La vedi dal mare e vorresti andarci: com'è camminare a Isola delle Femmine
È il nostro racconto di un luogo unico, di rarissima bellezza. Giunti a Isola raggiungiamo a passo cadenzato il porticciolo del piccolo borgo marinaro
Isola delle Femmine
«Il caldo si consuma poco a poco. Il mare piatto scintilla come cristallo netto. E laggiù - nella sua splendida bellezza - appare la sponda rocciosa di Isola delle Femmine. Da una parte la torre, in una forma scenica invidiabile. Dall’altra, i colori della vegetazione».
Intonati i nostri personali versi “strampalati” (atto I del ritorno di Ulisse a Itaca), ha inizio il viaggio. È il nostro racconto di un luogo unico, di rarissima bellezza. Giunti a Isola delle Femmine, raggiungiamo - a passo cadenzato - il porticciolo del piccolo borgo marinaro.
Ad attenderci il comandante Toti Lucido. La sua imbarcazione è pronta a salpare nel bel mezzo dei colori “tirrenici”. Il clima afoso potrebbe giocare un brutto scherzo. Proviamo a sconfinare oltre il limite della sudorazione. Tra attese gioiose e speranze immaginarie, ogni metro percorso rappresenta un ulteriore passo verso la gloria. E, qualcuno, inizia a fantasticare sul nomignolo dell’isola.
«Voci di popolo dicono che fosse un carcere femminile”. “No, la denominazione è errata. Doveva [...]. Cosa si cela dietro alle leggende? Una verità, solo ed esclusivamente una verità. Dalle rese immaginarie per le quali abbiamo - per lunghi decenni - creduto ai pensieri metropolitani, l’impianto storico prende in mano la situazione».
Lo stesso Plinio il Giovane considerò l’isola (dalla forma ovale e chiamata Fim dagli arabi - imboccatura) una favolosa residenza abitata da fanciulle che si offrivano in premio. E questo, oltre alla presenza delle donne e alla cadenza araba, all’orecchio dei siciliani si avvicinava molto alla parola “fimmini”.
Ipotesi scartata a priori, come quella, dello stesso Plinio (a cui non mancava di certo la fantasia) che, in una lettera inviata a Traiano nel 62 d.C., ricavò l’origine dalla presenza di un carcere femminile. Nella saga delle ipotesi entra di diritto l’origine del termine latino “Insula Fimi” (Isola di Eufemio) - dal nome del generale bizantino governatore della provincia di Palermo.
Per non perdere di vista il mito condito da amori invisibili e non corrisposti, il nome deriverebbe da un presunto conte di Capaci. Innamorato perdutamente di una donna, al rifiuto di quest’ultima, la abbandonò sull’isola e lei, sola e disperata, si suicidò. I minuti spesi nella ricerca della verità sono valsi il tempo del viaggio.
Il comandante detta le sue ultime disposizioni e da lì, a circa cinquanta metri dall’isola, sarà una piccola imbarcazione in legno a segnare i confini tra mistero e realtà. I segni del tempo mostrano una forte vivacità. I colori “severi” sono testimoni dei molti chilometri percorsi, come atto di buona volontà. Il primo passo è concluso; adesso inizieremo la seconda parte del nostro viaggio.
Ad attenderci, indomiti più che mai, ci sono Valerio e Salvatore: le guide della Lipu. Insieme al direttore della Riserva Naturale Orientata Isola delle Femmine, Vincenzo Di Dio, coordinano, preservano, salvaguardano e controllano i 15 ettari di estensione (l’isolotto è lungo 575 metri e largo 325).
La riserva, istituita nel lontano 1997 (grazie alle leggi regionali 98 del 6/5/1981 e 14 dell’8/1988 - dove la Sicilia anticipò di ben dieci anni lo Stato Italiano), e gestita appunto dalla Lega Italiana Protezione Uccelli, permette di osservare da vicino l’importanza dell’ecosistema.
