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Le Reginelle, Palermo e Carolina d'Asburgo: la storia dei biscotti amati (anche) a corte

Un biscotto, friabile, croccante e profumatissimo del quale la regina e la sua corte si innamorarono eleggendolo ad uno delle migliori preparazioni di sempre

Alessandro Panno
Appassionato di sicilianità
  • 17 aprile 2023

Le Reginelle, biscotti siciliani

La primavera è arrivata! i fiori sbocciano, api e farfalle svolazzano, le rondini tornano a cinguettare e fare il nido vicino la finestra, ed io, puntuale come un orologio svizzero, comincio a starnutire e ad avere un pititto ca mi manciassi pure i peri ru tavolino.

Non so se questo fenomeno colpisce anche altre persone, ma so per certo che su di me ha un effetto devastante, con gaudio e tripudio di Rosario, il mio fornaio di fiducia, il quale, apostrofando una nota seria TV animata, mi pigghia pu culo dicendomi che sono io a pagare l’università ai suoi figli.

Sta di fatto che, cullandomi nella magra scusa che tanto poi vado a correre, quando entro na putia di Rosario, specie in questo periodo, non mi limito ai soliti due panini integrali, ma comincio a fare spesa grossa.

In particolar modo l’occhio mi cala sempre sulla vetrinetta sovrastante il pane, in cui rosario espone i vari biscotti, avvisandomi sempre quando le Reginelle, per le quali ho una vera passione, sono fresche e sfornate da poco.
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Quindi, dopo aver pagato l’ennesima retta dell’ università dei figli di Rosario e fatto fuori nel tragitto forno-casa, metà della busta, consistente, dei biscotti, mi sono chiesto perché non sfruttare questo umile spazio per parlare, in modo del tutto personalissimo, della storia di questo biscotto simbolo di Palermo e da me, e spero non solo, così amato?

Ma prima, picciotti e picciotte un pò di storia. Pare che il primissimo biscotto fu creato da Apicius, un cuoco romano che fece bollire un impasto di frumento e acqua, senza altra aggiunta, e dopo averlo fatto asciugare al sole e tagliato a quadrotti lo fece friggere, da cui il nome bis-cotto, cotto due volte.

Pare che questo metodo desse all’alimento una lunghissima conservazione, rendendolo ideale per la scorta di viveri da dare alle legioni romane durante le loro lunghissime trasferte per conquisare nuovi territori (una sorta di antenato delle nostre moderne gallette).

Quando i romani, nel 264 a.c., arrivarono da noi, secondo voi, i siciliani potevano accollarsi sta cosa laria e dura come le corna che stricano nell arco di Cutò? Quindi all’ impasto originario aggiunsero miele e panna redendolo più friaile, e dolce, creando, nel corso dei secoli, centinaia di varianti, tra cui le Reginelle.

Sono molto semplici, una frolla fatta con farina di rimacino e strutto, (ora molti usano il burro e la farina 00) e fatti rotolare nel cimino come se non ci fosse un domani.

Cuoci, sforni e pistii! Pare che la signora regina Carolina D’ Asburgo, pregiatissima moglie del re Ferdinando IV, fregandosene bellamente delle influencer e fitmodel che vorrebbero le donne tutte magre e tristi come le panelle al forno, amasse degustare prelibatezze dolciarie, e quale miglior posto di Palermo?

Nello specifico, quale miglior posto di un monastero, da sempre luogo di creazione dolciaria, (al pari delle abbazie per la birra, argomento che affronteremo parlando della birra prodotta dai monaci di San Martino delle scale).

Così Carolina, un giorno si ed uno no era solita recarsi a Palermo presso il monastero di Santa Caterina a Piazza Bellini, (proprio alle spalle della famosa piazza Pretoria), per saccheggiare quelle povere suore di tutte le loro prelibatezze. E vada la prima volta, mi accollo la seconda, la terza sbuffo ma ti rugnu a manciare u stissu, la quarta la madre superiora cominciò a santiare e farsi u segnu ra croce a ripetizione per chiedere perdono delle santiate, anche perché qui non si trattava di dare a manciare solo alla regina, che comunque quattro fili si manciava, (scusate il gioco di parole), ma anche a tutta la corte che si portava dietro, che certamente picca non erano.

Fu così che la suora cuoca, (ora non me ne vogliate ma non lo so se le suore destinate alle preparazioni culinaria hanno un termine specifico ce le identifica), suggerì di fare un dolce semplice e grezzo, che magari avrebbe invogliato la regina e non tornare più o quantomeno spendere picca piccioli.

Leggi qui la ricetta delle Reginelle.

Prese un po' di farina di rimacino avanzata dalla panificazione, poco miele, strutto, (e non burro che quello era roba da ricchi), e fece tanti piccoli biscottini dalla forma fallica che, prima della cottura, fece rotolare abbondantemente nel cimino destinato sempre alla panificazione. Il risultato finale andò molto oltre le apettative.

Un biscotto, friabile, croccante e profumatissimo del quale la regina e la sua corte si innamorarono eleggendolo ad uno delle migliori preparazioni che avessero degustato li. La madre superiore stava già per buttare all’ortiche il soggolo e darsi all’ippica quando la regina le chiese il nome di quel dolce.

"Cazzittieddi i parrinu…”, sbottò la superiora, ma prima che la regina potesse rendersi conto della cosa, la suora si corresse, “biscotti regina maestà, in onore di sua grazia, reginelle!”.

E così furono tutti felici, manciatari e sbutriati, soprattutto regina e corte.
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