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Solo gli abitanti di Vergine Maria sanno cosa è: Palermo e "U Calanorbiu" della borgata

Borgata marinara che vai, curiosità che trovi. E questa è di quelle che risalgono ai tempi della seconda guerra e che non sa davvero nessuno se non chi in quella zona ci è nato

Antonino Prestigiacomo
Appassionato di storia, arte e folklore di Palermo
  • 15 marzo 2022

Calanorbiu

Se chiedete in Sicilia che cosa sia “u Calanorbiu” nessuno vi saprà rispondere e probabilmente nessuno al mondo saprebbe darvi una risposta, a meno che non lo chiediate a qualche abitante della borgata marinara di Vergine Maria, a Palermo. Si è soliti pensare che i borghi marinari abbiano avuto fin dalle origini un'economia fondata solo sulla pesca, ed è così per la maggior parte dei casi. Ma ciò non deve distogliere il nostro pensiero dal fatto che anche nei borghi marinari si praticasse l'agricoltura e che la popolazione si cibasse anche dei frutti della terra.

Fu durante la Seconda guerra mondiale che si sperimentarono nuove tipologie di cibo di sussistenza come ad esempio le pale di fico d'india, le quali, nei periodi in cui il cibo scarseggiava, costituirono un'importante “salvavita”. Ragionando in questo senso, lo fu anche “u Calanorbiu”.

Si tratta di una pianta spontanea che il fisico e storico Domenico Scinà già catalogava nel 1818 presso le falde di Monte Pellegrino. Ne esistono diverse varietà, ma quella che interessa a noi è la “Coronopus Plantago” che i maestri della sintesi dialettale siciliana popolare hanno ridotto (leggi corrotto) in Calanorbiu.
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Dal Vocabolario genovese-italiano del 1851 compilato per la prima volta da Giovanni Casaccia si legge:«Erba Stella, Coronopo, Corno di Cervo, pianta che ha le foglie lineari pennato-dentate, lo scapo e la spiga gracili. Fiorisce in estate; trovasi nei terreni sterili o venosi, per le strade e principalmente vicino al mare, onde da alcuni si chiama Stella Marina, ossia Stella maris».

Nonostante l'accurata descrizione della pianta, il Casaccia non dà notizia della commestibilità, ma come vi dicevo quest'erba la si è iniziata a conoscere come commestibile negli anni dell'ultima guerra mondiale, almeno a Vergine Maria che in quegli anni aveva grandi giardini e un notevole lungo mare, composto da una meravigliosa scogliera, ove era facile reperire quest'erba.

A Palermo la si può trovare con facilità, oltre che a Vergine Maria, a Sferracavallo, nei tratti di costa più selvaggi, e in generale vicino al mare.

«Secondo la medicina popolare questa pianta ha le seguenti proprietà medicamentose: è lassativa (ha proprietà purgative); è oftalmica (facilita il flusso del sangue agli occhi e quindi rafforza la resistenza alle infezioni). In cucina vengono usate le giovani foglie crude o cotte; sono abbastanza tenere ed hanno un lieve sapore amaro». In sostanza, se siete amanti delle erbe amare, o se avete problemi di stomaco e volete provare quest'erba, quando la raccogliete ricordatevi due cose importanti: la prima di raccoglierla a pochissimi centimetri dal terreno in modo che possa rivegetare; la seconda di non usare le foglie “spicate”, cioè in fiore, ma usate quelle ancora verdi.

In cucina, nella borgata di Vergine Maria, la morte del Calanorbiu è “assassunatu”. Specifico per i più giovani, “assassunato” non è “morto ammazzato” ma semplicemente cotto in un tegame con aglio e olio.

Ai più coraggiosi, buon appetito e un' importante raccomandazione: dopo che l'avrete raccolta portatela a chi se ne intende e può riconoscerla per assicurarvi che sia proprio quella! Non si sa mai incappate in qualcosa di non commestibile...
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