ITINERARI E LUOGHI

L'unico museo del costume e della moda siciliana: abiti anche di Chanel e Valentino

Il borgo custodisce una straordinaria collezione di abiti, costumi ed accessori appartenenti alla nobiltà, all’alta e media borghesia e alla cultura popolare

Roberto Tedesco
Architetto, giornalista e altro
  • Pubblicato il
    27 settembre 2026

Il museo della Moda e del Costume di Mirto

A Mirto c'è l’unico museo dell’isola dedicato alla moda siciliana. In questo piccolo centro tra il territorio di San Marco D’Alunzio e Val Demenna è possibile ammirare una straordinaria collezione di abiti tradizionali, costumi ed accessori appartenenti alla nobiltà, all’alta e media borghesia, nonché della cultura popolare. Sito nel poderoso palazzo Cupane, di proprietà del Comune di Mirto, da sempre cuore pulsante della cultura mirtese guidata dal sindaco Maurizio Zingales, la collezione rappresenta il senso generale il modo di vestire dei siciliani nell’arco di due secoli e mezzo, dal ‘700 alla metà del ‘900.

Una raccolta su tre livelli

La raccolta si estende su tre livelli: nel pianterreno sono esposti i costumi etnici e popolari e le divise di servitù dei casati blasonati. Il piano nobile ospita la collezione degli abiti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, mentre gli spazi del terzo livello sono dedicati al modo di vestire contemporaneo prodotto dalle sartorie di nicchia.

Tutti gli abiti sono testimonianze autentiche della ricca tradizione sartoriale siciliana, un patrimonio di più di duemila manufatti, abiti, cappelli, corpetti, pizzi e accessori esposti lungo un percorso che si snoda tematicamente attraverso le sale del palazzo, secondo un criterio didattico che racconta sia la quotidianità popolare che la vita in contesti più esclusivi. La mostra permanente nasce nel 1991 anche se il Museo venne istituito nel 1989, una volta restaurato il Palazzo della famiglia Cupane.

Tutto ciò grazie alla donazione-acquisto fatta dall’architetto scenografo costumista Pippo Miraudo oggi direttore artistico della struttura. Con gli anni la collezione si è arricchita di altre donazioni come quella della famiglia Riccobono di Messina, che comprende abiti in massima parte dell’800 e del ‘900; di quella della famiglia Lipari Giaconia donata dalla famiglia Oliveri, che comprende abiti principalmente del ‘700 e primo ‘800, ed ancora alcuni capi del ‘900 della famiglia Cottone-Bono di Palermo e della famiglia Natoli.

Gli abiti

Gli abiti, oltre a costituire una rappresentazione pratica e materiale della vita dell’uomo e dei sui rapporti sociali, assume all’attenzione dei visitatori, anche un valore artistico giacché l’abito, o meglio il “costume”, non è solo un fatto artigianale, ma è espressione d’arte.

«All’interno del museo - afferma il direttore artistico dell’istituto museale Pippo Miraudo - oltre agli abiti sono custoditi anche dipinti e fotografie d’epoca che completano tutte le informazioni necessarie per comprendere i vari periodi storici collegati alla vita e alle tradizioni di Mirto. Tra i vestiti più significativi, risalenti all’ottocento, si trovano quelli donati dallo stilista Salvatore Ferragamo, da Teresa Pugliatti e Ferlazzo Natoli, esperti di storia dell’arte. Per quanto riguarda gli anni sessanta, settanta e ottanta, meritano una citazione due abiti firmati Coco Chanel, un abito nunziale creato da Valentino e un abito firmato da Paco Rabanne».

Molto interessante risulta la sezione riservata a Mimma Ferraro, stilista messinese di cui il museo possiede una selezione che percorre trent’anni della sua carriera.

Un immenso patrimonio culturale dove l’abito non è visto non soltanto come indumento, utile per proteggersi, ma come modo di vivere, di pensare e di lavorare. Si possono così riconoscere i fasti di un’epoca che fece del modo di vestirsi o di imbellettarsi, il motivo di vita di una nobiltà abbagliata dal fascino dell’ufficiale, del vistoso e solenne sfoggio di magnificenza, nonché delle modifiche che con l’imborghesimento della società vengono effettuate finché il costume acquista sempre più aderenza alla realtà e alla funzionalità che il tempo e l’evoluzione umana reclama.

«Il costume quindi come una esigenza sociale giacché attraverso l’abito si percepisce chiaramente la appartenenza di chi lo porta - conclude l’architetto scenografo costumista Pippo Miraudo -. Ecco perché questa collezione oltre al costume materia di studio demologico, assume valore di informazione storica e, perché no di Storie”. Il Museo di Mirto collabora con l’Istituto di restauro del tessuto dell’Università di Palermo diretto Lucia Nucci.
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