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Pensieri su Palermo vista dalla torre

Palermo per me restava quella che io conoscevo: la Palermo bene, la Palermo dei migranti, la Palermo di Mama Africa e della mafia, degli universitari e dei volontari

  • 29 agosto 2017

Palermo vista dalla torre di San Nicolò all'Albergheria

Mesi prima, in una giornata ancora calda di ottobre, con la consapevolezza nel cuore che la mia vita a Palermo fosse ormai in dirittura di arrivo – pur non avendo in programma alcun trasferimento, cosa che sarebbe arrivata improvvisamente da lì a poche settimane – decisi di salire sulla Torre di San Nicolò, all’Albergheria.

Avevo rimandato tante volte la mia visita. Perché sempre alla ricerca di qualcuno che mi facesse compagnia, o del momento giusto, o dell’occasione particolare.

Ma in quel giorno di ottobre, con la consapevolezza nel cuore che la mia vita a Palermo fosse ormai in dirittura di arrivo, mi armai di buona volontà e da sola, come per la visita ai tetti di Milano, salii su per i circa cento gradini della torre.

Gradini piccoli, minuscoli. Ricordo ancora come avevo costantemente il timore di cadere giù per quelle scale a chiocciola. A un certo punto pensai anche di fermarmi e di tornare indietro. «Basta - pensai - mollo». Alla fine, però, arrivai. E capii come la salita valeva il rischio o, meglio, il timore (infondato) di cadere giù. Eccome.
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E la linea di orizzonte di Palermo, sulla torre di San Nicolò, la vedi bene: non un agglomerato di case, di tetti che si affiancano l’uno all’altro senza una fine ben precisa, intorno a strade che si aggrovigliano, rotonde e sopraelevate che si susseguono.

Dalla Torre di San Nicolò si vedeva una linea. Una linea blu e sottile, lunga, anch’essa infinita. Hai l’impressione che oltre quel blu ci sia ancora dell’altro blu e dell’altro ancora. È il mare, la linea di orizzonte di Palermo. E non vedi grattacieli, non vedi guglie. No. Vedi cubole, cupole, vedi la cattedrale, la chiesa di San Giuseppe, di San Salvatore, di San Saverio.

Le vedi tutte, schierate senza un ordine preciso una accanto all’altra: una più avanti, una più infondo. E sai dare un nome a ciascuna, sai dove si trovano, sai come sono – al loro interno – quelle chiese.

Sai pure se sono aperte, se le cupole sono visitabili. Sai tutto. Ogni cosa, sul tetto di Palermo, ha un nome. O almeno, io riuscivo a decifrare quella mappa dei tesori che pur più piccola rispetto a quella di Milano, pur meno vasta, pur meno ricca, da me si lasciava leggere.

Conoscevo la scrittura, conoscevo il codice, conoscevo la sua lingua. Ma la verità è che, nonostante fossi su, in alto, nonostante avessi cambiato punto di vista, Palermo per me restava sempre quella che io conoscevo: una città che non ha un volto ma che ha mille sfaccettature.

La munizza sotto la torre, tra i ruderi di case abbandonate. La bellezza delle cupole barocche e arabo normanne. Il mare da un lato, i monti dall’altro.

La Palermo bene, la Palermo radical chic, la Palermo dei migranti, la Palermo di Mama Africa e della mafia siciliana, o di quella nigeriana. La Palermo degli universitari e la Palermo dei volontari.

E nulla di quello che tu vedi nella grande mappa del tesoro di Palermo ha un senso. Non c’è un motivo perché un dettaglio stia lì. E’ un’ antichità ricca e sfarzosa, multiculturale e multireligiosa, che si è sovrapposta senza un disegno preciso.

Ogni angolo della Torre mi mostrava una Palermo diversa. In ogni foto che scattavo, in ogni angolo della torre, potevo ammirare contemporaneamente la miseria e la nobiltà, la civiltà antica e la modernità che non sa gestire – ancora – i sacchetti della spazzatura, l’arte e la natura, il mare e la montagna.

A tutto, io, sapevo dare un nome. Quella mappa dei tesori era un viaggio che potevo fare ad occhi chiusi.
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