Vive a Trapani, con i suoi piatti vi porta in Tunisia: Hajer in Sicilia realizza i suoi sogni
Arrivata da Monastir solo per una vacanza, finisce per restare nell'Isola. A 14 anni ha già le idee chiare e sa che la cucina è il suo mondo. La storia
Hajer Aissi
«Le mie lacrime le ha viste solo il mare». È una frase che racconta molto di Hajer Aissi, ristoratrice, voce radiofonica e donna che ha costruito la propria vita tra due sponde del Mediterraneo. La sua è una storia di sacrificio, radici, determinazione e amore, in cui il cous cous non è soltanto un piatto, ma il simbolo di un'identità che unisce Tunisia e Sicilia.
Hajer lo ha trasformato, davvero, in un racconto di famiglia. Arriva in Sicilia nel 1991. Doveva essere soltanto una vacanza, perché con la madre e i fratelli raggiungono il padre, già falegname in Tunisia, a Pantelleria, dove quest’ultimo aveva seguito un imprenditore pantesco che gli aveva proposto di trasferirsi sull’isola per lavoro. L'idea iniziale era quella di fermarsi solo per poco tempo, ma il destino prende una strada diversa e sull'isola Hajer frequenta le scuole elementari e le medie.
«Pensavamo di rientrare - racconta - ma a settembre io e mia sorella ci siamo ritrovate iscritte a scuola». Quella parentesi temporanea diventa una permanenza lunga quasi sette anni. Nel 1997, conclusa l'esperienza lavorativa del padre, la famiglia si trasferisce a Trapani.
Da parte paterna proviene da una famiglia di imprenditori e sente crescere dentro di sé la voglia di costruire qualcosa di proprio. Vuole mettersi alla prova, imparare partendo dalla gavetta e non perdere tempo. Una scelta che però si scontra con i desideri dei genitori. In famiglia gli studi sono importanti: un fratello si laurea in Fisica e Chimica, la sorella frequenta Giurisprudenza a Trapani. Anche per lei il percorso sembra già scritto, ma Hajer ha altri progetti. «Ho fatto una riunione con i miei. Volevano che continuassi gli studi, ma io ho lottato per ottenere il loro consenso».
Lei e la sorella sentivano a quel tempo una responsabilità che andava oltre la loro età e il loro desiderio era quello di aiutare concretamente la famiglia. A soli quattordici anni entra alla Cantina Siciliana. Comincia una gavetta lunga e impegnativa. «Con piatti e bicchieri è stato un rapporto di odio e amore», racconta sorridendo. Ma dentro di lei nasce un sogno preciso, e a circa sedici anni aveva già deciso quale sarebbe stato il suo futuro. «Quel posto un giorno sarebbe diventato mio». A incoraggiarla era proprio il proprietario di allora, Pino Maggiore.
«Un giorno questo posto sarà tuo», le ripeteva spesso: una frase che è sembrata quasi una profezia, perché da sei anni Hajer è alla guida dello storico ristorante, raccogliendo un'eredità importante che vive come una responsabilità non solo imprenditoriale ma anche morale e affettiva. «Chi c'era prima di me mi ha lasciato un'eredità notevole e Pino è stato la mia famiglia. Oggi sento il dovere di far crescere ancora questo marchio». Accanto a lei c'è la sorella Ibtisem. Insieme hanno costruito un equilibrio perfetto e guidano una squadra composta da quattro dipendenti.
La famiglia per Hajer è il centro di tutto. «È stata il mio faro a 360 gradi. Vivo del loro amore, di tutto ciò che mi dà positività e mi trasmette energia. Ho la benedizione di mia madre e questo mi rende più forte di prima. Per il resto non mi fermo. Sono un carrarmato e sono grata a tutto quello che la vita mi ha dato. Le cose brutte mi hanno insegnato e quelle belle mi hanno donato».