L’area ha un interesse di tipo zoologico, botanico, geologico e paesaggistico, che ci offre la possibilità di inquadrare la riserva su più fronti. La nostra visita, col passare dei minuti, diventa, grazie alla piacevole comunicazione delle guide, una forma completa di ispezione e conoscenza delle specie faunistiche e floreali. Entra in gioco il lavoro certosino della Lipu, che da sempre segue una linea “ambientale” meticolosa. In questi anni, ormai quasi 30, sono stati raggiunti degli obiettivi (e tanti altri saranno raggiunti in futuro).
In ambito scientifico sono stati effettuati notevoli studi, con la pubblicazione di circa 20 articoli. Tali, come primizie, rappresentano una “prima volta”. Senza contare le scoperte come quelle della “Siciliaria leucophrina microinsularis" (piccola chiocciola terrestre) e dell’ “Agriotes siciliensis”, coleottero endemico.
Tra una chiacchierata e l’altra, sono i gabbiani a prendere in mano la situazione. Essi, padroni incontrastati della zona, trovano rifugio e… serenità. Difatti, la fauna è una delle componenti di massimo interesse. Sono state censite circa una cinquantina di specie di uccelli, che si alternano tra di loro in base alle stagioni.
Se nel periodo autunnale fanno rumore gli Aironi cenerini e le Garzette, l’inverno è caratterizzato dalla presenza del Pettirosso. In primavera, invece, ecco spuntare il re incontrastato di Isola delle Femmine: il Gabbiano reale del Mediterraneo (sono ben 500 coppie).
A partire da marzo, con l’allestimento del nido, dopo venticinque giorni di cova nascono i pulcini. Dopo 40 giorni circa, divenuti dei giovani gabbiani, cominciano a compiere i primi voli.
Loro “volgono lo sguardo verso la libertà”, affrontando lunghi viaggi migratori (riconosciuti grazie a dei piccoli anelli metallici posti sulle zampe quando sono piccoli). Anche i rettili dettano legge: la lucertola campestre, due specie di gechi, il gongilo e il biacco, curiosi e indomiti, osservano (intimoriti) la presenza umana nei loro habitat.
E tra gli invertebrati trovano spazio, “in particolare”, due molluschi marini come il “Dendropoma cristatum” e il “Vermetus triquetrus”, i cui gusci aggrovigliati hanno creato una sorta di confini che borda l’intera isola. La barriera, chiamata “marciapiede a Vermeti" (Trottoir), presente in pochi siti del Mediterraneo, rappresenta una vera e propria barriera corallina.
Fu descritta alla perfezione - nel 1848 - dallo studioso naturalista francese de Quatrefages (Souvenir d’un Naturaliste). Un altro mollusco intraprendente è l’Erctella mazzulli. Simile a un lumacone, ha la capacità di sciogliere la roccia carbonatica con la sua bava per scavarsi delle piccole nicchie dove ripararsi dal sole.
Altre specie faunistiche sono gli insetti: ben sessantanove tipi di coleotteri (tra questi la Calomera panormitana panormitana) e quarantasei di lepidotteri. Le normative consentono l’introduzione di nuove specie, ma solo dopo studi e valutazioni effettuati da componenti del settore.
Ad esempio, dopo il secondo conflitto mondiale furono introdotti dei conigli selvatici. Un atto scellerato, frutto dell’incompetenza. «Rimediare a tutto questo è stato veramente impegnativo - come nel caso del Rattus norvegicus”, ha aggiunto il direttore Di Dio. E ancora: ”Preferiamo migliorare l’ambiente grazie all’arrivo di nuove specie - come avvenuto con il merlo e l’occhiocotto».
Il nostro spirito di osservazione non si lascia condizionare solo ed esclusivamente dai suoni faunistici anzi, a dirla tutta, la flora splende nella sua bellezza (durante alcuni periodi dell’anno). Le specie vegetali (sia erbacee che arbustive) sono circa duecento. Prima dell’urbanizzazione della costa, erano diffusi il Limonium bocconei e la Romulea linaresii linaresii. Questi, oggi, trovano rifugio solo nell’isola.
