contrapposizione tra il razionalismo cartesiano francese e lo spirito soprannaturale tedesco, in cui sarebbero ancora vivi i miti delle foreste germaniche. Una contrapposizione parallela a quella già interna alla stessa coppia dei Grimm (con un Will sbruffone e pragmatico – su cui Matt Damon forse calca un po’ troppo i toni - e un Jake timido, nervoso e sognatore, quasi donchisciottesco nel suo vedere miti e fantasmi in ogni dove). L’universo in cui si muovono i due imbroglioni è una realtà in cui l’eredità precristiana è ancora fortemente presente (non dimentichiamo tra l’altro che Jakob Grimm è un nome imprescindibile della filologia germanica…).

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Si potrebbe dire che Will e Jake sono due Frati Cipolla pronti a intervenire con le loro carabattole sincretistiche quando non schiettamente paganeggianti per placare spiriti ed eliminare streghe volanti. Oppure, sostituendosi ai soliti cacciatori, per salvare Cappuccetto Rosso e Gretel, come se le fiabe dei due fratelli fossero vittime di una leggenda più potente, quella della vanitosa regina della Turingia. Certo la scelta di trasformare i due quieti letterati in eroi da action movie risulta alquanto debole e opinabile, come del resto il risultato che ne consegue, lontanissimo dall’energia e dalla visionarietà (filo conduttore della filmografia del regista) a cui eravamo abituati. Ma, tutto sommato, Gilliam riempie questo fragile, esile presupposto di fondo con spunti visivi affascinanti, aiutato dalle scenografie di Guy Hendrix Dyas e dai costumi di Gabriella Pescucci (che aveva già lavorato con lui per "Le avventure del Barone di Munchausen" nel 1989), mentre gli inserti digitali lasciano un po’ a desiderare… Ne esce fuori in ogni caso un viaggio (seppur mediamente) allucinato / allucinante, il che unito alla presenza di un'altra coppia maschile può rimandare ai fasti di "Paura e delirio a Las Vegas".

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