La sua storia professionale è indissolubilmente legata al cous cous. «Per me è storia, è racconto, è famiglia, è unione, è integrazione», dice. Ogni volta che mette le mani nella semola torna bambina. «Mi ricollega a mia nonna che lo incocciava insieme alle sue figlie, alle domeniche in cui eravamo tutti attorno alla tavola. Nella cucina araba è sempre stato il piatto principale e averlo ritrovato nel mio percorso lavorativo mi rende ancora più responsabile. Grazie al cous cous oggi ho costruito il mio successo».
Al Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo ha partecipato una sola volta, e un po’ per caso. La delegazione tunisina non aveva ricevuto l'autorizzazione a partecipare e gli organizzatori la convocano quasi all'ultimo momento per evitare la squalifica. Accetta in extremis, senza preparazione, e conquista comunque il terzo posto. «Non è andata male», dice con la semplicità e l’entusiasmo che la contraddistinguono.
La Tunisia continua a occupare un posto fondamentale nella sua vita. Monastir è la città in cui è nata e che continua a sentire profondamente sua. «Mi manca tantissimo la mia terra, ma continuo a viverla. La Tunisia è il mio Paese, Monastir è la mia città e ne sono orgogliosa. Ho due case e due famiglie». Quando può torna oltre il Mediterraneo, anche perché lì riposa suo padre. Allo stesso tempo Trapani è diventata il suo approdo. «Trapani è il mio porto e le devo tanto. Vivo dell'amore dei miei amici, della loro stima e del loro affetto».
Oltre alla cucina c'è un'altra grande passione: la radio. Da quasi tredici anni conduce, assieme a Ignazio Billera, un programma che va in onda tre volte a settimana dal titolo “Io, tu e l'altra parte”. Un format dedicato ai giovani, ai loro problemi, alle difficoltà della scuola, al rapporto con gli insegnanti e all'importanza di imparare a mettersi nei panni degli altri. «Grazie alla radio sono migliorata tantissimo. Ho acquisito padronanza di me stessa e anche della lingua italiana». Per questa opportunità ringrazia Salvatore Lombardo, che le ha aperto le porte di quella che definisce «una splendida famiglia».
La cura del ristorante passa anche dalla scelta quotidiana delle materie prime. Ogni mattina, già alle 5.30, i fornitori di fiducia le inviano le fotografie del pescato. «Una volta sceglievo personalmente il pesce ogni giorno. Oggi il rapporto di fiducia costruito negli anni ci permette di lavorare anche telefonicamente, ma a me piace ancora toccare con mano. Mi piace scegliere il pesce, le verdure, guardare ogni prodotto prima che arrivi in cucina». A quarantaquattro anni dice di aver realizzato il sogno che coltivava da adolescente, anche se «non si smette mai di sognare».
Oggi, però, i desideri riguardano soprattutto gli altri. «Sono una persona di fede. In ogni difficoltà mi sono sempre aggrappata a Dio e ne sono sempre uscita vincente. Quello che vorrei è un mondo fatto di pace e uguaglianza. So che è difficile, ma il mio augurio è per gli altri. Io ho tutto». Tra le cose più preziose c'è il marito. «È la mia spalla, il mio complice. Il Signore me l'ha mandato nel momento in cui avevo bisogno di lui. Quando trovi una persona che ti completa penso sia il dono più bello che possa arrivare. Ho avuto delle delusioni, ma ho sempre creduto che ogni cosa arrivi nel momento giusto. Sono fatalista».
Negli ultimi mesi, e anni, la notorietà è cresciuta anche grazie alla televisione. Dopo l'intervista a "Linea Blu", durante la tappa trapanese del programma con Donatella Bianchi e Livio Beshir, il suo volto è diventato familiare anche ai turisti stranieri. «Mi capita spesso che gli americani entrino al ristorante e mi chiedano una foto. Ancora oggi mi sorprendo. Quel filo di pudore ce l'ho ancora ed è bello conservarlo».
