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Iaia Forte, il teatro come luogo privilegiato

  • 10 aprile 2006

Un’intervista a Iaia Forte ci conferma la sensibilità e disponibilità di una persona che non si ritrae dagli incontri con appassionati e curiosi, anche quando è appena sbarcata dall'aereo approdando sul suolo siciliano. L'attrice, impegnata a Palermo per "Corpo celeste" della rassegna "Quintessenzadiprimavera" (curata da Giuseppe Cutino e Clara Gebbia), esordisce dicendo che è un piacere tornare in Sicilia, terra a cui è molto legata da sincere amicizie e forti esperienze che l’hanno segnata. Attrice amata da grandi registi, le chiedo dove sente di esprimersi al meglio e risponde senza esitazione: «Mi ritengo un’attrice teatrale che ha fatto del cinema. Il teatro è un luogo privilegiato, in cui l’attore può esprimere al massimo le sue potenzialità. I personaggi teatrali sono più vari, danno la possibilità di amplificare l’immaginario, anche se devo ammettere che neanche al cinema ho mai fatto personaggi superficiali».

Fra un sobbalzo e l’altro, ringraziamo l’Anas per l’ottima cura delle autostrade, ammette con innocenza: «Sono stata fortunata. Ho incontrato dei registi che mi hanno dato molto: da Servillo ho imparato i primi rudimenti; De Berardinis mi ha aperto la possibilità di un teatro diverso; Martone mi ha insegnato l’attenzione e il rapporto con lo spazio scenico; Cecchi è stato un incontro fondamentale, grazie a lui ho capito come approfondire lo studio dell’interpretazione; Tiezzi mi ha avvicinato all’idea e alla concezione di un teatro che sia unione fra visionarietà e realtà. Infine Ronconi è il grande genio del teatro contemporaneo... E questo ci basta per avere un’idea di cosa significhi lavorare con lui». Poi continua pensierosa sottolineando la necessità di trovare un senso della vita, di dare un senso a ciò che si fa, di sentire la necessità di dire qualcosa.

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Da questi bisogni nasce con Clara Gebbia, regista molto attenta alla valorizzazione di pensieri purtroppo ignorati, il progetto su Anna Maria Ortese, che dà voce a una scrittrice che urla sommessamente - non è un ossimoro, ma una forma di grande eleganza stilistica, oggi sconosciuta - che denuncia l’alienazione degli scrittori, situazione estendibile a tutti artisti, in un mondo che non ha come mezzo espressivo la lingua, sciolta ormai in diversi linguaggi settoriali, irriverenti e di cattivo gusto. «Sono i progetti a motivarmi, a muovermi. Anna Maria Ortese è una scrittrice che corrispondeva a me e a Clara, con cui ho un profondo dialogo. E' necessario scegliere, non potrei mai recitare cose di cui non sono profondamente convinta!». E' straordinario notare come un testo degli anni Ottanta sia così attuale, abbia una forza dirompente, ma è deprimente constatare che non è cambiato nulla. Il mondo è sempre più ricettacolo del kitsch, dell’invasione di ultraparole straniere, bandiera di una povertà linguistica devastante.

Come ammette Iaia Forte tutto diventa scelta: lo spazio non canonicamente teatrale, il testo non drammaturgico, difficile da portare in scena e quando le chiedo cosa si può fare mi risponde con fermezza: «Resistere, il più possibile. Trovare spazi di autonomia creativa . Con Clara sentivamo lo stesso viscerale bisogno. E' stato naturale scegliere un’autrice complessa, ma così ricca. E sono nati i due spettacoli “Corpo Celeste” in scena ai Candelai e “Intimità”, con il musicista Daniele Sepe, in scena al Montevergini». Con l’invito implicito rivolto a tutti gli artisti affinché si uniscano e gridino il loro malessere, salutiamo Iaia Forte, ringraziandola per averci donato una ventata di freschezza nel panorama opprimente di un’arte abusata.

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