STILE E TREND

L'estate è ormai un ricordo: manuale di sopravvivenza alla routine dopo le ferie

È sempre così: metti la mano sul comodino, prendi il telefono e commetti il primo errore del rientro: si aprono le fotografie delle vacanze

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • Pubblicato il
    7 settembre 2026

Vacanza

C’è una mattina in cui l’estate cambia improvvisamente sapore. Non è necessariamente quella in cui si chiude la valigia, si restituiscono le chiavi dell’appartamento o si imbocca l’autostrada per tornare a casa.

È quella in cui suona la sveglia e, per qualche secondo, si rimane immobili a chiedersi perché mai qualcuno abbia avuto la pessima idea di inventare il lunedì. Poi arriva la mano sul comodino, si prende il telefono e si commette il primo errore del rientro: si aprono le fotografie delle vacanze.

Ed eccolo lì, il mare. Il tramonto. La cena davanti a un panorama meraviglioso. Quel paesino scoperto quasi per caso. Gli amici, le risate, il costume ancora umido, il gelato mangiato troppo tardi, la tavola apparecchiata all’aperto. E quella fotografia che non ricordavamo nemmeno di avere scattato e che, improvvisamente, sembra la più bella dell’estate. Il problema è che bisogna andare al lavoro.

Così ci si alza con il corpo già proiettato verso la doccia e la testa ancora sdraiata su quella spiaggia di qualche giorno prima. La colazione diventa un passaggio obbligato, la borsa viene recuperata con un certo fastidio e l’ingresso in ufficio ha qualcosa di vagamente teatrale: tutti presenti, ma nessuno completamente tornato.

Il computer si accende. Arrivano le mail. Ricominciano le telefonate. Qualcuno pronuncia la parola “riunione” e, dentro di noi, parte immediatamente il ricordo di quella mattina in cui l’unico appuntamento della giornata era decidere se andare al mare prima o dopo il caffè.

Eppure il rientro ha anche i suoi piccoli piaceri. Il primo è raccontare. «Dove sei stato?» Una domanda innocente, che può trasformarsi in una conversazione di mezz’ora. Si apre la galleria del telefono e comincia la proiezione privata delle vacanze. «Questa è la spiaggia». «Qui abbiamo mangiato benissimo». «Questo posto devi assolutamente vederlo».

«Questa invece lascialo perdere». Perché dopo una vacanza di qualche giorno si diventa immediatamente esperti di turismo, ristorazione, trasporti, alberghi e geografia internazionale. La pausa caffè diventa un piccolo ufficio informazioni. La pausa pranzo, peggio ancora, si trasforma in una vera e propria consulenza turistica. Mentre si mangia, si progettano viaggi futuri.

Qualcuno chiede dove convenga andare a settembre, qualcun altro consiglia una città per il ponte di novembre, un altro ancora ha già trovato «un posto bellissimo, ma bisogna prenotare adesso». E così, mentre le vacanze appena trascorse diventano ricordo, quelle future cominciano a prendere forma.

È uno dei grandi paradossi dell’estate: quando finalmente torniamo al lavoro, iniziamo immediatamente a pensare alla prossima partenza. Del resto, una vacanza non finisce davvero quando si torna a casa. Continua nei racconti, nelle fotografie, nei messaggi agli amici, nei «l’anno prossimo dobbiamo assolutamente tornare» e nei «la prossima volta facciamo un viaggio diverso».

E poi c’è quella meravigliosa categoria di persone che ha scoperto il segreto della sopravvivenza al rientro: il weekend lungo. Il venerdì diventa improvvisamente una giornata diversa. Si lavora, sì, ma con un sorriso interiore. Perché all’orizzonte ci sono il sabato e la domenica. E magari anche un lunedì libero. Tre giorni.

Non sono una vacanza vera e propria, ma possono sembrare sufficienti per ingannare il cervello. Una notte fuori, una gita, una giornata al mare, una cena con gli amici, oppure semplicemente qualche ora in più a letto senza quella terribile responsabilità di puntare la sveglia.

Il weekend lungo è la piccola droga del rientro: abbastanza breve da non richiedere una valigia seria, abbastanza lungo da farci credere che l’estate non sia ancora finita. E forse non è finita davvero. Perché anche quando la routine ricomincia, settembre conserva qualcosa dell’estate.

Le giornate possono ancora regalare il mare, le sere sono ancora abbastanza miti per stare fuori, le città lentamente si ripopolano e nei telefoni continuano a comparire fotografie di tramonti che sembrano dire: «Non è ancora il momento di archiviare tutto».

Il lavoro, però, torna a occupare il suo spazio. Ed è qui che arriva la domanda più difficile: ma davvero vorremmo vivere sempre in vacanza? “Una vita in vacanza” era proprio il titolo della canzone con cui Lo Stato Sociale arrivò secondo al Festival di Sanremo nel 2018, trasformando con ironia il rapporto tra lavoro, tempo libero e desiderio di libertà.

La risposta, forse, è meno scontata di quanto sembri. Perché una vita interamente in vacanza potrebbe essere meravigliosa per qualche settimana. Poi, probabilmente, cominceremmo a desiderare qualcosa che le vacanze non possono darci: l’attesa.

È proprio l’attesa a rendere speciale una partenza. Il conto alla rovescia. La ricerca dell’albergo. I messaggi nel gruppo degli amici. La domanda «quanto manca?». La valigia preparata troppo presto. Il biglietto salvato sul telefono e controllato almeno cinque volte. Se fossimo sempre in vacanza, non esisterebbe più l’emozione di partire.

E forse anche il lavoro, con tutte le sue seccature, serve a questo. A ricordarci che il tempo libero è prezioso proprio perché non è infinito. Così il rientro diventa una specie di compromesso: si torna alla scrivania, ma con il mare ancora negli occhi. Si ricominciano gli impegni, ma si conserva una fotografia sullo schermo del telefono. Si risponde alle mail, ma durante la pausa pranzo si cerca già una destinazione.

E mentre qualcuno racconta per l’ennesima volta quanto fosse buona quella cena sul lungomare, qualcun altro sta già progettando la prossima fuga. Perché le vacanze, in fondo, fanno una cosa bellissima: ci allontanano per qualche giorno dalla nostra vita abituale e poi ci restituiscono alla quotidianità con nuovi ricordi e nuove aspettative. Ci fanno partire per poi ritornare.

E forse è proprio questo il loro segreto. Il lunedì ci ricorda che siamo tornati. Il venerdì ci fa già intravedere una piccola fuga. Le fotografie ci riportano indietro. I progetti ci spingono avanti. E allora no, forse le vacanze non sono finite del tutto. Sono semplicemente diventate ricordi, racconti, fotografie e desideri.

E soprattutto sono diventate la promessa della prossima partenza. Perché, diciamolo, lavorare dopo le ferie è decisamente più sopportabile se da qualche parte nel calendario esiste già un altro giorno cerchiato in rosso. Anche se è soltanto un weekend lungo. Anche se è soltanto un’idea. Anche se, per ora, è soltanto una ricerca aperta sul telefono con scritto: «Dove andare la prossima volta?».
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