La nostra passeggiata ci porta dritti - dopo un’ “acchianata nicaredda” - fino alla Torre di Fuori. Eretta nel XVI sec. e con funzioni di avvistamento, versa in condizioni pessime. Di certo, purtroppo, la proprietà privata non aiuta gli eventuali investitori. Sarebbe opportuno se, in un futuro prossimo (ma non troppo), la stessa fosse acquisita, restaurata e destinata a museo archeologico, naturalistico e del mare.
Noi, con le opportune e dovute attenzioni, godiamo delle bellezze ambientali. La posizione dominante regala ampie vedute fino a Capo Gallo, dove a spiccare sono, oltre ai colori brillanti della Sicilia, le coreografie ambientali. Un modo per avvicinarci all’unicità di questa terra. La strada di ritorno non ci permette di visitare il percorso est.
A causa del ciclone Harry, quest’inverno sono stati distrutti circa trecento metri di sentiero. Lo stesso che porta dritti al sito archeologico del “Garum”, dove veniva prodotta la salsa romana. Ma, nonostante la distruzione, grazie al lavoro della LIPU e dei volontari (tanti stranieri), il sentiero tornerà a rivivere i fasti di un tempo.
Oltre ai volontari, bisogna ringraziare le Università di Palermo e Bologna. I loro progetti mirano a migliorare gli aspetti principali dell’intera area, nella speranza che i giovani possano relazionarsi con l’ambiente. Lo stesso direttore, interpellato ancora una volta, ammette quanto sia importante la conoscenza per ottenere il rispetto.
Nei mesi di settembre e ottobre è possibile organizzare le visite guidate con le scolaresche. È un motivo in più per stabilire un contatto con la natura e le specie presenti, nella speranza che certi atteggiamenti, di per sé arroganti e aggressivi (da parte degli adulti), vengano meno per la salvaguardia dell’isolotto.
E magari, chissà, valutare l’idea di un progetto che preveda, inoltre, l’immersione con ARA nel mare del golfo, a profondità accessibili a tutti. Un sogno che potrebbe diventare realtà!
Intonati i nostri personali versi “strampalati” (atto I del ritorno di Ulisse a Itaca), ha inizio il viaggio. È il nostro racconto di un luogo unico, di rarissima bellezza. Giunti a Isola delle Femmine, raggiungiamo - a passo cadenzato - il porticciolo del piccolo borgo marinaro.
Ad attenderci il comandante Toti Lucido. La sua imbarcazione è pronta a salpare nel bel mezzo dei colori “tirrenici”. Il clima afoso potrebbe giocare un brutto scherzo. Proviamo a sconfinare oltre il limite della sudorazione. Tra attese gioiose e speranze immaginarie, ogni metro percorso rappresenta un ulteriore passo verso la gloria. E, qualcuno, inizia a fantasticare sul nomignolo dell’isola.
«Voci di popolo dicono che fosse un carcere femminile”. “No, la denominazione è errata. Doveva [...]. Cosa si cela dietro alle leggende? Una verità, solo ed esclusivamente una verità. Dalle rese immaginarie per le quali abbiamo - per lunghi decenni - creduto ai pensieri metropolitani, l’impianto storico prende in mano la situazione».
Lo stesso Plinio il Giovane considerò l’isola (dalla forma ovale e chiamata Fim dagli arabi - imboccatura) una favolosa residenza abitata da fanciulle che si offrivano in premio. E questo, oltre alla presenza delle donne e alla cadenza araba, all’orecchio dei siciliani si avvicinava molto alla parola “fimmini”.
