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Le frontiere del deserto

  • 29 ottobre 2006

BABEL
U.S.A., 2006
Di: Alejandro González Iñárritu
Con: Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal, Kôji Yakusho, Adriana Barraza, Rinku Kikuchi, Boubker Ait El Caid, Elle Fanning, Nathan Gamble

Tutto comincia con uno sparo. Nel caldo abbacinante del deserto marocchino, due fratellini arabi impugnano un fucile da caccia dal quale parte un colpo. L’arma è stata regalata da Yasujiro (Kôji Yakusho), ricco vedovo giapponese - il quale, dopo il suicidio della moglie, stenta a comunicare con l’inquieta figlia adolescente Chieko (Rinku Kikuchi) – a Yussef (Boubker Ait El Caid), padre dei due fanciulli. Lo sparo ha ferito gravemente Susan (Cate Blanchett), moglie di Richard (Brad Pitt): la coppia americana si trova in Marocco per cercare di superare, stemperandola, una crisi coniugale. C’è pure Amelia (Adriana Barraza), governante messicana della coppia, il cui figlio sta per sposarsi.

La donna vuole portare Debbie (Elle Fanning) e Mike (Nathan Gamble), figli di Richard e Susan, al matrimonio del figlio in Messico cercando di far passare illegalmente alla frontiera i due bambini, varcando così il confine a bordo di una macchina in compagnia dell'incauto nipote Santiago (Gael Garcia Bernal). Queste storie incrociate alimentano la trama dell’ultimo film del messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu, “Babel”, premiato a Cannes per la migliore regia. Quello di Iñárritu è un cinema che, sin dal suo folgorante esordio con “Amores perros” e attraverso “21 grammi”, elabora storie di lutto e di redenzione, partiture avventurose con personaggi agiti dal senso di colpa e dall’horror vacui, conquistati da un sentimento di vanità che li conduce sui sentieri interrotti dell’erotismo e della violenza.

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Un cineasta, che con il suo particolare virtuosismo, riesce a evocare il dolore della contemporaneità ammalata, dimostrando di essere un costruttore di psicologie e, di conseguenza, un ottimo direttore d'attori (persino Brad Pitt fa la sua bella figura in questo film). La sua struttura ad incastri con variante propone, dunque, quattro vicende dislocate in Marocco, Stati Uniti, Messico e Giappone alludendo di continuo alla condizione di una incomunicabilità estrema capace di creare il caos che regna nel decadente mondo d’oggi. Un mondo che pare in preda all’ira del Funesto Demiurgo, la stessa ira descritta nel libro della Genesi, nei versetti dedicati alla folle impresa umana d’innalzare la Torre di Babele, simulacro di un tentativo di paragonarsi a Dio, trovando la chiave di un linguaggio universale.

Richard e Susan scontano nel deserto il loro tentativo di elevarsi dal fallimento della loro condizione, simili ai personaggi di Paul Bowles, ma incrociano drammaticamente i segni di un disorientamento culturale e sociale capace d’investire anche i comportamenti dei due fratellini armati ed incoscienti. Pure il personaggio della governante messicana, col suo desiderio d’emancipazione, esprime il senso di un esistenziale disagio come, del resto, la giovane sordomuta che soffre la mancanza d’affetto materno e sfoga in una compulsiva ansia sessuale la propria frustrazione. Qualsiasi luogo in cui ci si smarrisce è il riflesso di un nostro personale smarrimento, sembra dirci Iñárritu: ritrovarsi è possibile se si alimenta il confronto con l’altro, se si è disposti a ricercare la grazia dell’amore e del rispetto reciproci. Quello di Iñárritu è un cinema forse indigesto, sicuramente irregolare, ma che ha il merito di non lasciare indifferente lo spettatore.

“Babel” è un film denso ed ispirato, servito da una sceneggiatura potente, ancora una volta scritta dal fedelissimo del regista, Guillermo Arriaga (di cui ricordiamo il bellissimo copione de “Le tre sepolture”, diretto da Tommy Lee Jones). La colonna sonora assai evocativa è di Gustavo Santaolalla, mentre la fotografia iperrealistica e sottilmente poetica è di Rodrigo Prieto (ad ambedue, abituali collaboratori di Iñárritu, si debbono alcune suggestioni dell’indimenticabile melodramma “I segreti di Brokeback Mountain”). Per intensità ed intelligenza, questa è una di quelle pellicole che ci riconciliano, di tanto in tanto, con ciò che ci ostiniamo a chiamare cinema.

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