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Significa "acque perenni" ma per un anno non piovve mai: è il Santuario di Papardura

Facciamo (virtualmente) tappa a Enna alta, per scoprire un sito molto particolare, a partire dal nome, con le grotte che lo circondano e le acque perenni che sgorgano

  • 20 novembre 2020

Il Santuario del Santissimo Crocifisso di Papardura a Enna

Enna è stata definita dal poeta greco Callimaco “Umbilicus Siciliae” (ombelico della Sicilia). La denominazione, come è facile intuire, deriva dalla posizione proprio al centro dell’Isola, su un pianoro a 931 metri sul livello del mare, un luogo che offre la possibilità di coniugare itinerari tra storia e mitologia.

Facciamo (virtualmente) tappa a Enna alta, per scoprire un sito molto particolare, a partire dal nome: il Santuario del Santissimo Crocifisso di Papardura con le grotte che lo circondano e le acque perenni che sgorgano dalla roccia e alimentano l’antico lavatoio.

Vi si giunge tramite una tortuosa strada della contrada che porta il nome di Papardura, un’amena località appena fuori città dove fanno da cornice rocce a strapiombo e una vallata ricca di vegetazione, e da cui si gode un bellissimo panorama.

Partiamo proprio dal nome della località, Papardura, che dà origine a numerose ipotesi. La prima, dello storico Littara di Noto, lo fa derivare dalle acque che nelle zona sono abbondanti, pertanto Papardura significherebbe "località dalle acque perenni e cospicue".
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Un’altra ipotesi fa affondare le sue radici nella parola persiana “Papar-dura”, acqua sorgente e dura, sinonimo di roccia. Gli arabi la chiamarono così per indicare la roccia dell’acqua sgorgante.

A questo Santuario è anche connessa una leggenda: sembra che intorno al 1600 alcune pie donne sognarono che nella parte più alta della sorgente di Papardura vi fosse raffigurata l’immagine di Gesù crocifisso e che diverse persone, che vi avevano pregato, fossero state miracolate.

Nel luogo indicato, quindi, si procedette alla rimozione dei materiali, accumulati nel tempo, e con grande stupore comparve la grotta con l’immagine del Salvatore. Molti devoti, visto che la voce dei suoi prodigi si sparse in tutta la Sicilia, accorsero a visitarla. Si decise, quindi, di edificare un Santuario dedicato proprio all'immagine miracolosa, ancora oggi visibile in una nicchia nei pressi della chiesa.

Il Santuario di Papardura, è inserito a sud ovest nella rocca del Calvario, in uno straordinario scenario che sovrasta la valle e l'antico lavatoio pubblico risalente al XIII secolo, appare quasi incastonato nella roccia e ancorato sul dorso di un ponte appositamente realizzato, che collega due margini rocciosi.

Il Santuario, costruito nel 1660 circa, ha un impianto ad una sola navata, con abside poligonale e inglobamento della grotta in cui è rappresentato il Santissimo Crocifisso. L’esterno della chiesa è semplice mentre l’interno è riccamente decorato in stile barocco con stucchi in gesso policromi della scuola di Giacomo Serpotta, 1696, in parte completati da G.B. Berna nel 1699.

Si racconta, inoltre, che nel 1699 ad un pastore cadde da un dirupo una vitella, che riportò la frattura delle ossa del collo. Il povero uomo, disperato, invocò la grazia del Crocifisso affinché l’animale fosse salvato e chiese ad un cappellano di raggiungerlo nel burrone, sotto la rupe di Papardura, per benedire l’animale sofferente che, miracolosamente, si rialzò da solo, come se non fosse accaduto niente.

Il pastore donò al Santuario una vitella per essere cucinata e mangiata dai procuratori e dai pellegrini più poveri, con l’obbligo di inviare al parroco la testa e il collo dell’animale.

Altra storia, legata a questo affascinante luogo, narra che dal Natale del 1742 al 30 novembre 1743 non piovve mai e, a causa di ciò, seguì un altro duro inverno con raccolti così scarsi da provocare una grande carestia. Nel 1746 si svolse una processione penitenziale fino al Santuario e i pellegrini, giunti nella Chiesa di Papardura, si videro accolti dal parroco che annunziò che i Procuratori della Chiesa, in omaggio a Gesù Crocifisso, ogni anno per la festa, avrebbero distribuito delle “cudduredde”, ossia delle piccole forme di pane azzimo benedette e realizzate a forma di croce santa (delta greca).

Queste ultime furono preparate all’istante, con la speranza che tale gesto potesse favorire un abbondante raccolto di grano: di fatto quell’anno la terra fu così generosa che, non bastando i granai, furono utilizzati persino gli oratori delle Confraternite, che erano a disposizione di tutti. Le cudduredde sancirono una devozione che da allora permane fino ai giorni nostri, e viene praticata nella festa del Crocifisso come atto di ringraziamento per la fine della terribile carestia.

La storica Festa di Papardura si svolge il 13 e 14 settembre e ogni anno attira centinaia di fedeli che nel segno della tradizione e della fede, si recano in pellegrinaggio e in preghiera presso il Santuario per celebrare una delle feste più antiche e suggestive della zona.

Già dal primo settembre i "massari", ovvero i contadini, effettuano il giro della città per la raccolta delle offerte e la tradizionale distribuzione dei "santini", con a seguito il suono delle ciaramelle ed alcuni muli addobbati a festa.

Infine avviene la degustazione delle cudduredde, che per l’occasione vengono preparate dalle massaie della zona e distribuite ai fedeli Papardura sembra davvero un angolo di paradiso: il rumore che proviene dalla strada non riesce a coprire lo scrosciare dell’acqua che sgorga dalle rocce e scorre perenne.

La fonte di Papardura si trova nella parte sottostante il Santuario e alimenta un antico abbeveratoio, che è sormontato da un bassorilievo che rappresenta lo stemma della municipalità. Le sue bocche di acque, i cosiddetti “cannola”, era dodici in origine ma oggi sono molto meno.

Le stesse acque alimentano le sedici vasche-lavatoi in pietra di Calascibetta e pietra lavica: molte generazioni di donne ennesi sono andate ad attingere acqua, a lavare la lana, a fare il bucato (asciugando poi i panni sul prato) e, prima del rientro a casa, a fare il bagno ai propri figli più piccoli.

Insomma, un luogo ricco di fascino nel quale sarà piacevole perdere lo sguardo sul panorama sottostante e tornare indietro nel tempo.
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