Una popolarità che vive con gratitudine, senza dimenticare il punto da cui tutto è partito: quella ragazzina di quattordici anni aveva già deciso, dentro di sé, quale sarebbe stato il suo futuro. Ed è con quegli occhi che Hajer continua a guardare il mondo. E ogni volta che le sue mani incontrano la semola, tutto ricomincia da capo: una nonna che incoccia il cous cous, una tavola piena di famiglia, due sponde del Mediterraneo, e una donna che ha fatto della propria identità il suo più grande ingrediente.
Hajer lo ha trasformato, davvero, in un racconto di famiglia. Arriva in Sicilia nel 1991. Doveva essere soltanto una vacanza, perché con la madre e i fratelli raggiungono il padre, già falegname in Tunisia, a Pantelleria, dove quest’ultimo aveva seguito un imprenditore pantesco che gli aveva proposto di trasferirsi sull’isola per lavoro. L'idea iniziale era quella di fermarsi solo per poco tempo, ma il destino prende una strada diversa e sull'isola Hajer frequenta le scuole elementari e le medie.
«Pensavamo di rientrare - racconta - ma a settembre io e mia sorella ci siamo ritrovate iscritte a scuola». Quella parentesi temporanea diventa una permanenza lunga quasi sette anni. Nel 1997, conclusa l'esperienza lavorativa del padre, la famiglia si trasferisce a Trapani.
Da parte paterna proviene da una famiglia di imprenditori e sente crescere dentro di sé la voglia di costruire qualcosa di proprio. Vuole mettersi alla prova, imparare partendo dalla gavetta e non perdere tempo. Una scelta che però si scontra con i desideri dei genitori. In famiglia gli studi sono importanti: un fratello si laurea in Fisica e Chimica, la sorella frequenta Giurisprudenza a Trapani. Anche per lei il percorso sembra già scritto, ma Hajer ha altri progetti. «Ho fatto una riunione con i miei. Volevano che continuassi gli studi, ma io ho lottato per ottenere il loro consenso».
Lei e la sorella sentivano a quel tempo una responsabilità che andava oltre la loro età e il loro desiderio era quello di aiutare concretamente la famiglia. A soli quattordici anni entra alla Cantina Siciliana. Comincia una gavetta lunga e impegnativa. «Con piatti e bicchieri è stato un rapporto di odio e amore», racconta sorridendo. Ma dentro di lei nasce un sogno preciso, e a circa sedici anni aveva già deciso quale sarebbe stato il suo futuro. «Quel posto un giorno sarebbe diventato mio». A incoraggiarla era proprio il proprietario di allora, Pino Maggiore.
«Un giorno questo posto sarà tuo», le ripeteva spesso: una frase che è sembrata quasi una profezia, perché da sei anni Hajer è alla guida dello storico ristorante, raccogliendo un'eredità importante che vive come una responsabilità non solo imprenditoriale ma anche morale e affettiva. «Chi c'era prima di me mi ha lasciato un'eredità notevole e Pino è stato la mia famiglia. Oggi sento il dovere di far crescere ancora questo marchio». Accanto a lei c'è la sorella Ibtisem. Insieme hanno costruito un equilibrio perfetto e guidano una squadra composta da quattro dipendenti.
La famiglia per Hajer è il centro di tutto. «È stata il mio faro a 360 gradi. Vivo del loro amore, di tutto ciò che mi dà positività e mi trasmette energia. Ho la benedizione di mia madre e questo mi rende più forte di prima. Per il resto non mi fermo. Sono un carrarmato e sono grata a tutto quello che la vita mi ha dato. Le cose brutte mi hanno insegnato e quelle belle mi hanno donato».
La sua storia professionale è indissolubilmente legata al cous cous. «Per me è storia, è racconto, è famiglia, è unione, è integrazione», dice. Ogni volta che mette le mani nella semola torna bambina. «Mi ricollega a mia nonna che lo incocciava insieme alle sue figlie, alle domeniche in cui eravamo tutti attorno alla tavola. Nella cucina araba è sempre stato il piatto principale e averlo ritrovato nel mio percorso lavorativo mi rende ancora più responsabile. Grazie al cous cous oggi ho costruito il mio successo».
