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La vita è un miracolo ma anche spettacolo

  • 23 marzo 2005

La vita è un miracolo (Zivod Je Cudo)
Repubblica Yugoslava/Francia 2004
Di Emir Kusturica
Con Slavko Stimac, Vesna Trivalic, Natasa Solak, Vuc Kostic

L’ultimo film di Emir Kusturica è un lungo flashback che ci riporta nella Bosnia del 1992, in una casa cantoniera sperduta tra i boschi che ospita i protagonisti della storia: Luka, un ingegnere serbo incaricato di occuparsi della costruzione di una ferrovia per collegare la Bosnia alla Serbia, la moglie un po’ folle che rimugina sul suo passato glorioso di cantante lirica e il figlio Milos, proiettato invece verso un futuro da calciatore. I loro sogni saranno tuttavia interrotti dal sopraggiungere improvviso della guerra, che porta Milos alle armi e spezza quel collegamento a cui Luka avrebbe dovuto lavorare. La pittoresca località di montagna viene contaminata così dal verde militare delle truppe improvvisate del paesino: a differenza di “Underground”, altra opera che affrontava il conflitto jugoslavo, qui ritroviamo una visione periferica della guerra, ambientata non in un umido sotterraneo di Belgrado, ma in un luogo quasi idilliaco, dove gli attacchi sanguinari si trasformano in una serie di divertenti baruffe. Prevale infatti il risvolto sentimentale della situazione (di cui è portatrice Sabaha, un’infermiera musulmana tenuta prigioniera in casa di Luka), il tutto scandito da una colonna sonora esuberante e pressoché ininterrotta (composta dallo stesso Kusturica insieme a Dejan Sparavalo) che rende il film quasi un musical.

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Riconosciamo insomma tutti quegli elementi a cui il regista, serbo di Bosnia, ci ha abituato: fragore sonoro e cromatico, spunti felliniani e quel tocco onirico che fa volare i letti così come prima faceva volare i pesci in “Arizona Dream”. Purtroppo, però, la sensazione di déjà-vu è accompagnata da un’amarezza dovuta alla parzialità della rappresentazione. Quel che viene mostrato è, appunto, una cornice lontana dei fatti di sangue che hanno sconvolto la Jugoslavia nei primi anni Novanta. Il subplot comico-sentimentale si impone a scapito degli orrori bellici. La vita è un miracolo, sì, ma è anche spettacolo, controbatte Shakespeare, più volte citato nel film. E lo spettacolo non si può ridurre a una sfilata di allegri numeri musicali e sketches, sebbene supportati da regia mobilissima ed esperta. Lo spettacolo è problematizzazione del reale. E in tempi come questi, tra l’Iraq e gli altri cosiddetti “teatri di guerra” più o meno dimenticati, tra le foto del cadavere-trofeo del ceceno Maskhadov e gli scheletri nell’armadio che fanno capolino in Kosovo, forse vorremmo assistere a urgenze di rappresentazione diverse, a riflessioni che tentino almeno di guardare dietro le quinte di questi spaventosi “spettacoli”.

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