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Saturno contro, slittamenti progressivi del dolore

  • 25 febbraio 2007

Saturno contro
Italia, 2007
Di Ferzan Özpetek
Con Stefano Accorsi, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Serra Yilmaz, Ennio Fantastichini, Ambra Angiolini, Luca Argentero, Filippo Timi, Michelangelo Tomaso, MIlena Vukotic, Luigi Diberti, Lunetta Savino, Isabella Ferrari

Ogni separazione, sia quella definitiva della morte sia quella provocata dal deflusso dei sentimenti, è una tentazione di vuoto. E’ lo sprofondamento in un cul de sac dell’anima, un ritrovarsi senza luce e calore, irrigiditi dall’angoscia nella stanza della nostra interiorità lacerata. Ma prima che questo accada, un sentimento prevale: quello della paura. “Non voglio più sorprese, voglio che tutto rimanga come adesso, con i nostri amici, per sempre” sono le parole che Ferzan Özpetek mette in bocca a Lorenzo (Luca Argentero) in uno dei passaggi iniziali del suo nuovo film, “Saturno contro”. Paura del gelo e delle tenebre dell’abbandono, un tremore diventato pane quotidiano in questa nostra contemporaneità alienata. E anche gli astri, nel loro perverso gioco, riescono ad influenzare le azioni umane dell’epoca post - tragica: Saturno, per esempio, quando è in posizione avversa. Il pubblicitario Lorenzo convive da sette anni con lo scrittore di bestseller per ragazzi Davide (Pierfrancesco Favino). La loro è una relazione felice, fatta di armonia e di ordine (come la loro abitazione), confortata dalla presenza di un gruppo di amici gradevoli e fedeli, capaci di trasformare in festa anche una semplice occasione di convivio, con sincerità e complicità affettiva. Utilizzando la quieta crudeltà del cineasta indagatore, Özpetek svela progressivamente le fragilità emotive, le crepe individuali all’interno di questa piccola comunità: c’è Sergio (un grande Ennio Fantastichini), omosessuale votato alla solitudine che non riesce a frenare la propria commozione di fronte alle immagini de “La mia Africa” di Pollack; c’è Roberta (Ambra Angiolini), schiava della droga e dell’astrologia.

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E ci sono Angelica (una splendida Margherita Buy), psicologa che gestisce dei corsi per tabagisti e il marito bancario Antonio (Stefano Accorsi). Di quest’ultima coppia si racconta il declino incombente, una crisi che nemmeno il consueto gioco dell’ipocrisia amorosa riesce a frenare: lui manda avanti una relazione clandestina con la fioraia Laura (un’intensa, bellissima Isabella Ferrari). Un avvenimento drammatico provoca una vertigine rivelatoria di tutte le insicurezze e le insoddisfazioni che aleggiano sul gruppo: l’improvviso ricovero di Lorenzo per un’emorragia cerebrale. Utilizzando la magnifica retorica del melò, Özpetek monta con ispirata sapienza da analista sottile il suo puzzle narrativo, non mancando di delineare con precisione gli altri personaggi della sua storia di smarrimenti. In qualche modo, identifica la propria presenza attraverso la sua attrice - feticcio, Serra Yilmaz qui nel ruolo di una traduttrice simultanea di lingua turca (professione che ella svolge realmente, persino a fianco di Papa Ratzinger), attenta e pungente testimone degli avvenimenti, capace di distillare gocce d’ironica saggezza. Anche le figure secondarie conquistano il necessario rilievo: l’infermiera caposala (la straordinaria Milena Vukotic) e poi Vittorio (Luigi Diberti), il padre di Lorenzo incapace di accettare l’omosessualità del figlio in coppia con la sua nuova moglie Minnie (Lunetta Savino).

Ambientato in una Roma sorniona e minacciosa, nei due luoghi contrapposti che segnano il traumatico passaggio di condizione del gruppo (prima l’appartamento degli incontri e dell’armonia, poi l’ospedale della paura e delle separazioni), sorretto da un’abile sceneggiatura (che si deve allo stesso regista in coppia col fedele Gianni Romoli), “Saturno contro” è un acuto dramma esistenziale che esibisce certe raffinatezze degne della migliore tradizione della letteratura mitteleuropea. Özpetek è più freddo e “costruito” del suo collega spagnolo Almodóvar (di cui però condivide il piglio demistificatorio), sa usare i carrelli con ieraticità alla Antonioni (si veda la struggente sequenza della camera mortuaria o quella della passeggiata di Antonio e dell’amante Laura, inscritti nelle geometrie di una piazza, così vicini e così lontani l’uno dall’altra) e si diverte a disseminare il suo film di affettuose citazioni da cinefilo (i titoli del “Ludwig” di Visconti e un frammento di “Femmina folle” di John M. Stahl). Con coraggiosa coerenza, il cinema di questo autore generoso e carismatico sembra muoversi con determinazione alla ricerca di una poetica in grado di evocare i colori e i sapori di tutte quelle emozioni che, a dispetto dei presenti tempi, sembrano resistere in nome della dimensione umana che va tutelata come un bene in estinzione. A differenza dei suoi personaggi, Özpetek non ha paura di corteggiare il vuoto, indicandoci le traiettorie delle nuove morti e resurrezioni quotidiane, guidate dalla paura ma votate, nonostante tutto, a qualcosa di simile alla felicità. Una felicità somigliante al futuro, al sorriso smarrito che si può conquistare durante una partita di ping-pong, come il finale di questo bel film sembra dirci, con grazia.

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