CRONACA

A Palermo si riaccende lo scontro sulle prime comunioni: sit-in di famiglie e commercianti

Niente polemiche sul catechismo, ma un appello per salvare le famiglie e le imprese da una transizione definita “impossibile”. Le interviste durante il sit-in

  • Pubblicato il
    5 ottobre 2026

Commercianti e Confimprese piazza contro le nuove regole sulle prime comunioni (foto Balarm)

Dal settore cerimonie alla Curia: sale la tensione a Palermo, dove commercianti e Confimprese scendono in piazza per protestare contro le (nuove) regole sulle prime comunioni, chiedendo un tavolo di confronto urgente per salvare la transizione ed evitare il collasso del comparto. Niente polemiche sul catechismo, ma un appello per salvare le famiglie e le imprese da una transizione definita “impossibile”.

La proposta di Confimprese Palermo

Oggi (lunedì 5 ottobre) Confimprese Palermo e una rappresentanza del Comitato Fede, Economia e Comunità costituito da esercenti del settore cerimonie hanno presenziato un sit-in organizzato davanti alla Curia Arcivescovile di Palermo, in via Matteo Bonello, 2: appelli, preghiere e, poi, tutti incatenati per chiedere risposte.

La proposta di Confimprese riguarda quei bambini che, al momento dell'introduzione del nuovo modello, avevano già superato l'età prevista per iniziare il percorso e non hanno quindi avuto materialmente la possibilità di seguirlo fin dall'inizio e invita a valutare un percorso integrativo e intensivo, limitato alla fase transitoria, che consenta loro di recuperare la preparazione necessaria e di rientrare progressivamente nel nuovo sistema.

«Fino ad oggi, non siamo assolutamente voluti intervenire sulla riforma – fa sapere Giovanni Felice, presidente di Confimprese Palermo -. Tuttavia, approfondendo, abbiamo scoperto che il documento ufficiale parla di tre anni senza sacramenti, ma dal quarto anno o dalla fine del terzo anno corsuale, si poteva anche procedere ai sacramenti, ma c’è la scelta di bloccare tutto fino a 5 anni, ci rendiamo conto che, al di là del disegno teorico, sulla pratica, la chiesa palermitana non è pronta ad affrontare questa riforma.

È emerso che si passerebbe da una giornata a settimana ad una ogni 15 giorni perché mancano i locali e i catechisti. Se fai una seduta ogni due settimane, significa che si fanno 18 sedute in un anno. Di conseguenza, durante i 5 anni si farebbero 90 ore di lezione, penso che tutti i valori che si possono trasmettere in questo arco temporale, lo si può fare anche in 120 ore in tre anni. Se ci sono misure alternative, non capiamo perché non applicarle».

I disagi di famiglie e attività commerciali

Una condizione che starebbero facendo allontanare alcuni dalla Chiesa, come è emerso nel corso del sit-it: «Siamo genitori di un bambino di 8 anni – racconta Rudy Lo Presti a Balarm -. Quest’anno, nostro figlio avrebbe dovuto cominciare il percorso della Comunione. Siamo andati in chiesa a riconfermare e versare la quota di partecipazione e ho chiesto al nostro sacerdote, che mi aveva appena detto che, quest’anno, le presenze sarebbero state ogni sabato, a dispetto dell’anno precedente che erano un sabato sì e uno no.

Noi, avendo un’attività, abbiamo chiesto di potere essere più tolleranti: era un impegno per noi mandare nostro figlio ogni sabato e mantenere la costanza, ma ci saremo impegnati a farlo. Il parroco mi ha bloccato dicendo che se non avevamo la possibilità di mantenere l’impegno ogni sabato, sarebbe stato meglio non fare la comunione al bambino».

Da qui, lo sbigottimento dei genitori, una famiglia praticante che ha sempre fatto la comunione agli altri figli: «Il parroco – prosegue Lo Presti – ci ha suggerito, allora, di prendere il nullaosta e andare altrove. A questo punto, penso che non sia una manovra per avvicinare le famiglie alla Chiesa, perché la mia l’ha allontanata».

Malcontento anche da parte del settore della fotografia, che lamenta una perdita del fatturato almeno del 30%: «C’è anche chi ha impiantato tutta la propria attività sul settore delle comunioni – spiega Raffaele Marchese -. Di conseguenza, il danno è ancora maggiore. Se ciò si ripercuotesse, per altri 3 anni, come si presume, diventerebbe devastante e molti di noi potrebbero anche chiudere.

Quello che noi chiediamo è un confronto e dire, da un figlio ad un padre, che abbiamo la necessità di far capire che questa decisione, che noi non discutiamo, ha creato un danno economico che noi stiamo evidenziando. Vorremmo trovare, insieme, una soluzione. Non siamo contro la Chiesa o la legge episcopale o il Vescovo. Stiamo solo chiedendo di essere ascoltati e non capisco perché, oggi, dopo otto mesi, siamo qui, dietro una porta e nessuno ce la vuole aprire».
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