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"Piccipicci", "stagnataru", "u sculaturi": la mappa in Sicilia con soprannomi, cose e città

Queste sono solo alcune delle etichette affibbiate alle famiglie siciliane, che vengono raccolte in 30 saggi da Unipa a tutela delle "nciurie" e della nostra lingua

Sara Abello
Giornalista
  • 6 maggio 2023

Perchè tramandiamo delle formule, spesso dispregiative come consueto per noi amabili siciliani, fino a cristallizzarle nel tempo?! Non ce ne rendiamo conto, forse, ma etichettiamo gli altri per riconoscere la nostra identità. E soprattutto, spesso trascuriamo il fatto che attraverso ciascuna di queste formule e ‘nciurie a rischio di estinzione è in realtà possibile raccontare la nostra bella Sicilia.

È questo l’impulso che spinge gli esperti linguisti dell’ateneo di Palermo ad una vera e propria lotta contro il tempo, come l’ha definita la professoressa Marina Castiglione che ne ha fatto la propria quotidianità insieme ai suoi studenti e collaboratori, al fine di preservare la nostra lingua parlata. Insomma sappiamo bene di avere il patrimonio toponomastico più ricco di tutto il Mediterraneo e non solo...allora salviamolo!

Per questa ragione esiste l’Atlante linguistico della Sicilia (Als) che, volume dopo volume, imbottiglia come un buon vino tutta la memoria della lingua che parliamo, con annesso bagaglio di aneddoti, a volte esplicativi e altre meno, che la accompagnano.
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Questo progetto non è nuovo, risale a quasi 40 anni fa ed è un’idea del professore Giovanni Ruffino, direttore del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, un lavoro destinato ad arricchirsi sempre più grazie a tutti i giovani ricercatori di Unipa. Proprio di recente è uscito "Nomi, cose, città (e contrade)" che se ha un titolo evocativo del gioco che tutti noi conosciamo, in realtà è roba assai seria ma piacevolissima.

Attraverso trenta saggi, per lo più sulla Sicilia occidentale, scritti dagli studenti di Storia della lingua italiana della professoressa Castiglione, coordinatrice con Marco Fragale e Pier Luigi Mannella, si ripercorre una storia stratificata per millenni e che va salvata.

Una parte importante di "Nomi, cose, città (e contrade)" è quella dedicata alla ‘nciuria che, mi dicono, chiamasi tecnicamente "antroponimia popolare", anche se la versione dialettale mi pare più simpatica, che dite?

In questo modo viene fuori un vero e proprio itinerario a colpi di "cartiddaru" e "stagnataru", con i soprannomi derivati dai mestieri, in questi casi molto utili e in disuso come il fabbricatore di ceste o lo stagnino che rivestiva le stoviglie di rame con un “intervento stagionale” ai tempi di salsa di pomodoro.

Si tratta di una ricerca di Giulia Tumminello proprio sugli antichi mestieri del Parcu, antico nome di Altofonte.

Ma a propo- sito di ‘nciurie, questa volta di tipo familiare, a voi hanno mai dato del "piccipicci"? Ah no, se non siete di Valguarnera Caropepe è improbabile.

Dalle ricerche sull’ennese di Maria Vittoria D’Agata scopriamo che si tratta di uno di quegli appellativi usati quando non hanno proprio voglia di farvi un complimento, derivante dal raddoppiamento del verbo "impicciarsi". In pratica se lo usano sappiate che stanno alludendo neanche tanto velatamente alla vena "sparlettiera" vostra e della vostra famiglia.

Ancora peggio di un piccipicci però, in quella zona, è “‘u sculaturi”...curiosi di sapere di che si tratti? Questo appellativo veniva dato in passato all’ultimogenito di una famiglia numerosa, nella fattispecie alla figlia femmina arrivata dopo una serie di maschi. In questo modo, davvero poco carinamente, si associava la figura femminile al risultato di ciò che rimane dopo la scolatura di un liquido.

Il nostro "fondo ru pignatuni" del palermitano direi, se mi concedete il parallelismo con un’altra area geografica. Ovviamente non finisce tutto qui perchè in cantiere c’è un grande progetto di toponomastica che si suddivide tra editoria e digitale, così da rendere accessibili tutti i dati raccolti dai ricercatori e tenerli sempre vivi tra noi.

Me lo ha anticipato Ivana Vermiglio, una delle ricercatrici del team, che insieme agli altri colleghi, partendo da circa 80 tesi di laurea, un bel malloppo verrebbe da dire, avvierà una ricognizione che dà slancio al futuro. Volumi e archivio digitale, Datos e Atos, per fissare nell’eternità il patrimonio che ci portiamo alle spalle e che sarebbe bene ritrovare domani. Percorsi, aneddoti con funzione storica, alimenti, blasoni popolari che potremo iniziare a conoscere e consultare tra non molto.

Già a giugno è prevista la prima delle uscite incentrate sulla paretimologia, il processo con cui una parola viene reinterpretata sulla base di somiglianze di forma, di significato, di suono con altre parole, sviando dal suo significato originario.

Un lavoro davvero vasto per registrare tutti i toponimi non presenti nelle cartografie cui facciamo riferimento per consuetudine, ma che permette di raccogliere storie e aneddoti che di fatto salvino il patrimonio e lo restituiscano alla gente del luogo, troppo spesso persuasa di essere in errore e sovente invece portatrice di una verità che si sta perdendo.

Si inizierà con Grotte e Racalmuto, poi un volume su Geraci Siculo e Castelbuono, si procederà con Campofranco e Sutera per concludere questa prima fase con le isole minori e gli arcipelaghi di Sicilia. Un lavoro puntuale, realizzato inevitabilmente da ricercatori che conoscono bene di volta in volta il territorio perchè ne sono originari, quindi parte anche loro di quel tessuto sociale di cui restituire la memoria.

Di ‘nciurie presenti in “Nomi, cose, città (e contrade)” ve ne potrei elencare un’infinità, sì perchè questi giovani hanno messo l’anima nel loro lavoro, ma me li tengo buoni e in caldo per prossimi racconti ancora più dettagliati...Non solo mestieri e famiglie ma anche soprannomi, luoghi e contrade appunto.

Testi che se nascono per la scuola sono poi più in concreto destinati al territorio e a chi lo vive. Per questo sono coinvolte le nuove generazioni di ricercatori, fruitori al contempo di questo patrimonio da salvaguardare e tramandare, con un simbolico passaggio di testimone, e alle quali far comprendere l’importanza del dialetto come racconto territoriale e umano.
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