Ipotesi scartata a priori, come quella, dello stesso Plinio (a cui non mancava di certo la fantasia) che, in una lettera inviata a Traiano nel 62 d.C., ricavò l’origine dalla presenza di un carcere femminile. Nella saga delle ipotesi entra di diritto l’origine del termine latino “Insula Fimi” (Isola di Eufemio) - dal nome del generale bizantino governatore della provincia di Palermo.
Per non perdere di vista il mito condito da amori invisibili e non corrisposti, il nome deriverebbe da un presunto conte di Capaci. Innamorato perdutamente di una donna, al rifiuto di quest’ultima, la abbandonò sull’isola e lei, sola e disperata, si suicidò. I minuti spesi nella ricerca della verità sono valsi il tempo del viaggio.
Il comandante detta le sue ultime disposizioni e da lì, a circa cinquanta metri dall’isola, sarà una piccola imbarcazione in legno a segnare i confini tra mistero e realtà. I segni del tempo mostrano una forte vivacità. I colori “severi” sono testimoni dei molti chilometri percorsi, come atto di buona volontà. Il primo passo è concluso; adesso inizieremo la seconda parte del nostro viaggio.
Ad attenderci, indomiti più che mai, ci sono Valerio e Salvatore: le guide della Lipu. Insieme al direttore della Riserva Naturale Orientata Isola delle Femmine, Vincenzo Di Dio, coordinano, preservano, salvaguardano e controllano i 15 ettari di estensione (l’isolotto è lungo 575 metri e largo 325).
La riserva, istituita nel lontano 1997 (grazie alle leggi regionali 98 del 6/5/1981 e 14 dell’8/1988 - dove la Sicilia anticipò di ben dieci anni lo Stato Italiano), e gestita appunto dalla Lega Italiana Protezione Uccelli, permette di osservare da vicino l’importanza dell’ecosistema.
L’area ha un interesse di tipo zoologico, botanico, geologico e paesaggistico, che ci offre la possibilità di inquadrare la riserva su più fronti. La nostra visita, col passare dei minuti, diventa, grazie alla piacevole comunicazione delle guide, una forma completa di ispezione e conoscenza delle specie faunistiche e floreali. Entra in gioco il lavoro certosino della Lipu, che da sempre segue una linea “ambientale” meticolosa. In questi anni, ormai quasi 30, sono stati raggiunti degli obiettivi (e tanti altri saranno raggiunti in futuro).
In ambito scientifico sono stati effettuati notevoli studi, con la pubblicazione di circa 20 articoli. Tali, come primizie, rappresentano una “prima volta”. Senza contare le scoperte come quelle della “Siciliaria leucophrina microinsularis" (piccola chiocciola terrestre) e dell’ “Agriotes siciliensis”, coleottero endemico.
Tra una chiacchierata e l’altra, sono i gabbiani a prendere in mano la situazione. Essi, padroni incontrastati della zona, trovano rifugio e… serenità. Difatti, la fauna è una delle componenti di massimo interesse. Sono state censite circa una cinquantina di specie di uccelli, che si alternano tra di loro in base alle stagioni.
Se nel periodo autunnale fanno rumore gli Aironi cenerini e le Garzette, l’inverno è caratterizzato dalla presenza del Pettirosso. In primavera, invece, ecco spuntare il re incontrastato di Isola delle Femmine: il Gabbiano reale del Mediterraneo (sono ben 500 coppie).
A partire da marzo, con l’allestimento del nido, dopo venticinque giorni di cova nascono i pulcini. Dopo 40 giorni circa, divenuti dei giovani gabbiani, cominciano a compiere i primi voli.
Loro “volgono lo sguardo verso la libertà”, affrontando lunghi viaggi migratori (riconosciuti grazie a dei piccoli anelli metallici posti sulle zampe quando sono piccoli). Anche i rettili dettano legge: la lucertola campestre, due specie di gechi, il gongilo e il biacco, curiosi e indomiti, osservano (intimoriti) la presenza umana nei loro habitat.
