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Tra le stanze (e le torture) della Real Casa dei Matti di Palermo: l'ultimo manicomio

Fondato nel 1824, è un complesso monumentale che ospita molti dei macchinari e degli arredi del passato: l'ultimo paziente ha lasciato quelle mura nel 2001

Balarm
La redazione
  • 13 dicembre 2018

Macchine per l'elettroshock, punizioni corporali e violenze psicologiche consumate tra mura monumentali e giardini rigogliosi: la Real Casa dei Matti di Palermo è un luogo da visitare, tra brividi e fascino.

Fu grazie a Pietro Pisani che dalla metà dell'Ottocento fu aperto un edificio da dedicare esclusivamente ai soggetti con patologie psichiatriche e fu inaugurato all'insegna di cambiamenti decisamente innovativi per l'epoca.

Prese il nome di Real Casa dei Matti, paradossalmente, perché il Pisani che chiamò così l'ospedale proibi contemporaneamente l'uso della parola "matti", così come delle parole "folli" e "pazzi".

Non solo: proibì le punizioni e stabilì che le camicie di forza potevano venire adoperate solo in casi di estrema urgenza, ciò nonostante, alcuni pazienti dormivano sulla sola struttura metallica del letto perché a volte, capitava, mangiavano il proprio materasso.
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Pisani fu il pioniere, a Palermo, dell'approccio psicologico da sostituire a quello farmacologico e si può dire che l'edificio fu il primo in Europa a essere concepito per la cura e la degenza dei malati di questo tipo.

Gli ambulatori, le degenze, le infermerie, la clinica psichiatrica, i locali dell'amministrazione e della direzione, la lavanderia, la colonia agricola verreno inaugurati tra il 1888 e il 1928.

Nel 1910 la struttura cambia ancora nome e diventa il "Nuovo Manicomio Pietro Pisani": siamo alla Vignicella.

Il complesso monumentale della Vignicella, così chiamato per la presenza di vitigni, è una specie di fortezza: la massiccia costruzione è quadrata con una corte murata e sormontata da arcate (alla sua sinistra, tramite un pozzo, si accede a un qanat).

Ma soltanto per due anni la Vignicella resiste nella sua funzione: nel 1912 viene lentamente svuotato perché nel frattempo un più grande complesso fu terminato tra padiglioni progettati da Francesco Paolo Palazzotto e rigogliosi giardini.

Una città nella città circondata da alte mura per impedire ai malati di scappare con laboratori per disegnare o fare lavori manuali, aiuole, viali alberati, orti e stalle.

Tra pareti che conservano le scritte e i disegni dei pazzi, antichi e terrificanti macchinari e ancora corrodoi lugubri e camere spoglie si può sentire l'atmosfera che doveva permeare la vita di pazienti e perchè no, anche di medici e personale.

Alcuni dei macchinari usati alla Vignicella servivano a fare lavorare i ricoverati per un processo di riabilitazione ma altri invece no:
imbuti, legacci, pinze e dispositivi elettrici - anche rudimentali - sono ancora visibili.

Come la stanza degli imbuti: una stanza umida che conserva decine di imbuti metallici che pendono dal soffitto. Venivano messi con forza tra le labbra di azienti troppo vivaci o rabbiosi che venivano riempiti con litri e litri di acqua con lo scopo di calmarli.

Il manicomio è stato abbandonato fino alla chiusura completa nel 1978, anno in cui venne emanata la legge di Basaglia che impose la chiusura dei manicomi e disciplinò il trattamento sanitario obbligatorio (tso) istituendo i servizi d’igiene mentale pubblici.

Alcuni padiglioni oggi sono usati come presidio sanitario e altri sono sedi di associazioni e cooperative.

Il Palazzo della Vignicella è stato sgombrato e parzialmente restaurato divenendo, dal maggio 2007, visitabile su prenotazione come Museo del Manicomio.
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