Al Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo ha partecipato una sola volta, e un po’ per caso. La delegazione tunisina non aveva ricevuto l'autorizzazione a partecipare e gli organizzatori la convocano quasi all'ultimo momento per evitare la squalifica. Accetta in extremis, senza preparazione, e conquista comunque il terzo posto. «Non è andata male», dice con la semplicità e l’entusiasmo che la contraddistinguono.
La Tunisia continua a occupare un posto fondamentale nella sua vita. Monastir è la città in cui è nata e che continua a sentire profondamente sua. «Mi manca tantissimo la mia terra, ma continuo a viverla. La Tunisia è il mio Paese, Monastir è la mia città e ne sono orgogliosa. Ho due case e due famiglie». Quando può torna oltre il Mediterraneo, anche perché lì riposa suo padre. Allo stesso tempo Trapani è diventata il suo approdo. «Trapani è il mio porto e le devo tanto. Vivo dell'amore dei miei amici, della loro stima e del loro affetto».
Oltre alla cucina c'è un'altra grande passione: la radio. Da quasi tredici anni conduce, assieme a Ignazio Billera, un programma che va in onda tre volte a settimana dal titolo “Io, tu e l'altra parte”. Un format dedicato ai giovani, ai loro problemi, alle difficoltà della scuola, al rapporto con gli insegnanti e all'importanza di imparare a mettersi nei panni degli altri. «Grazie alla radio sono migliorata tantissimo. Ho acquisito padronanza di me stessa e anche della lingua italiana». Per questa opportunità ringrazia Salvatore Lombardo, che le ha aperto le porte di quella che definisce «una splendida famiglia».
La cura del ristorante passa anche dalla scelta quotidiana delle materie prime. Ogni mattina, già alle 5.30, i fornitori di fiducia le inviano le fotografie del pescato. «Una volta sceglievo personalmente il pesce ogni giorno. Oggi il rapporto di fiducia costruito negli anni ci permette di lavorare anche telefonicamente, ma a me piace ancora toccare con mano. Mi piace scegliere il pesce, le verdure, guardare ogni prodotto prima che arrivi in cucina». A quarantaquattro anni dice di aver realizzato il sogno che coltivava da adolescente, anche se «non si smette mai di sognare».
Oggi, però, i desideri riguardano soprattutto gli altri. «Sono una persona di fede. In ogni difficoltà mi sono sempre aggrappata a Dio e ne sono sempre uscita vincente. Quello che vorrei è un mondo fatto di pace e uguaglianza. So che è difficile, ma il mio augurio è per gli altri. Io ho tutto». Tra le cose più preziose c'è il marito. «È la mia spalla, il mio complice. Il Signore me l'ha mandato nel momento in cui avevo bisogno di lui. Quando trovi una persona che ti completa penso sia il dono più bello che possa arrivare. Ho avuto delle delusioni, ma ho sempre creduto che ogni cosa arrivi nel momento giusto. Sono fatalista».
Negli ultimi mesi, e anni, la notorietà è cresciuta anche grazie alla televisione. Dopo l'intervista a "Linea Blu", durante la tappa trapanese del programma con Donatella Bianchi e Livio Beshir, il suo volto è diventato familiare anche ai turisti stranieri. «Mi capita spesso che gli americani entrino al ristorante e mi chiedano una foto. Ancora oggi mi sorprendo. Quel filo di pudore ce l'ho ancora ed è bello conservarlo».
Una popolarità che vive con gratitudine, senza dimenticare il punto da cui tutto è partito: quella ragazzina di quattordici anni aveva già deciso, dentro di sé, quale sarebbe stato il suo futuro. Ed è con quegli occhi che Hajer continua a guardare il mondo. E ogni volta che le sue mani incontrano la semola, tutto ricomincia da capo: una nonna che incoccia il cous cous, una tavola piena di famiglia, due sponde del Mediterraneo, e una donna che ha fatto della propria identità il suo più grande ingrediente.
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