E tra gli invertebrati trovano spazio, “in particolare”, due molluschi marini come il “Dendropoma cristatum” e il “Vermetus triquetrus”, i cui gusci aggrovigliati hanno creato una sorta di confini che borda l’intera isola. La barriera, chiamata “marciapiede a Vermeti" (Trottoir), presente in pochi siti del Mediterraneo, rappresenta una vera e propria barriera corallina.
Fu descritta alla perfezione - nel 1848 - dallo studioso naturalista francese de Quatrefages (Souvenir d’un Naturaliste). Un altro mollusco intraprendente è l’Erctella mazzulli. Simile a un lumacone, ha la capacità di sciogliere la roccia carbonatica con la sua bava per scavarsi delle piccole nicchie dove ripararsi dal sole.
Altre specie faunistiche sono gli insetti: ben sessantanove tipi di coleotteri (tra questi la Calomera panormitana panormitana) e quarantasei di lepidotteri. Le normative consentono l’introduzione di nuove specie, ma solo dopo studi e valutazioni effettuati da componenti del settore.
Ad esempio, dopo il secondo conflitto mondiale furono introdotti dei conigli selvatici. Un atto scellerato, frutto dell’incompetenza. «Rimediare a tutto questo è stato veramente impegnativo - come nel caso del Rattus norvegicus”, ha aggiunto il direttore Di Dio. E ancora: ”Preferiamo migliorare l’ambiente grazie all’arrivo di nuove specie - come avvenuto con il merlo e l’occhiocotto».
Il nostro spirito di osservazione non si lascia condizionare solo ed esclusivamente dai suoni faunistici anzi, a dirla tutta, la flora splende nella sua bellezza (durante alcuni periodi dell’anno). Le specie vegetali (sia erbacee che arbustive) sono circa duecento. Prima dell’urbanizzazione della costa, erano diffusi il Limonium bocconei e la Romulea linaresii linaresii. Questi, oggi, trovano rifugio solo nell’isola.
La nostra passeggiata ci porta dritti - dopo un’ “acchianata nicaredda” - fino alla Torre di Fuori. Eretta nel XVI sec. e con funzioni di avvistamento, versa in condizioni pessime. Di certo, purtroppo, la proprietà privata non aiuta gli eventuali investitori. Sarebbe opportuno se, in un futuro prossimo (ma non troppo), la stessa fosse acquisita, restaurata e destinata a museo archeologico, naturalistico e del mare.
Noi, con le opportune e dovute attenzioni, godiamo delle bellezze ambientali. La posizione dominante regala ampie vedute fino a Capo Gallo, dove a spiccare sono, oltre ai colori brillanti della Sicilia, le coreografie ambientali. Un modo per avvicinarci all’unicità di questa terra. La strada di ritorno non ci permette di visitare il percorso est.
A causa del ciclone Harry, quest’inverno sono stati distrutti circa trecento metri di sentiero. Lo stesso che porta dritti al sito archeologico del “Garum”, dove veniva prodotta la salsa romana. Ma, nonostante la distruzione, grazie al lavoro della LIPU e dei volontari (tanti stranieri), il sentiero tornerà a rivivere i fasti di un tempo.
Oltre ai volontari, bisogna ringraziare le Università di Palermo e Bologna. I loro progetti mirano a migliorare gli aspetti principali dell’intera area, nella speranza che i giovani possano relazionarsi con l’ambiente. Lo stesso direttore, interpellato ancora una volta, ammette quanto sia importante la conoscenza per ottenere il rispetto.
Nei mesi di settembre e ottobre è possibile organizzare le visite guidate con le scolaresche. È un motivo in più per stabilire un contatto con la natura e le specie presenti, nella speranza che certi atteggiamenti, di per sé arroganti e aggressivi (da parte degli adulti), vengano meno per la salvaguardia dell’isolotto.
E magari, chissà, valutare l’idea di un progetto che preveda, inoltre, l’immersione con ARA nel mare del golfo, a profondità accessibili a tutti. Un sogno che potrebbe diventare realtà!
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