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Alfredo Rapetti: scrittura in forma d’arte

  • 28 novembre 2005

La pittura come voce dell’anima, dell’uomo, della sua storia, questo è lo spirito dell’opera di Alfredo Rapetti (Milano, 1962) che espone per la prima volta a Palermo in una personale “La voce del mistero” (visitabile fino al 28 dicembre, tutti i giorni tranne il lunedì dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20, presso l’Istituto Principe di Palagonia e Conte di Ventimiglia, Corso Calatafimi 217) patrocinata dal Comune di Palermo e organizzata dalla Galleria Art Time di Brescia. La scrittura costituisce il leitmotiv della pittura di Rapetti; la volontà di scrivere, di intagliare e impressionare la tela è alla base della sua ricerca artistica che senza dubbio dà vita a un lavoro di elevata qualità artistica e di forte equilibrio formale. La bellezza, la piacevolezza estetica potrebbe sembrare, a prima vista, l’unica qualità di questa pittura che sposa soprattutto il segno, la scrittura ricordandoci in qualche modo l’arte della calligrafia che fu importata in Europa da Mark Tobey, dopo un lungo soggiorno in Oriente. Lo scritto per Rapetti non ha però alcun significato razionale ma assume una valenza fortemente simbolica dato che, come l’artista stesso afferma, dentro le lettere, le parole ci siamo noi, con la nostra storia, la nostra vita senza le quali non potremmo esistere, saremmo dimenticati come spesso succede oggi, nella totale incuria della storia dell’uomo, del suo passato e di conseguenza del suo presente e possibile futuro.

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Ecco che quindi le parole si disgregano, si sfilacciano nelle ultime opere eseguite dall’artista, vedi gli “Studi n. 1, 2, 4”, lasciando così spazio al vuoto, alla caduta dei miti, delle statue. “La parola non è altro che la nostra anima scaraventata su un foglio bianco” sostiene l’artista che proprio con il mistero dell’anima vuole metterci in contatto. Alla mescolanza di bianco e nero, colori predominanti, corrisponde la perenne opposizione di bene e male. Due forze che nei quadri di Rapetti si incontrano e si sovrappongono in opere come “Oltre l’estetica dei contrasti”, si mescolano definitivamente e si disperdono in “Studio n.6” o in maniera ancora più evidente in “Aspettando una stella cadente” si sparpagliano in infinite possibilità. Forte è infatti il richiamo alla religiosità, alla dimensione mistica che in questo gioco di contrasti si ricollega alla religione orientale, al simbolo del Tào, alla volontà di meditazione, quasi ipnotica, a cui ci riconducono questi lavori. Come scrive Maurizio Vanni, curatore della mostra, in una nota introduttiva al catalogo, potremmo “inseguire all’interno di ogni suo dipinto le coordinate di quella mappa interiore che potrebbe condurci su un’inesplorata Isola del Tesoro”. “I versi sacri”, “La lettera celeste”, “Estasi” ci riconducono verso una dimensione sacra dell’arte che come nel film di Stanley Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, vede la presenza improvvisa e oscura, di quel monolito, di quella stele nera.

Esattamente come la stele dipinta su entrambi i lati, realizzata da Rapetti sembra portarci verso una riflessione sul mistero, sull’irrazionale. L’uso del colore oro ci parla ancora di sacralità antica, ricordando le icone, i mosaici bizantini, il passato da cui nasce il futuro dell’arte. Il rosso, con cui l’artista satura la superficie pittorica ci ricorda le combustioni di Alberto Burri, ma anche la sacralità della passione, la concretezza della vita e dei materiali. La musica è un altro elemento forte nella pittura di Rapetti, non soltanto perchè figlio del “paroliere” Mogol, ma perchè costituisce uno dei legami più forti tra la pittura e la creazione artistica. La pittura prova dunque a non essere soltanto “da salotto”, come spesso accade nel mondo del mercato dell’arte. Noi intanto speriamo soltanto che la ricerca artistica si rinnovi e si perpetui, guardando non solo ed univocamente a se stessa, ma stimolando delle domande che contribuiscano a metterci in discussione.

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