CRONACA

"Amami da morire", a Palermo Roberta Bruzzone: identikit delle relazioni tossiche

L'intervista alla nota criminologa forense che gira l'Italia con il suo spettacolo, un viaggio nei meandri delle relazioni tossiche e della manipolazione affettiva

Giulia Noera
Giornalista e nuotatrice
  • Pubblicato il
    23 settembre 2026

La criminologa Roberta Bruzzone

È uno dei personaggi più amati, ma non solo, della Tv italiana. La criminologa Roberta Bruzzone, a Palermo il 4 ottobre per lo spettacolo "Amami da morire- Anatomia di una relazione tossica", inizia la sua carriera come personaggio pubblico televisivo parecchi anni fa, durante il dibattimento sul delitto di Avetrana, quando le fu affidato il ruolo di consulente della difesa di Michele Misseri.

La sua competenza ed il suo temperamento non sono mai passati inosservati: in tutti questi anni ha sviluppato un ruolo di primo piano come consulente in tantissimi casi mediatici, diventando uno dei volti più noti in questo campo. In questi giorni, a latere della sua attività forense, porta in giro per l’Italia uno spettacolo teatrale che, in un momento storico in cui i femminicidi riempiono purtroppo le pagine della cronaca, è certamente un modo importante per provare a comprendere determinate dinamiche. E disfarsene.

"Amami da morire – Anatomia di una relazione tossica" si può definire un viaggio nei meandri oscuri delle relazioni tossiche e della manipolazione affettiva.

Dove nasce l’idea di portare a teatro un tema come le relazioni tossiche?

«Nasce dalla necessità di fare prevenzione in maniera diversa - spiega Bruzzone - arrivando alle persone prima che certe dinamiche diventino devastanti. Da molti anni, nel mio lavoro clinico e forense, incontro persone che sono rimaste intrappolate per molto tempo in relazioni profondamente disfunzionali senza riuscire inizialmente neppure a riconoscere quello che stava accadendo. Il punto è proprio questo: una relazione tossica raramente comincia presentandosi come tale. Al contrario, spesso parte con una fase estremamente gratificante, intensa, apparentemente straordinaria. Poi, progressivamente, possono comparire controllo, svalutazione, isolamento, colpevolizzazione, manipolazione e dipendenza. Portare questi temi a teatro significa renderli comprensibili, riconoscibili e soprattutto utilizzabili nella vita reale. “Amami da morire” non nasce per raccontare semplicemente storie drammatiche. Nasce per fornire strumenti. Perché comprendere il meccanismo è il primo passo per non finirci dentro o per riuscire a uscirne».

Quando e come è nata la sua idea di fare la criminologa?

«Molto presto. In realtà posso dire che questo interesse è nato praticamente insieme a me. A dieci anni avevo già tra le mani il mio primo libro di Scienze Forensi e avevo le idee piuttosto chiare sul fatto che mi sarei occupata di investigazioni e comportamento umano. Successivamente ho costruito il mio percorso partendo dalla Psicologia, per poi specializzarmi in Psicologia Forense, Criminologia Investigativa e Scienze Forensi, anche attraverso esperienze formative all’estero. Mi ha sempre interessato soprattutto un aspetto: capire il comportamento attraverso i fatti. Non “indovinare” cosa c’è nella testa di qualcuno, ma ricostruire il funzionamento di una persona partendo dalle sue condotte, dalle scelte, dalle tracce che lascia e dal contesto in cui agisce. È questo, ancora oggi, il cuore del mio lavoro».

Cosa consiglia a donne e uomini per difendersi dalle relazioni tossiche?

«La prima cosa che consiglio è di smettere di considerare l’amore una zona franca nella quale tutto deve essere perdonato. Ci sono comportamenti che non diventano accettabili soltanto perché arrivano da una persona che dice di amarci. Controllo, umiliazione, isolamento, ricatti emotivi, scenate di gelosia, minacce, continue invasioni della privacy non sono dimostrazioni d’amore. Un altro punto fondamentale è imparare a fidarsi dei comportamenti molto più che delle parole. Il manipolatore può essere straordinariamente convincente quando parla. Quello che conta è osservare la continuità delle sue condotte. E poi bisogna conservare sempre una propria autonomia: amicizie, lavoro, interessi, relazioni familiari, indipendenza economica. L’isolamento progressivo è uno degli strumenti attraverso cui una relazione disfunzionale può trasformarsi in una vera e propria gabbia».

Esistono dei campanelli d’allarme insormontabili a suo avviso?

«Assolutamente sì. Una delle prime è il bisogno di controllo mascherato da interesse: sapere costantemente dove sei, con chi sei, chi ti scrive, perché non hai risposto immediatamente. Poi c’è la gelosia possessiva, che troppo spesso viene romanticizzata. La gelosia estrema non è amore: è controllo. Altre red flag molto importanti sono l’isolamento progressivo dalle persone significative, la svalutazione, la tendenza a farti sentire sempre inadeguata o colpevole, l’alternanza continua tra idealizzazione e disprezzo, le minacce di abbandono utilizzate come strumento di ricatto e soprattutto la sistematica incapacità di assumersi responsabilità. E ce n’è una che considero particolarmente significativa: quando inizi a cambiare il tuo comportamento per paura della reazione dell’altro. Quando cominci a chiederti “come glielo dico?”, “come reagirà?”, “meglio che non sappia questa cosa”, significa che nella relazione qualcosa di molto importante si è già modificato. Se entra la paura, siamo già ben oltre una normale crisi di coppia».

Si potrebbe fare di più in termini di leggi o è più un problema culturale?

«Io credo che i due livelli debbano necessariamente procedere insieme. Sul piano normativo l’Italia ha progressivamente rafforzato gli strumenti di contrasto alla violenza domestica, agli atti persecutori e alle diverse forme di violenza contro le donne. La legge n. 168 del 2023, per esempio, ha ulteriormente rafforzato alcune misure di prevenzione e protezione e la normativa ricomprende espressamente anche forme di violenza psicologica ed economica nell’ambito della violenza domestica. Ma una norma, da sola, non può sostituire la prevenzione. Resta un enorme lavoro culturale da fare soprattutto sul modo in cui continuiamo a raccontare alcune dinamiche: la gelosia confusa con l’amore, il controllo scambiato per attenzione, il possesso trasformato in romanticismo. Bisogna intervenire prima. Educazione affettiva, capacità di riconoscere precocemente i comportamenti abusanti, formazione degli operatori e valutazione tempestiva del rischio sono aspetti fondamentali. Perché quando arriviamo alla violenza conclamata, molto spesso quella relazione aveva già parlato chiarissimo da tempo. Il problema è che nessuno aveva ancora imparato ad ascoltarne il linguaggio».

Conosce la Sicilia? E, vista la sua passione, ha pensato di girarla in moto?

«La Sicilia è una terra che esercita su di me un fascino enorme, anche perché possiede una combinazione straordinaria di storia, paesaggio, cultura, carattere e contraddizioni. E naturalmente, considerando la mia passione per le moto, l’idea di attraversarla su due ruote è decisamente nelle mie corde. Anzi, probabilmente è proprio uno dei modi migliori per conoscerla davvero: muovendosi lentamente, attraversando territori molto diversi tra loro e uscendo dai percorsi più scontati. Diciamo che se qualcuno mi proponesse un itinerario siciliano fatto bene e mi lasciasse scegliere la Harley, potrebbe essere molto difficile convincermi a tornare a casa».
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