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Una rivoluzione industriale a colpi di salsa e agrumi: i baarioti, popolo di travagghiaturi

Dalla ridistribuzione dei feudi e la nascita della nuova classe medio-borghese, alla viticoltura sino alla mazzata della fillossera, fino al processo di industrializzazione di Bagheria vero e proprio

Sara Abello
Giornalista
  • 18 gennaio 2022

Antica etichetta della "salsa Verdone"

Bagheria è stata da sempre, in ogni epoca con le sue peculiarità, luogo prescelto per il buon cibo e il divertimento, sia per chi vive vicino a noi che per gli autoctoni. I bagheresi però sono noti anche per essere un popolo di travagghiaturi, lavoratori insomma, personaggi poliedrici con le mani in pasta un po’ ovunque e una mezza sindrome di iperattività...non tutti, per carità, chè magari c’è chi si offende con queste insinuazioni e vuole esser lasciato in pace a godere del suo dolce far niente.

A tal proposito, dove eravamo rimasti? Tempo fa vi raccontai, lasciandomi ispirare da un racconto di Carlo Puleo, di quando nel 1860 arrivò Garibaldi “cu tutta a so razza” di rosso vestita, e di come poi, nel 1865, Simone Corleo con la sua legge dell’enfiteusi rivoluzionò la società e l’economia baariota. La ridistribuzione dei feudi generò la nascita della nuova classe medio-borghese, e così quei terreni, da sempre dedicati alla pastorizia, furono prima riconvertiti alla viticoltura che andò avanti per un ventennio, sino alla mazzata della fillossera, e poi alla coltivazione degli ortaggi, dai quali nacque l’industria conserviera.
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Sì lo so, se insegnassi storia, tempo un mese i vostri figli sarebbero indottrinati su 400 anni di eventi mondiali. Capite bene però che doveva essere un excursus rapido il mio, per portarvi così al racconto di oggi. Come si legge sulla ristampa anastatica della “Guida illustrata Bagheria Solunto” del 1911, Giuseppe Verdone, che tornerà presto e prepotentemente nel nostro discorso, ci narra di come, prima della coltivazione massiva di ortaggi, favorita sicuramente dall’abbondanza di acqua della seconda metà del 1800, vi fu una nota parentesi dedicata agli agrumi, in particolar modo i limiuna (i limoni, per i soliti amici valdostani).

Questa è stata di sicuro una pagina essenziale per la storia di molte famiglie bagheresi. Chi non ha un parente o amico che ha posseduto un magazzino di limoni o ci ha lavorato? E del resto è stato un fenomeno rimasto latente, affievolendosi anno dopo anno, sino agli anni ‘70 del ‘900. Tanti sono stati gli imprenditori o dipendenti di questo filone che hanno campato le loro famiglie e in alcuni casi si sono pure arricchiti così.

Facciamo però adesso di nuovo un passo avanti, oggi qui si fa ginnastica, siamo all’abbondanza di acqua della seconda metà del 1800, ricordate? Nacque persino un mulino che sfruttò questa preziosa risorsa, ma magari ve ne racconterò un’altra volta, e si incrementò il numero di torri, alcune delle quali sono ancora sparse per la piana di Bagheria, la cui edificazione era iniziata 400 anni prima, e che contenevano le cisterne con l’acqua.

Pian piano i campi si riempirono di ortaggi che si nutrivano proprio di quell’acqua e così estese coltivazioni di melanzane, carciofi, pomodori...«nessun paese, come il nostro, sa produrre pomidoro così dolce e così rosso» diceva quello stesso Verdone che, nel 1857, fondò la prima industria conserviera. Così appena un anno dopo dalla nascita della Cirio in Piemonte, a Bagheria si risolse subito il problema di conservare / arripostare tutte le abbondanti prelibatezze che la terra aveva iniziato a produrre.

Nacque persino la “Banca Popolare di Bagheria”, così che il numero degli stabilimenti di conserve alimentari crebbe incredibilemente e insieme a questi anche tutta una serie di ditte legate alla conservazione di mulinciane, cacoccioli e astrattu, tutto rigorosamente in scatola. Ovviamente se il cibo inizia ad esser riposto nelle burnie, ci voleva anche chi le producesse. E così nacque anche uno stabilimento di cromolitografia sulla latta, per le etichette descrittive dei prodotti contenuti.

Quel sognatore di Verdone interpretò tutti questi come chiari segni della vocazione dei baarioti verso l’industria e il commercio, tanto da pensare che quello fosse solo l’inizio di una corsa di quella che per lui sarebbe diventata una delle cittadine siciliane più laboriose, ricche ed intellettuali.

Che peccato si sia perso lo stampo di uomini come questo industriale, chissà come sarebbe davvero oggi Bagheria se per ogni ventennio fossero nati almeno un paio di Giuseppe Verdone, imprenditore pieno di iniziativa e speranze!
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