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A Palermo si corre sul lungomare. E a Milano? Questioni da emigrata

È tempo di rimettersi in forma: e anche a Milano si corre. Ma con i mezzi pubblici, quindi ci si iscrive in palestra. A Palermo invece si fa davvero, immersi nella storia

  • 13 aprile 2018

"The happines of living alone" di Yaoyao Mva

Dopo alcune settimane dal mio trasferimento a Milano, come dopo un qualunque trasferimento che si rispetti, ho dovuto fare i conti con la bilancia: c’è chi perde peso e chi lo prende.

E lo, che sono sempre stata fissata con i chili in più, non potevo sopportare di leggere sulla bilancia tre chili in più in soli cinque mesi.

Perché è vero che a Milano si corre. Ma con i mezzi pubblici, figa! Mica a piedi! Prima la metro, poi il tram, un breve tratto a piedi e hai il bus! Devi solo essere veloce in quei brevi tratti a piedi per non perdere le coincidenze varie. Pena: almeno tre minuti di attesa.

Tre minuti di attesa. Dimenticate i 25 minuti di attesa tra una metro di Palermo e l’altra. Dimenticateli completamente. E quindi passare dai lunghi tragitti a piedi di Palermo (tra prendere il 101 e camminare, preferivo andare a piedi per mezz’ora) ai lunghi tragitti sui mezzi di Milano ha pesato sulla bilancia.

Quindi sono corsa ai ripari e per la prima volta sono entrata in palestra. Io, in una palestra. Lo so, è strano. Ma figa, anche per andare in palestra devo correre qui, nella gran Milan!
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Perchè se arrivo con tre minuti di ritardo ai corsi, vuol dire che ho saltato il brano dedicato agli addominali! E ciao addominali per tutto il giorno. E non va bene, per niente! Se arrivo in anticipo a lezione, invece, è sul tapiroulant che si corre.

Perché nessun minuto va sprecato. Anche quel poco tempo di attesa dell’inizio del corso può essere proficuo. Me lo insegnano i milanesi.

È la stessa logica per cui tengono (teniamo, ormai posso utilizzare un noi inclusivo) sempre un libro in borsa. Metti che la metro ritarda un minuto e mezzo o due. Cosa fai nell’attesa? Non stai mica fermo a fare niente! Almeno leggi. Cosa che, a poco a poco, inizi a fare anche sui mezzi, che tu stia seduto o in piedi. E su qualsiasi mezzo. Nessun minuto va gettato, sprecato. In palestra come in metro come in tram.

Ma torniamo alla palestra. Se entrare lì dentro è stata, per me, una novità assoluta, non lo è stato del tutto la corsa. Perché l’estate scorsa, cosciente delle troppe ore passate tra pc e scrivania, avevo ben pensato di iniziare a muovermi.

Ma giusto un po’, giusto per non avere i sensi di colpa nel trascurare il famoso benessere fisico. E per correre, dove potevo andare se non alla Cala? Per la precisione, tra la Cala e il Foro Italico?

E se correre a Milano ti insegna a non perdere mai minuti preziosi, mentre Milano ti insegna il valore del tempo e quello che anche in un minuto puoi fare (come completare una pagina del libro che porti in borsa), correre tra la Cala e il Foro Italico ti insegna a osservare da vicino una sintesi dei tanti volti di Palermo. Volti dai colori diversi, con alle spalle storie diverse, luoghi diversi.

Andavo a correre principalmente la domenica, quando tutti gli angoli con un po’ d’ombra sono invasi da famiglie delle periferie. Portano con sé panini e bibite da casa, o comprano pizze per poi abbandonare le scatole di cartone tra i birilli ormai sbiaditi che separano strada e prato. I più facoltosi passeggiano. Le donne indossano un vestito fresco ma elegante, colorato ma sobrio.

Le zeppe non mancano, così come i bracciali e gli anelli vistosi. E poi i loro cani. I cani al guinzaglio, dal pelo lucido e morbido che cozza con quello sporco e secco dei cani randagi che, al tramonto, si accasciano sfiniti sulle reti dei pescatori.

La domenica i pescatori non li trovi, ma tutti i loro attrezzi del mestiere sono li, in attesa di prendere il largo all’alba. A pochi metri, nei locali sulla riva, giovani e non cosparsi con i profumi più ricercati (vi giuro, li sento e li distinguo mentre passo correndo) aspettano che cali la sera per avventarsi sul tavolo del buffet.

Dall’altra parte, le donne con il capo coperto dal velo si spartiscono i posti delle panchine dalle piastrelle bianche. Inizi a distinguere le loro lingue e, dalla forma dei veli, anche la loro religione. I loro mariti prendono sulle spalle i figli ancora piccoli ma che riescono, con disinvoltura, a passare dalla lingua dei genitori a un palermitano impeccabile.

E poi ci sono i corridori dilettanti. Sono tanti. Alcuni corrono in camicia (giuro!), altri si ritrovano seguiti dai randagi. Altri ancora alternano un chilometro di corsa con due tiri di sigaretta.

E c’è chi pesca. Chi gioca a calcio. Chi con gli aquiloni. Chi libera nel cielo di settembre bolle di sapone. Chi gioca con i piccoli mici della colonia di gatti. Chi va in bici.

Chi, semplicemente, ascolta musica con le cuffiette e guarda il mare (principalmente minori giunti con i barconi e senza genitori. Chissà a cosa pensano mentre osservano le onde). Raramente, a Palermo, trovi giovani seduti a leggere un libro. Tutt’altra storia a Milano, dove leggono anche in piedi, prima di andare a lavorare o a scuola, su metro e tram. Tutt’altra storia.

E poi c ‘è chi osserva tutto questo seduto su una barca ormeggiata al porticciolo, mentre consuma una fugace cena e sorseggia buon vino. Osserva quella fetta di umanità che si divide gli spazi tra locali e panchine, prato e scogli artificiali invasi da rifiuti.

Da lontano, poi, mentre corri, senti giungere la voce di una possente nave da crociera che si stacca dal porto e si allontana da Palermo.

E in quei momenti mi rendevo conto di quanto io e tutti noi siamo un granello di sabbia in un universo piccolo ma così diverso.
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